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LA CHIESA DICE DI LEI

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Omelie in occasione di ricorrenze importanti:
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Lettera di S. Em. Giovanni Card. Saldarini,
Arcivescovo di Torino (3 maggio 1994)

 

Monastero Sacro Cuore - 18 luglio 1996
50° anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio suor M. Consolata Betrone


 
 

TI BENEDICO, O PADRE
OMELIA DI S.E. MONS. PIER GIORGIO MICCHIARDI

Carissimi, mi pare che le letture della S. Messa di oggi ci aiutino molto bene a vivere alla luce della Parola di Dio il 50° anniversario della morte della nostra sorella suor Consolata Betrone. Mi riferisco soprattutto ai versetti del Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 11,28-30) e vi invito anzi a riandare con il pensiero alle frasi che precedono immediatamente il brano da poco proclamato. Quando Gesù invita a lodare e ringraziare il Padre per le grandi cose che Egli compie in mezzo ai suoi figli, soprattutto perché Egli rivela il mistero del Suo Amore a coloro che si fanno piccoli, semplici, umili. E prendendo spunto allora da questa preghiera di Gesù: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25) vorrei che insieme ringraziassimo, benedicessimo, lodassimo il Signore per i tanti doni che Egli continuamente fa alla Sua Chiesa e direi, in modo particolare, alla nostra Chiesa che è in Torino. Certo, questa nostra Chiesa, come la Chiesa in generale, soffre e vive tanti problemi che procurano sofferenza. Per esempio il problema della crescente scristianizzazione, cioè quello del sempre più scarso riferimento a Gesù Cristo. Un altro problema che io avverto come Vescovo in modo particolare per questa Diocesi, la diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata che hanno un ruolo essenziale nella vita della Chiesa. Ma in mezzo a tutti questi problemi, quanti doni meravigliosi ha ricevuto e riceve questa nostra Chiesa! Dono più grande è quello della santità che rifulge in tanti suoi membri. Santità talvolta riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa ... e santità che sta avviandosi verso il riconoscimento da parte della Chiesa, quella di suor Consolata una monaca di clausura, e una santità talvolta nascosta, non riconosciuta formalmente, ma pur esistente, e pur fruttuosa. Ed ora, dopo questa premessa, vorrei con voi riflettere sul dono particolare che il Signore ha fatto a noi, a questa nostra Chiesa e a tutta la Chiesa, donandoci suor Consolata. Tra l'altro mi piace sottolineare che il nome che Pierina Betrone ha ricevuto in religione, Maria Consolata, è un nome che fa riferimento alla Patrona della nostra Diocesi, la Madonna Consolata. Ecco, il dono che il Signore ci ha fatto donandoci suor Consolata, mi pare che sia fondamentalmente questo, cioè di averci fatto gustare attraverso lei, in tutta la sua profondità, il Vangelo soprattutto dove Gesù parla di amore misericordioso e di umiltà. Si tratta di parti del Vangelo che hanno un grande peso per il nostro ambiente che ha tanto bisogno di credere all'amore di Dio. Oggi c'è bisogno di credere a questo amore di Dio perché c'è una diffusa religiosità, manca una profonda fede nel Dio di Gesù Cristo perché una cosa è credere in Dio creatore, una cosa è credere nel Dio che ci è stato rivelato da Gesù Cristo che è appunto Dio amore, Padre, Figlio e Spirito Santo. Forse questa mancanza di fede nel Dio di Gesù Cristo, nel Dio di amore, dipende proprio dal fatto che noi non lo annunciamo sufficientemente come amore misericordioso ... Il nostro ambiente ha anche tanto bisogno di credere all'amore di Dio perché c'è tanto poco amore tra le persone: non voglio essere pessimista ma realisticamente penso alle famiglie disunite dove c'è il tradimento del vero amore, dove c'è disattenzione. Ecco allora l'attualità del messaggio e della vita di suor Consolata che partendo dalla considerazione di Dio che è amore, invita a vivere la carità fraterna, a donarsi, a dire di sì sempre e non solo a Dio ma anche ai fratelli. L'ambiente in cui viviamo è un ambiente bisognoso di convincersi che la salvezza viene da Dio, perché c'è la contraddizione di due duplici tendenze: da una parte l'abbattimento totale e dunque le depressioni, i suicidi da parte di molti giovani e dall'altra l'esaltare in modo eccessivo la persona umana con la conseguente affermazione che non c'è più bisogno di Dio. Dobbiamo dunque accogliere l'amore misericordioso nella nostra vita, amore che ci salva. E il concetto di salvezza per il cristianesimo non vuol dire realtà che schiaccia l'uomo, ma realtà che lo eleva, che lo completa liberandolo dal peccato, mettendolo in comunione con Dio; quindi non annientamento della persona, ma giusta elevazione della persona. E credo che dobbiamo proprio di più annunciare la salvezza che ci viene da Dio misericordioso e collaborare di più con zelo alla salvezza delle anime. In questi giorni mentre riflettevo su suor Consolata e sulla sua invocazione: "Gesù, Maria vi amo, salvate anime" mi chiedevo quale impegno ci metto io per quanto riguarda la salvezza delle anime: certo, tutto quello che facciamo di bene è rivolto a questa meta, però dovremmo in modo anche più esplicito pensare a questa realtà, perché quel che conta è salvare la persona, salvare per la salvezza eterna.

 

 

Monastero Sacro Cuore - 6 aprile 1997
94° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

CREDERE E AMARE
OMELIA DI DON MARIO CUNIBERTO

Siamo qui riuniti in preghiera per ricordare la nascita di Suor M. Consolata. Desideriamo esprimere con questa preghiera, con questa presenza la gratitudine a Dio per il dono che ci ha fatto con Suor M. Consolata. Questi pensieri, questi sentimenti sono esaltati dalle letture di questa domenica seconda di Pasqua...Nel Vangelo (Gv 20,19-31) abbiamo sentito Gesù rimproverare Tommaso per la sua incredulità e poi l'abbiamo sentito proclamare: "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno". Il cammino di ogni uomo su questa terra è un continuo sforzo per credere pur senza aver visto Gesù come i suoi contemporanei in Palestina.

In questa grande lotta per la fede, per la crescita della fede, per il superamento dei momenti di incertezza e di dubbio, quanto incoraggiamento viene al mondo dai centri di vita contemplativa. Io penso che anche in questo monastero tante anime in pena gravate da sofferenze di ricerca della verità, bussano per avere una parola di speranza e per trarre incoraggiamento dall'esempio di vita che ci lasciano le nostre Sorelle Clarisse Cappuccine. È un dono che viene alla nostra vita intera da questi centri di preghiera che hanno la massima espressione della loro vita di fede nella preghiera e nella contemplazione della Parola di Dio. Ed è in questo contesto liturgico così bello che oggi festeggiamo il compleanno della Serva di Dio Suor M. Consolata, nata a Saluzzo il 6 aprile 1903: se fosse ancora viva in mezzo a noi avrebbe 94 anni, un'età veneranda che sta diventando sempre di più alla portata con il provvidenziale allungarsi della vita. A questo punto io debbo un particolare ringraziamento alle Suore di questo monastero per avermi invitato per la S. Messa in ricordo di Suor M. Consolata: Suor Maria Assunta e tutte le Consorelle, che cosa è che lega me al vostro monastero e voi a me? Quel legame comune che è stato per noi il Padre Piombino. Padre Arturo M. Piombino morto sette anni fa, amava tanto il vostro monastero: era legatissimo a Suor M. Consolata, era certo di aver ricevuto da Suor M. Consolata parole premonitrici sulla missione che lui avrebbe un giorno ricevuto da Gesù...Tocchiamo con mano di essere in una terra benedetta da Dio: in questo monastero il Signore ha fatto grazie fuori dell'ordinario a Suor M. Consolata e a distanza di pochi chilometri il Padre Piombino precedeva una missione particolare dal Cielo, quando nella sua vita irrompeva la Madonna presentandosi con il titolo così singolarmente efficace di Nostra Signora delle Spine e con un messaggio di salvezza e di pace per il mondo di oggi. Siamo di fronte ad un meraviglioso intrecciarsi di interventi del Cielo per benedire.

Oggi non possiamo guardare soltanto a due anime grandi: Suor M. Consolata e Padre Piombino che abbiamo conosciuto e alle quali siamo legati personalmente. Oggi bisogna rendersi conto dei doni di grazia che sono arrivati a noi tramite loro: dobbiamo considerare la missione che essi hanno ricevuto da Dio, perché in questa missione noi li abbiamo incontrati e conosciuti così bene. Nel contesto di questi pensieri c'è ancora una riflessione che vorrei porre alla vostra attenzione per festeggiare il compleanno di Suor M. Consolata in quest'anno 1997 che è anche il centenario della morte di S. Teresa di Lisieux. Consolata, Pierina Betrone, prima di entrare in Religione ci ha lasciato queste note nei suoi appunti autobiografici: siamo nell'estate del 1924. "Avevo 21 anni quando ebbi fra le mani 'La storia di un'anima'. Ricordo quella domenica sera seduta presso la finestra del mezzanino alla luce che abbondante mi veniva dal lampione di via S. Massimo, assorta in quella lettura, e allo svolgersi delle pagine la Luce Divina irradiare sempre più luminosa al mio spirito, e poi l'ora della Grazia, la Divina chiamata e poi ancora la Vocazione d'amore! Sentii quella sera che la via d'amore di S. Teresina potevo farla mia e che essa corrispondeva pienamente agli arcani desideri del mio cuore. Sentii che la santità si faceva a mia portata e che questa Santa io avrei potuto imitarla". Una decina di anni dopo, il 27 novembre 1935, Gesù stesso confermava quella profonda intuizione spirituale che aveva avuto leggendo l'autobiografia di S. Teresina: diceva infatti Gesù a Suor M. Consolata: "S. Teresina scrisse: perché non mi è dato narrare, o Gesù, a tutte le piccole anime la Tua condiscendenza ineffabile? Io sento che se per impossibile Tu ne trovassi una più debole della mia la colmeresti di favori anche più grandi". E continua Gesù: "Ebbene, io ho trovato l'anima piccolissima che si è abbandonata alla mia Misericordia con piena fiducia: sei tu Consolata, e per te opererò meraviglie che sorpasseranno i tuoi stragrandi desideri".

Gesù chiama Suor M. Consolata a questa profonda intimità semplice, abbandonata, in cui la Grazia opera trasformazioni meravigliose, opera un cammino di santificazione. Gesù le apre la via santificante dell'incessante atto di amore: tutta la giornata vissuta e voluta come un continuo atto d'amore, un incessante atto d'amore che in Suor M. Consolata si concretizza così bene nell'invocazione che ha tramandato e continua a tramandare anche oggi a noi: Gesù, Maria vi amo, salvate anime. Suor M. Consolata era attaccatissima alla preghiera della comunità, alla Via Crucis che faceva ogni mattina; ma era in tormento dinanzi ad altre forme di preghiera, ad altre letture, ad altre meditazioni. Sentiva un prepotente bisogno di sintetizzare tutto nell'amore, di ridurre tutto ad un continuo e pieno atto d'amore. E Gesù le confermava questa impostazione spirituale che attendeva da lei. Il 3 aprile 1936 Gesù le confidava: "Non è l'ora di meditare o di leggere, ma è l'ora di amare, di vederMi e trattarMi in tutti e di offrire tutto con gioia e ringraziamento". E ancora: "Non ho bisogno che pensi, ho bisogno che ami". Ed è proprio qui miei cari che entriamo in gioco noi che siamo riuniti a festeggiare il compleanno di Suor M. Consolata.

Il 17 agosto 1934, una dozzina d'anni prima della morte di Suor M. Consolata, Gesù le faceva questa promessa: "Quando il tuo ultimo Gesù, Maria vi amo, salvate anime sarà pronunciato, io lo raccoglierò e attraverso lo scritto della tua vita lo tramanderò a milioni di anime, che peccatrici, lo accoglieranno e ti seguiranno nella semplice via di confidenza e di amore". È una strada, la più incoraggiante per noi.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 luglio 1997
51° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

CONVOCATI DA SUOR M. CONSOLATA

OMELIA DI SUA ECC. MONS. FRANCO PERADOTTO
RETTORE DEL SANTUARIO DELLA CONSOLATA IN TORINO

Saluto tutti voi ma in particolare le Sorelle in clausura che si vedono di qui e porto il saluto del Santuario della Consolata e poi anche di Suor M. Consolata: i nomi coincidono sia quello di Suor M. Consolata Betrone e sia quello della nostra Madonna.

Siamo qui per ricordarci che 51 anni fa Suor M. Consolata lasciava la terra, piccolo angolo, per entrare nel cielo che è l’universo di Dio. Bella diversità, lo dico perché tutti quelli che hanno paura di morire dovrebbero ricordarsi che un Comune, una Provincia, una Regione non sono così ampi come il cielo, non sono così abitati bene come il Cielo dove la Santissima Trinità accoglie tutti. Siamo davvero salvati nel Signore, anche il canto d’inizio di questa celebrazione “Ora è tempo di gioia” ci ricorda non una gioia epidermica, ma una gioia vera: noi siamo contenti perché, convocati da Suor M. Consolata, questa sera incontriamo ancora una volta Gesù.

Celebriamo questa nostra Eucarestia finalizzata alla vita religiosa e ancora di più alle vocazioni affinché non vengano mai meno e ho scelto due letture significative.

Partiamo dalla lettera di S. Paolo ai Filippesi (3,8-14), pensieri molto belli. S. Paolo sta dicendo di sé, è in carcere, sta prevedendo quello che aveva intuito fin dall’inizio: chi segue Gesù non è escluso che abbia anche il martirio e lui aveva scelto di seguire Gesù. E allora ci dice subito il motivo della sua sequela di Gesù: “Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in Lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede”. Paolo ha fatto questo cammino.

Una delle belle e recenti definizioni che ho sentito dei “cristiani” è che “I cristiani sono coloro che hanno incontrato Gesù Cristo, lo hanno preso sul serio, cercano di seguirlo e raccontano agli altri quello che succede quando ci si mette a seguire Gesù”. Questo è cristianesimo e cioè conoscenza di Gesù.

Ed è davanti a S. Paolo e a Suor M. Consolata che stiamo ricordando questa sera, che possiamo verificare le nostre condizioni spirituali. Quanto lontani siamo! Abbiamo da poco chiesto perdono e credo proprio di non offendere nessuno se dico che continuiamo ad essere peccatori: “peccatori” è un termine serio perché dice che non amiamo ancora abbastanza Dio e i fratelli. Allora perché non ci perdiamo di coraggio S. Paolo prosegue nella lettera ai Filippesi: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Allora questa sera nessuno si spaventi del punto in cui si accorge di essere rispetto a Gesù Cristo se coscientemente può dire: “Signore, mi pare proprio che ormai sei entrato nella mia vita”: non ringrazi se stesso, ringrazi Gesù che si è fatto strada attraverso Maria Santissima; ringrazi e si ritenga ancora lontano dal modello che dovrebbe raggiungere.

S. Paolo prosegue dicendo: “Io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. Ha cominciato a sperimentare Gesù: vedete quanto è bella la Parola di Dio per l’uomo afferrato da Gesù, Paolo e per Suor M. Consolata che ricordiamo per tanti meriti e tanti aspetti, anche se si è consumata giovanissima per l’eternità e per noi, che abbiamo soltanto da far questo: dimenticare il passato e protenderci verso il futuro. E il futuro non è dopodomani, il futuro è quest’istante, il futuro è questa sera quando torneremo a casa, il futuro è domani mattina apertura di sabato, il futuro è domenica. È proprio per questo futuro che noi non cominciamo mai: se allora siamo protesi verso il futuro prossimo, non remoto, allora il mio futuro è quello che farò già vivendo questa Eucarestia: qui c’è tutta la vicenda di Suor M. Consolata.

Mi soffermo ora sul brano di Vangelo di S. Marco (10,17-22) che ho scelto e che è un’altra delle pagine provocatrici: il giovanotto che sta davanti al Signore vuole fare qualcosa di più, ha capito che Gesù gli sta chiedendo qualcosa di più. È un onesto, è un praticante perché in fondo ammette che lui queste cose, cioè il testo dell’Alleanza, le famose dieci Parole che dovevano qualificare ogni buon seguace di Dio, le aveva osservate fin dalla giovinezza, quindi non era un convertito dell’ultimo momento, come tanti erano convertiti quando Gesù passando per le strade li chiamava dietro di sé. Ecco perché Gesù lo ama, lo fissa, cioè gli entra dentro con lo sguardo e gli propone di fare ancora un passo in più: “Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”.

Papa Giovanni Paolo II commentando questa pagina nella “Lettera ai giovani” di alcuni anni fa ha fatto un’osservazione che non ho più dimenticato. Ha detto che il giovane rattristatosi per quelle parole di Gesù se ne andò afflitto perché aveva molti beni, e dunque non “perché aveva molti soldi”. Molti beni, perché i soldi si possono avere e anche non avere: essendo giovane, aveva paura di perdere la giovinezza seguendo Gesù. E il Papa esortava i giovani a non avere paura di seguire Gesù che non toglie la giovinezza, il desiderio di essere lieti e pieni di vita. Non si perde nulla di valido se si segue Gesù, si rischia invece di perdere tutto quando della giovinezza si fa soltanto l’ostentazione del sesso, del vizio, dell’ambizione: allora si perde tutto, talvolta anche la vita. Ci sono tante cose su cui riflettere in questi ultimi anni, vite giovanili perdute per aver ostentato il consumismo, la moda, lo sport eccessivo, ecc.

Allora io credo che questa sera ricordando Suor M. Consolata, il suo cammino vocazionale, il suo cammino di santità, con l’augurio che questa santità sia presto e ufficialmente anche proclamata dalla Chiesa, vogliamo metterci in questa prospettiva di sequela aperta ad ogni età e condizione.

Lasciatemi concludere con un passaggio che scelgo dall’Esortazione apostolica: “Vita consacrata” che lo scorso anno il Papa Giovanni Paolo II ha consegnato a tutti gli ordini e congregazioni religiose, alle società di vita apostolica, agli istituti secolari e a tutti i fedeli. Leggo al n. 59 di questo documento sulla vita consacrata quanto riguarda le monache di clausura: “Particolare attenzione meritano la vita monastica femminile e la clausura delle monache, per l’altissima stima che la comunità cristiana nutre verso questo genere di vita, segno dell’unione esclusiva della Chiesa-Sposa con il suo Signore, sommamente amato. In effetti, la vita delle monache di clausura, impegnate in modo precipuo nella preghiera, nell’ascesi e nel fervido progresso della vita spirituale, ‘non è altro che un tendere alla Gerusalemme celeste, un‘anticipazione della Chiesa escatologica, fissa nel possesso e nella contemplazione di Dio’. Alla luce di questa vocazione e missione ecclesiale, la clausura risponde all’esigenza, avvertita come prioritaria, di stare con il Signore. Scegliendo uno spazio circoscritto come luogo di vita, le claustrali partecipano all’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo ‘spazio’, ai contatti, a tanti beni del creato. Questo modo particolare di donare il ‘corpo’ le immette più sensibilmente nel mistero eucaristico”.

Non conosco una definizione, descrizione più bella, più attuale, più concreta della realtà delle nostre Sorelle di clausura: addirittura il particolare dello “spazio” e l’ho voluto citare apposta ringraziando le nostre Sorelle che in questo spazio, in mezzo all’invasione dei rumori, dei suoni e anche delle case, loro sono qui e qui si offrono con Gesù per la salvezza del mondo. Grazie Sorelle, vi auguriamo davvero tante, tante vocazioni!

Nel pomeriggio dopo aver finito di cercare questi pensieri, sfogliando un vecchio “Osservatore Romano” mi sono imbattuto in un titolo che vorrei diventasse allora la conclusione per tutti noi, così numerosi qui questa sera: “La relazione filiale è quella che deve caratterizzare la nostra relazione con Dio”. Non più dunque solo creature, non più solo dei peccatori redenti, ma dei figli autentici. Allora chiediamoci se siamo in relazione filiale col Padre che è nei cieli: se non è così, che senso ha pregare: “Padre nostro che sei nei cieli?”. Suor M. Consolata ci aiuti a cogliere anche questo messaggio e così sia.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 19 aprile 1998
40° anniversario della traslazione
della Serva di Dio suor M. Consolata Betrone

 
 

ENTRARE - USCIRE ANDARE - VENIRE
OMELIA DI MONS. GIOVANNI LUCIANO

Questi verbi, assai frequenti nel linguaggio comune, scandiscono una banale e monotona ripetitività della vita quotidiana. Gli stessi verbi, usati con maggior parsimonia in un monastero, assumono un'importanza decisiva, un significato più impegnativo, più vincolante, a volte vitale.

Entrare, nella sua accezione più semplice comporta il passaggio da un luogo esterno ad un altro interno, movimento che si fa più volte al giorno, anche inconsciamente.

Entrare, in un monastero, ha un significato tutto particolare. Rappresenta, sì, un passaggio dall'esterno all'interno, ma un passaggio meditato, a volte anche sofferto, sempre in piena coscienza perché ritenuto definitivo. Chi lo fa deve lasciare all'esterno, senza rimpianto, il mondo con le sue attrattive, i suoi fugaci amori e le sue false promesse di beni effimeri, per abbracciare quel genere di vita che regna all'interno, cioè una vita povera ed austera, spesa alla ricerca del possesso di Dio, con la promessa di trovarlo e possederlo per sempre nell'eternità, e nel continuo ed arduo olocausto di sé per la salvezza di tutte le anime. Chi entra non vi si trova soltanto di passaggio, ma entra per rimanere. È quindi un'entrata che non prevede uscita, se non in casi rarissimi e di estrema gravità.

Uscire, nell'accezione comune, non significa soltanto lo spostamento da un luogo interno ad uno esterno, ma anche liberarsi da una determinata situazione - cessare da un'attività - mettersi in mostra - recarsi ad un divertimento, significati tutti che implicano una ricuperata libertà - l'esercizio della propria autonomia - l'ostentazione della propria personalità - il desiderio di godersi la vita.

Uscire, in un monastero, non è un verbo molto coniugato, perché chi vi entra rinuncia alla propria libertà ed autonomia, offrendole a Dio per sé e per le anime, e non pensa affatto a riprendersele; non desidera cambiare né la sua situazione né le sue attività; non cerca di mettersi in mostra dopo aver scelto il nascondimento; e nella sua operosità non trova spazio per i divertimenti. Ogni uscita, sia essa definitiva o soltanto temporanea, non avviene senza un dolore proporzionato alla sua causa.

Andare - venire sono anch'essi verbi di azione libera, di movimento a vasto raggio, di possesso e dominio del tempo e dello spazio, e descrivono spesso l'attività frenetica dell'uomo moderno impegnato. In un monastero sono usati con una certa parsimonia perché attività, tempo e spazio riguardanti le monache sono gestiti dalla S. Regola e vengono ordinati, sotto la responsabilità delle Superiore, in un calendario mensile o settimanale che stabilisce il ruolo di ciascuna, per il miglior uso delle cose terrene alla ricerca dei beni eterni.

L'andatura moderatamente spedita delle monache rivela poi il loro grado di autocontrollo, l'intensità del loro raccoglimento, la sollecitudine della loro obbedienza. Nessun indugio, ma nessuna precipitazione nel servire il Signore! Questi verbi, nella vita della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone, hanno scandito momenti lieti e tristi, momenti importanti e determinanti, momenti 'forti' che hanno lasciato un segno profondo nella sua anima.

Quanto le era costato ottenere dalla famiglia il consenso a quella sua 1ª entrata a Valdocco, nelle Figlie di Maria Ausiliatrice, il lunedì 26 gennaio 1925! Pochi tuttavia si resero conto che le sue lacrime, sgorgate in quel giorno per il distacco dai suoi cari, si erano mutate in lacrime di felicità per essere finalmente "tutta di Gesù". Finalmente? - "Sarebbe sempre continuato così? - Ecco la domanda ch'ella pone". Gesù la vuole veramente tutta per sé, ma l'aspetta e la vuole condurre per una strada più accidentata, non per le vie del mondo ma nella solitudine di un pur breve ma intenso Calvario. Il 17 aprile 1926, dopo una dolorosa crisi di "crescita" spirituale, non per mancanza di vocazione né di generosità, ma alla ricerca di una donazione maggiore, più esclusiva, più nascosta, Pierina Betrone esce dal convento e ritorna in famiglia. La rimpiangono le sue superiore e le sue compagne.

Ma Pierina non può stare fuori a lungo, il mondo non è il suo ambiente. La sua 2ª entrata, presso le austere Taidine del Santo Cottolengo, è anche frutto di una innocente ed ingenua astuzia. Nelle Taidine sono ammesse soltanto le peccatrici convertite. "Si presentò in monastero e fu interrogata sulla sua vocazione: - 'Forse è caduta?' - le chiese la Superiora. - 'Sì, sì. Parecchie volte!' - 'Basta!' - concluse la Madre e subito venne accettata. 'In quel momento - così anni dopo spiegava ridendo Suor M. Consolata - volevo dire che ero caduta molte volte per terra' ". Gesù, però, non la vuole in un luogo di sua scelta e gradimento, dispone perciò che "il 19 agosto 1928, per motivi di salute, (venga prima) trasferita tra le suore di Santa Marta" e che "aumentando le prove di spirito, il 26 agosto (seguente) lasci spontaneamente l'Istituto". Ora è Gesù stesso a dirigere i suoi passi.

Il 17 aprile 1929, lo stesso giorno ma tre anni dopo la sua prima uscita dall'Istituto delle salesiane, approda finalmente al monastero delle Clarisse Cappuccine di Borgo Po. Questa sua 3ª entrata è da lei stranamente motivata così: "Nulla mi attira fra le Cappuccine!". Le rivelerà poi la voce di Gesù, entrato in mistica intimità con lei: "Io ti volevo e ti ho attirato fra le Cappuccine!".

Le susseguenti entrate e uscite di Suor M. Consolata dal Monastero rivestono il carattere di caso di grave necessità o di estrema gravità, contemplato dalla S. Regola...

La sua 4ª entrata, quella del 2 luglio 1939 nel monastero di Moriondo, segna per lei l'inoltrarsi in solitudine nella via del Calvario...Brevi anni li definisce, con intuizione profetica, quei sette che trascorrerà ancora salendo il calvario dello spirito, che si fortifica nell'abbandono, e quello di un corpo martoriato in lento ma progressivo disfacimento.

Uscirà! Non so quante volte esattamente, ma sempre per verificare lo stato di avanzamento del suo male attraverso visite ed indagini mediche, dolorose per il corpo e angosciose per lo spirito...Uscì per entrare nel sanatorio di Lanzo Torinese il 4 novembre 1945. "Quel giorno il Monastero era come in lutto; sentivano tutte un grande vuoto".

Suor M. Consolata patì le pene maggiori, dello spirito e del corpo, fuori dal suo monastero, accomunata a Gesù in questo distacco dagli affetti, in questa povertà assoluta, perfino di una propria casa, di un proprio luogo ove aspettare serenamente la morte, tesa fino allo spasmo verso l'incontro futuro con il Dio-amore...

Il 3 luglio 1946 rientra dal sanatorio. Gesù, tramite la Madre Badessa, non la lascia morire fuori del suo amato Monastero e lontana dalle care consorelle. Il giovedì 18 luglio, verso le sei del mattino "tutto è consumato".


Urna di Suor M. Consolata nella Chiesa del Monastero

"I resti mortali di Suor M. Consolata Betrone il 17 aprile 1958 ritornano in monastero".Questa è la scarna, scheletrica notizia data dal suo biografo che non osa anticipare il giudizio di santità della Chiesa. Ma la gente di Moriondo e chi aveva conosciuto la Serva di Dio si era unita numerosa alle consorelle per accogliere con gioia e trionfalmente i poveri e scarsi resti della loro spirituale benefattrice.

Scrive infatti P. Alessandro da Bra, relatore dell'epoca sul periodico "Sentiero Francescano" del giugno-luglio 1958: "Nonostante che non si fossero fatti inviti per mantenere alla cerimonia un carattere privato, e nonostante la neve che da ore cadeva insistente, non furono poche le persone, sacerdoti, suore, secolari, parenti e ammiratori, che vollero assistere al disseppellimento del cadavere".

Ci informa poi che "il mattino del 17 anche frate sole faceva festa per la nostra consorella che tornava alla sua casa".

E continua: "la bara, preceduta dai bambini dell'asilo, dagli alunni della scuola e da molto popolo veniva portata alla chiesa parrocchiale e quindi al Monastero".

Ma - ci domandiamo - perché quarant'anni fa si è fatta una festosa accoglienza ai pochi e poveri resti mortali di una Clarissa Cappuccina? Perché, con una imponente manifestazione che ha mobilitato moltissime persone, si sono onorate le umili ossa di Suor M. Consolata? Non bastava illustrare, nel decennale della morte, la sua eccelsa figura di una devota e commossa commemorazione? Perché vogliamo ricordare l'avvenimento ancora oggi con questa solenne Eucaristia?

La "Storia di un'anima" non va disgiunta dalla "storia del suo relativo corpo", di quel corpo che Dio, in collaborazione con i genitori, "ha formato sino dal seno materno" (Is 44,2.24; cf. Is 46,3; Sal 22[21],10) e destinato ad accompagnarla e con lei interagire per tutti i giorni della sua vita mortale. Corpo che, strumento materiale degli atti umani, ne diventa corresponsabile, e quindi è chiamato a condividerne gioie e dolori, premi e castighi, obbrobrio o gloria...Il Signore, infatti, non abbandona il giusto all'oblio e alla corruzione del sepolcro, quando: "Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua, e presto lo accoglierà nella gloria" (cf. Gv 13,31-32).

Queste ultime parole, che Gesù attribuisce a se stesso nel dare il suo commosso addio agli apostoli, si possono applicare anche a Suor M. Consolata, che Egli non ha "abbandonata in un sepolcro" comune, né lasciata in qualche modo "vedere la corruzione".

Ne ha anzi iniziato presto la glorificazione. Lo diciamo senza alcuna intenzione di anticipare il giudizio della Chiesa, senza alcuna pretesa di influire sulla sua decisione definitiva, ma nel ricordare il fatto storico della esumazione e traslazione delle ossa benedette di Suor M. Consolata, avvenuto quarant'anni fa, e nel constatare l'interesse, la devozione e l'amore di cui vengono fatte oggetto da molti, nella loro attuale collocazione...

Oggi, a quarant'anni dall'avvenimento, siamo di nuovo qui, numerosi, per solennizzare festosamente il suo ritorno a casa, la sua ultima entrata in Monastero, un'entrata ben diversa dalle altre precedenti, con una collocazione ben diversa in seno alla comunità. Non più all'ultimo posto, da lei stessa scelto, non più in un'angusta e spoglia cella, ma al posto d'onore, vicina a Gesù, in un luogo di elegante sobrietà. In un luogo a tutti accessibile, perché possa continuare, ora senza fatica né dolore, il suo lavoro di sempre:

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come Corista, per aiutarci a rendere le nostre preghiere un vero canto d'amore a Dio, un atto d'amore a Gesù e Maria, invocando da loro la salvezza delle anime;
o come Segretaria, perché sia ancora e sempre depositaria dei nostri segreti;
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o
come Ciabattina, alla quale chiediamo di provvederci di solide calzature, che costringano e mantengano i nostri piedi sicuri sulla retta via, e spediti sulla via della santità;
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come Cuoca, per ammannirci, con i suoi scritti ascetici e le sue ispirazioni, quel cibo spirituale così nutriente per le nostre anime;
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come Infermiera, per curare le nostre ferite morali, le nostre infermità spirituali, badare anche alle nostre esigenze corporali; e insegnarci a soffrire, come lei, serenamente ed in modo meritorio;
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come Portinaia, per additarci la "porta del cielo", con l'augurio di trovarla pronta a spalancarcela quando giungeremo anche noi alla dimora eterna.

E così sia.


Omaggio a Suor M. Consolata del pittore Donato Pippa


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 1998
52° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

NULLA MANCA DOVE C’È TUTTO
OMELIA DI SUA ECC. MONSIGNOR PIERGIORGIO MICCHIARDI

Un saluto a tutti voi, alle Sorelle monache, al confratello Padre Ruggero e al diacono Ghidella. C’è chi nasce, c’è chi muore, c’è chi soffre, c’è chi gioisce, questa è la storia delle nostre giornate, del nostro mondo, non ci accorgiamo neppure più che accanto a noi c’è chi nasce, c’è chi soffre, c’è chi gioisce, c’è chi muore. Molti vivono queste vicende che sono fondamentali per la vita umana, quasi subendole, senza riuscire a trovare ad esse un significato; altri si pongono delle domande su questi e altri avvenimenti umani e si danno risposte più o meno soddisfacenti. La Parola del Signore risponde autorevolmente a queste domande e anche con soddisfazione nostra.

Le letture di questa 16a domenica da poco proclamate, ci ricordano infatti che non solo l’uomo si rivolge a Dio col desiderio di ascoltare la sua voce e di trovare in Lui una risposta ai suoi interrogativi sul significato degli avvenimenti della vita, ma è Dio stesso che si pone in dialogo con l’uomo e gli fa capire che non è per nulla estraneo alla sua storia.

La prima lettura (Gen 18,1-10) è molto chiara al riguardo: Dio fa visita ad Abramo, Dio prende l’iniziativa, Abramo lo accoglie e dialoga con Lui e Dio promette il suo intervento: nel caso specifico la continuazione della vita: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Sara, sterile, per intervento di Dio diventerà madre. Il brano del Vangelo (Lc 10,38-42) riprende e direi approfondisce questo tema del dialogo Dio-uomo, del coinvolgimento di Dio nella storia, nell’esistenza umana. Qui infatti Dio si presenta non solo attraverso i tre misericordiosi personaggi di cui parla la prima lettura, ma si presenta nel suo Figlio fatto carne che è venuto ad abitare nella nostra storia: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

In questo brano di Vangelo Dio, come nel caso di Abramo, accetta l’accoglienza umana: Marta e Maria accolgono la premura della creatura e più che nel caso di Abramo, Dio entra in dialogo profondo con la persona umana; con Maria che è ai piedi di Gesù, ma anche con la stessa Marta che si dà da fare per servirli. Qui Dio non promette soltanto il dono della vita umana, “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio” ma ci parla della possibilità anzi della necessità di un dialogo tra Dio e l’uomo. Dialogo che non è esclusivo di coloro che si dedicano alla vita contemplativa, ma dialogo che deve caratterizzare anche chi è dedito alla vita attiva. “Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”: questa espressione non è messa in contraddizione con l’attività di Marta, ma è semplicemente un punto attraverso il quale Gesù vuole specificare a Marta che pur dandosi da fare non deve dimenticare la parte di Maria.

E veniamo alla seconda lettura (Col 1,24-28). San Paolo approfondisce ulteriormente il tema del rapporto Dio-uomo, Dio-creatura umana che già le altre due letture ci avevano presentato possibile come caratterizzato dal dialogo, dall’ascolto, ma di Corpo di Cristo, di un tutt’uno della creatura con Cristo a cui tutti, ebrei e pagani sono chiamati. La comunione con Dio giunge a tale perfezione da configurarsi come appartenenza al Corpo di Gesù Cristo Figlio di Dio fatto carne: appartenenza naturalmente non fisica ma soprannaturale e tanto reale. Appartenenza che comporta una sempre più profonda configurazione della creatura a Cristo: “È Lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo”.

Ecco cari fratelli e sorelle, la soluzione stupenda che la parola di Dio offre al mistero della vita umana e della sua storia. È una storia così bella che qualcuno potrebbe dubitare della sua realtà: “È possibile questo?” potrebbe chiedersi qualcuno; l’interrogativo può essere suggerito dal fatto che sembra impossibile un rapporto di amicizia, di dialogo tra Dio Creatore e Signore e la piccola, fragile creatura. Lungo la storia i cristiani si sono interrogati su questo problema e hanno tentato delle risposte. Cito San Bernardo, il grande teologo e mistico del Medioevo. Dal “Discorso sul Cantico dei Cantici” proprio ponendosi questo interrogativo, così risponde: “È certo che non potranno mai essere equiparati l’amante (cioè noi) e l’Amore (Dio), l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il creatore e la creatura. La sorgente infatti, dà sempre molto più di quanto basti all’assetato”. Ma poi, dopo questa constatazione, San Bernardo si chiede: “Ma che importa tutto questo?...Sebbene infatti la creatura ami meno, perché inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto”. Dunque tutto quello che possiamo dare noi come creature: “Ama Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”.

La risposta all’interrogativo: “È possibile per la creatura entrare in dialogo di amore con il Creatore?”, l’ha trovata anche Suor M. Consolata e l’ha espressa in modo vitale attraverso il suo famoso atto d’amore che ella ha scoperto leggendo la Parola di Dio e che ha tradotto nella invocazione “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” vivendola nella sua quotidianità concreta.

Questo amore l’ha portata alle vette perché l’ha guidata ad accettare la croce: l’amore è sempre collegato al mistero della croce, croce che ha però come sbocco finale la vita, la risurrezione. Suor M. Consolata ha vissuto questo rapporto di amore come dice San Paolo nella seconda lettura: “Fratelli, sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo Corpo che è la Chiesa” non soltanto per la gioia, per il gusto di rapportarsi personalmente con Dio, ma con un significato apostolico “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”.

Concludo: basta il messaggio che la Parola di Dio oggi ci offre e l’esempio di Suor M. Consolata ci dice possibile, per riprendere con più speranza, con più serenità, con più determinazione il nostro impegno quotidiano di vita che molte volte è un po’ appiattito perché ritornano le domande sul senso del nascere, del morire, del soffrire e del gioire.

La risposta c’è ed è possibile realizzarla. È guardando a Suor M. Consolata che ha vissuto questa risposta con l’atto d’amore “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” in spirito apostolico che possiamo capire come si possa donare tutta la propria vita consumandola nel nascondimento del monastero, perché questo amore possa essere compreso e vissuto da tutti: il mondo ha tanto bisogno di questi esempi, di questi modi di donare la vita. E preghiamo perché presto la Chiesa possa riconoscere la santità di Suor M. Consolata e così il suo esempio manifestarsi ancora di più in tutto il mondo.

 

 

 

Monastero Sacro Cuore – 23 aprile 1999
Chiusura del Processo diocesano di canonizzazione
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

PRESIEDE SUA EMIN. CARD. GIOVANNI SALDARINI

È stato un momento di grande gioia la chiusura del Processo diocesano di canonizzazione della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone, venerdì 23 aprile 1999 con la presenza in monastero del nostro Arcivescovo Cardinale Giovanni Saldarini.

La preghiera dei Vespri ha preceduto il solenne atto giuridico: erano presenti il ministro provinciale o.f.m. cap. Padre Ferruccio Bortolozzo, numerosi sacerdoti, religiosi, tanti fedeli e pellegrini. Insieme abbiamo ringraziato il Signore per il cammino verso la santità riconosciuta dalla Chiesa che Suor M. Consolata sta percorrendo e ora la causa passa a Roma per il giudizio definitivo della Sede Apostolica. Nel percorso diocesano appena concluso si è approfondita la conoscenza della Serva di Dio grazie al lavoro diligente ed accurato del Tribunale ecclesiastico al quale va il più sincero ringraziamento a nome della nostra Comunità e di tutto l’ordine delle Clarisse Cappuccine: a Mons. Giovanni Luciano delegato arcivescovile, a Don Valerio Andreano promotore di giustizia e al cav. Luigi Luciano notaio attuario e cursore. Grazie a Padre Paolino Rossi postulatore generale o.f.m. cap., ai periti storici con i loro studi e ai testi che si sono succeduti raccontando ciascuno ciò che il Signore ha operato attraverso la vita e l’esperienza spirituale di Suor M. Consolata.

Ci auguriamo di cuore che questa esperienza spirituale ci doni di trovare facile, di trovare semplice, di trovare amabile la strada della santità e la presenza di Suor M. Consolata ci accompagni come lei stessa ha promesso: “Oh, io sento che il Cuore Divino un giorno, mostrandomi al mondo, avrà una frase sola: ‘Si è fidata di me! Mi ha creduto!’. Sì, Gesù farà cose grandi ed io in anticipo mi unisco alla SS. Vergine nel cantare il Magnificat. Ancora un po’ di mesi e poi Consolata diverrà consolatrice. Oh, mi chinerò con amore su ogni cuore che geme, che impreca, che maledice… Anche oggi, attraverso la preghiera mi chino su ogni cuore, su ogni anima dolorante… Mi fa tanta pena chi soffre…!” (7 ottobre 1944).

Le Sorelle Clarisse Cappuccine

 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 1999
53° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

L’OLOCAUSTO DI SUOR M. CONSOLATA
OMELIA DI SUA ECC. MONS. GIOVANNI LUCIANO
DIRETTORE DELL’UFFICIO DIOCESANO PER LE CAUSE DEI SANTI

1. Suor Maria Consolata è stata una religiosa di rara virtù perché, in una vita relativamente breve, ha raggiunto la perfezione e ne ha subìto le provvidenziali conseguenze, come afferma il biblico Libro della Sapienza: “Giunta in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore; perciò Egli la tolse in fretta da un ambiente malvagio’’.

Con buona pace di tutti l’ambiente malvagio, cui si riferisce l’antico saggio Ebreo, non poteva essere il monastero e neppure la parrocchia di Moriondo, né soltanto il Piemonte dove nacque, visse e morì Pierina Betrone, ma il mondo intero, regno di satana che ne è il principe. Gesù così lo definisce nei suoi discorsi dell’ultima cena: “Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo...” e altrove ancora: “…ora il principe di questo mondo verrà gettato fuori”, “...perché il principe di questo mondo è stato giudicato”, e lo spiega poi così: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo...”.

Chi se non satana può portare tanto odio a Gesù e a coloro che lo vogliono seguire? Chi se non lui riesce con l’inganno a manipolare il mondo e a dominarlo, tanto da trasformarlo in un ambiente malvagio? Lo avvertiva già chiaramente Pierina a soli 13 anni, l’8 dicembre 1916, giorno della Comunione Generale delle Figlie di Maria, ad Airasca. Scrive infatti: “(Gesù) fece sentire nel profondo del mio cuore questa frase: «Vuoi essere tutta mia?»… Essere ‘tutta di Gesù’ era per me farmi Suora! Niente altro. Serbai l‘assoluto segreto, ma da quel mattino in poi, nei tanti pericoli che mi circondavano non facevo che ripetere: «Gesù, fammi tutta Tua...ossia, portami lontano dal mondo...in Convento».

2. Suor M. Consolata ha compiuto una lunga carriera, lunga non nel tempo ma per la molta strada percorsa. Anche nello sport si ritiene un vero campione chi fa più strada in minor tempo, o impiega meno tempo per fare la stessa strada. Suor M. Consolata come i veri campioni è arrivata più lontano, ed è arrivata prima di molti altri.

La carriera di Suor M. Consolata è stata una serie ininterrotta di favolose “promozioni”, intese nel senso voluto e indicato da Gesù, vale a dire:
- un salire di virtù in virtù fino alla vetta della regina delle virtù: la Carità perfetta,
- un imitare Gesù dalla culla al calvario, dal progressivo annientamento spirituale al progressivo annientamento fisico.

Un’apparente, radicale e costante regressione, che diventa una reale, totale e durevole progressione, fino al raggiungimento della statura del Cristo e del Cristo crocifisso. Chiamata da Dio alla vita religiosa, è stata stabilita come vittima “al fine di edificare il corpo di Cristo” e di arrivare “allo stato di donna perfetta, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo“, secondo il famoso detto di S Paolo.

Sì, il Signore “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero…” ed ha stabilito Suor M. Consolata come “maestra alle vette del dolore” e vittima dell’Amore, per rendere i fratelli partecipi del suo “incessante atto di amore perfetto”, ed idonei a seguire “la piccolissima via d’amore”.

3. La vocazione di Suor M. Consolata è dunque una vocazione religiosa nel significato più alto della parola e nella realtà più profonda del suo contenuto.

- È stata una vocazione contrastata dai familiari, non per avversione alla vita religiosa da loro rispettata, anzi molto apprezzata, ma per un mal compreso amore possessivo ed interessato. La loro opposizione le veniva motivata da una inderogabile necessità familiare, alla quale non avrebbe potuto venir meno senza mancare ai suoi doveri nei loro confronti.

- Fu una vocazione sofferta, anche dopo la rassegnata accettazione dei suoi familiari. Cambiò ben tre volte famiglia religiosa prima di capire per quale strada Dio la voleva, e quella strada non era proprio quella da lei sognata - (ha infatti detto: “Nulla mi attira tra le Cappuccine”) - ma era la strada più idonea per la realizzazione dei disegni di Dio su di lei, e più rispondente alle sue aspirazioni.

Nel suo diario sulla vocazione confida: ‘‘Quando, stanca di non riuscire ad incontrare una persona che pur con tutti i mezzi cercavo di avvicinare, mi domandai il perché Dio me lo impediva, compresi che forse Lui aveva ancora dei disegni su di me. Oh! Allora, mi dissi, tenterò tutte le vie prima di cadere nell’inferno. Non avevo ancora 25 anni, perciò andai a bussare ai Conventi di penitenza. Inconsciamente seguivo i disegni Divini. Cercavo di entrare tra le Suore Maddalenine, ma non avendolo ottenuto, la Superiora delle Suore del Buon Pastore d’Angers (un vero cuore  d‘apostolo) mi disse che pensava lei a farmi entrare in un Monastero di penitenza. Scrisse, ottenne e poi mi disse: ‘Se mi ascolta entra fra le Cappuccine. È clausura papale, è stretta penitenza, e poi hanno l’Ufficio Divino’. Obbedii ciecamente...”.

- Era una vocazione cosciente della sua radicale portata. Abbiamo già sentito il suo pensiero: “Essere tutta di Gesù era per me farmi suora! Niente altro”. Sappiamo dalla matematica che invertendo i fattori il prodotto non cambia, possiamo quindi, anche qui invertendo i termini, dire che “farsi Suora per la giovane Pierina significava essere tutta e solo di Gesù!”. In questa scelta radicale consiste la vita consacrata.

4. La vocazione religiosa infatti è vocazione alla santità e ad una santità particolarmente qualificata.

Il sacerdote Dott. Luciano Ravetti, teologo piacentino, commentando nella sua erudita tesi di laurea la Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, presenta la santità religiosa come servizio d’amore e come olocausto spirituale a Dio.

La Costituzione dice: “Con i voti o altri sacri legami, per loro natura simili ai voti, con i quali il fedele si obbliga all‘osservanza dei tre predetti consigli evangelici, egli si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’onore di Dio. Già col battesimo è morto al peccato e consacrato a Dio, ma per poter raccogliere più copiosi i frutti della grazia battesimale, con la professione dei consigli evangelici nella Chiesa, intende liberarsi dagli impedimenti che potrebbero distoglierlo dal fervore della carità e della perfezione del culto divino...”.

Il Ravetti prosegue commentando il “dono totale a Dio sommamente amato” (si tratta ovviamente di amore spirituale): ‘‘L’amore è dono della propria persona all‘amato e quindi la volontà e i desideri di quest‘ultimo diventano norma d‘azione per l‘amante. Non si è più padroni della propria volontà quando si ama davvero un altro e in questo senso l’amore è un servizio. Ma in quanto è un continuo dono volontario di sé, l’amore è anche espressione di libertà, anzi della massima libertà perché l’atto del donare non ha per oggetto solo qualcosa di nostro, ma tutto noi stessi, cioè la nostra stessa persona...Il dono della nostra persona a Dio va alla radice di noi stessi, nell‘intimo di noi stessi dove Dio abita, come ci avvertono tutti gli autori spirituali. Quindi è proprio seguendo la via del totale annientamento di se stessi per amore del Padre, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, che ritroviamo più perfettamente noi stessi, il midollo della nostra stessa libertà...benché nel mondo sia intesa superficialmente come insopportabile ed opprimente schiavitù...

Il Concilio insiste sulla totalità di questo dono che il religioso fa di se stesso a Dio...Si tratta di una forte sottolineatura di questo aspetto teocentrico dove in particolare è evidenziata la perpetuità del vincolo che congiunge a Dio il religioso e che fa di lui un olocausto perenne...È proprio qui che il religioso trova la sua unità di vita. Le osservanze della sua regola, tutte le azioni della sua vita trovano senso in quanto sono offerta-olocausto al Padre. Per questo motivo non esiste una forma di vita più perfetta. Quel religioso che facesse consistere tutta la sua vita e il suo tendere alla perfezione nell’osservanza esteriore anche delle virtù corrispondenti ai voti, avrebbe già tradita la sua vocazione e in particolare il suo specifico impegno verso la perfezione. Magari non commette peccati gravi, ma non vive lo spirito della sua specifica santità, perché non fa della sua vita un olocausto”.

La citazione è un po’ lunga, ma perché voler dire con parole nostre e con il pericolo di essere meno chiari, quanto è già stato detto in modo così egregio, preciso e profondo dall’autore stesso? A noi di applicare questa esposizione teoretica della santità religiosa, alla vita vissuta misticamente da Suor M. Consolata.

5. La vita di Suor M. Consolata fu un attento servizio e divenne un autentico olocausto a Dio.

Il mondo, specialmente se inteso in senso biblico, cioè quello in cui domina la materia, quello contrapposto al regno dello spirito, crede di avere il monopolio dell’amore, ed è convinto che chi abbraccia la vita religiosa rinunci ad amare e sceglie questo genere di vita o perché incapace di amare, o perché tradito negli affetti più cari, o perché deluso ed abbandonato dall’amante, o infine, perché, carente delle doti di avvenenza indispensabili, non ha trovato nessuno che fosse da lui attratto e non intende passare il resto dei suoi giorni in solitudine. Ma non è affatto così, specialmente se si considera che il mondo, se non conosce Dio, non conosce il vero amore che è eterno, e corre dietro ad un amore incerto ed effimero, perché fondato sull’inaffidabile e mutevole capriccio della materia, sempre soggetta a irrimediabili trasformazioni e deterioramenti che la rendono fonte di cocenti delusioni. A questo amore dei sensi mutevole ed effimero, alle sue false gioie materiali rinuncia chi cerca il vero ed eterno amore, chi con cuore sincero e assetato di amore cerca Dio.

San Giovanni, nella sua prima Lettera, ci fa conoscere il vero amore: “…l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In Dio non c’è nulla di materiale, Egli è purissimo spirito.

Consacrandosi a Dio Suor M. Consolata ha scelto di amare l’Amore e di amarlo per sempre. Questa è vera e perfetta carità. Il mondo impoverisce e travisa volentieri il concetto spirituale di “carità” riducendolo al significato laico di “filantropia”, quando non lo mortifica e materializza in quello di “elemosina”.

S. Agostino, mirabilmente toccando le vette del lirismo, così esclama: “O eterna verità, o vera carità, o cara eternità, tu sei il mio Dio. A te io sospiro giorno e notte”. Gli fa eco il salmo 62 (63): “O Dio, tu sei il mio Dio, all‘aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida e senz‘acqua”.

La stessa vena poetica pervade le pagine autobiografiche di Suor M. Consolata che narrano la  sua vocazione. Scrive: “Avevo 21 anni quando ebbi fra le mani la ‘Storia di un‘anima’. Ricordo quella domenica sera, seduta presso la finestra del magazzino, alla luce che abbondante mi veniva dal lampione di Via San Massimo, assorta in quella lettura. E allo svolgersi delle pagine, la Luce Divina irradiava sempre più luminosa il mio spirito, e poi l’ora della Grazia. La Divina Chiamata, e poi ancora la ‘vocazione d’amore’! Oh! Sentii in quella sera che la vita d’amore di Santa Teresina potevo farla mia, e che essa corrispondeva pienamente agli arcani desideri del mio cuore. Sentii che la santità si faceva a mia portata e che questa Santa io avrei potuto imitarla. Ma ciò che più mi commosse, che mi fece scoppiare in pianto, fu la frase: ‘Mio Dio vorrei amarLo  tanto,  amarLo come non è stato amato mai!’. E il grido d’amore della Santa trovò eco nel mio cuore. E gli atti d‘amore divennero la mia giaculatoria esclusiva: ‘Mio Dio, io Ti amo’, ripetevo a profusione, e Gesù incominciò a inondare la mia anima di dolcezze sino allora sconosciute”.

6. Un servizio d’amore.

L’anima che scopre la sua vocazione d’amore crede fermamente di dover amare “Dio solo”, e nessun altro. Echeggiano ancora alle sue orecchie le parole di Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo, chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” . La stesura di San Matteo, meno drastica di quella di San Luca, non parla di odio ma più propriamente dell’intensità di amore (“Chi ama il padre o la madre più di me…”), tuttavia non cambia la portata della rinuncia.

Quale meraviglia poi quando si rende conto che amare Dio vuole dire mettersi al suo servizio, diventare nelle sue mani uno strumento valido e docile per rendere visibile la sua presenza nel mondo, e che questa presenza consiste nell’essere vicino ad ogni sua creatura per sorreggerla, confortarla, proteggerla, aiutarla, illuminarla, azioni tutte che sono una squisita prova di amore. Capisce allora che servire Dio comporta essere nel mondo gli ambasciatori della sua carità misericordiosa, vuol dire amare intensamente il prossimo in nome di Dio, non in nome proprio.

A questo proposito il teologo Aloysio Roclie ha scritto: “La maggior parte dei santi canonizzati aveva un cuore affettuoso e tenero. La vita religiosa non distrugge i nobili sentimenti della natura umana, ma li eleva e li sublima”.

Il prossimo, tutto il prossimo deve sentire l’amore delle anime consacrate come proveniente dall’alto, come dono soprannaturale in cui non c’è posto per i sensi ma per i migliori sentimenti, in cui la natura non deve sostituirsi alla grazia. Chi ama deve vedere e amare Dio nella persona amata, e chi è amato deve sentire l’amore di Dio in chi lo ama.

7. Un attento e concreto servizio d’amore.

Suor M. Consolata ha subito inteso l’amore come servizio a Dio e alle anime.

a) Le sue lettere ai familiari e parte di quelle indirizzate al suo Direttore spirituale rivelano la sua preoccupazione quasi esclusiva per il bene spirituale dei suoi cari. Li ha affidati proprio tutti alle cure di P. Sales, perché organizzi la Consacrazione delle loro rispettive famiglie al Sacro Cuore di Gesù, li avvicini ai sacramenti, converta i più lontani, convinca i recalcitranti ecc… L’intera famiglia patriarcale Betrone, con generi, nuore e nipoti, deve onorare Dio e salvare la propria anima. Testimonieranno le consorelle nella ponderosa biografia da loro curata: “L’affetto, la premura di Suor M. Consolata per tutti i suoi cari dimostrano chiaramente la bontà, la delicatezza del suo cuore e il suo amore per le anime. Amore divino e amore umano si avvicendano in lei, in una meravigliosa sintesi”.

b) Ancora: “Ella amò sempre di intensissimo amore anche la sua patria, l’ltalia, e ne seguì le vicende con gioia e con angoscia. E quanto spesso ne parla nel Diario! Soffrì a tal punto per le umiliazioni e le sventure della patria da meritarsi, nel settembre del 1943, il rimprovero del confessore della Comunità, che si era accorto della sua invincibile tristezza”.Ma anche la “Voce” sembra incoraggiare il suo amor di patria; Le disse il 28 novembre 1935: “Vedi, cara, un popolo povero generalmente è virtuoso, mentre all’opposto un popolo ricco, nell’abbondanza, è vizioso. Non temere per la tua patria: la povertà, i dolori, la purificheranno, la faranno più bella al mio cospetto, e quindi io l’amo di più e la proteggo contro tutti. No, non temere, voglio bene all’Italia, vi ho lasciato il Papa”.

c) Per Suor M. Consolata ogni sorella è Gesù. “Devo ricordare – scrive nel suo Diario – che ogni sorella è Gesù e che con voto mi impegnai ad amarla come Gesù: devo essere sempre un angelo di pace e non un angelo di giustizia e di severità per fare soffrire”. Anche per loro il suo amore è servizio: “Nei lavori gravosi c’ero sempre io – testimonia una suora – perché ero giovane, e Suor M. Consolata, perché era… Suor M. Consolata!”.

Scrive ancora P. Giuseppe Maria da Torino nella sua biografia: “Chi è per le consorelle Suor M. Consolata?”.

1929-1939: cuoca, portinaia, ciabattina al Monastero delle Cappuccine di Borgo Po.

1939-1945: cuoca, portinaia, ciabattina, segretaria a Moriondo”. Possiamo aggiungere anche un altro servizio di carità: quello di infermiera.

d) Con la Madre Badessa dopo un periodo di rapporti “tanto affettuosi e confidenziali...ora la ‘Voce’ (Gesù) chiede il sacrificio di queste intime effusioni”. Ella si sfoga con Gesù: “Parlare alla Madre! Quanto mi è costato! Gesù, sei tu che hai separato, tu hai innalzato fra Lei e me un muro che va facendosi di piombo...“. E il suo cuore trabocca: “Eppure l’ho amata, l’amo e l’amerò teneramente, sempre!”.

e) Dei suoi rapporti di fratellanza con Padre L. Sales suo direttore di spirito, secondo la volontà della “Voce” (Gesù) e con il permesso della Madre, dirà: “Riconobbi il divino volere e mi proposi sorella e fui accettata”. E spiega questa fratellanza come un servizio: “...nella S. Comunione chiederò a Gesù per Padre Sales ciò che chiedo costantemente ogni mattino per me: che ci privi della libertà di spiacergli e ci conceda la grazia di amarlo tanto...e di salvargli tante anime”.

f) La salvezza delle anime è il suo assillo costante, lo scopo pratico della sua vita, come il perdersi in Dio ne è lo scopo mistico.

La “Voce”, nel giorno della sua vestizione fra le Cappuccine, le aveva chiesto espressamente: “Non ti chiedo che questo: un atto continuo di amore”. Per questo atto incessante di amore Suor M. Consolata ha coniato “una formula semplicissima, che dal primo “Gesù, ti amo”…andrà man mano arricchendosi e sviluppandosi, pur conservando la sua estrema semplicità. Dapprima l‘anima Apostolica di Consolata aggiunge: “salva anime”. Più tardi nel suo immenso e filiale amore per la Mamma, come chiama abitualmente la Madonna. le fece aggiungere il “Maria” e la formula fu completa: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”.

Consolata nell’atto incessante di amore, ha trovato la sua vita, la sua gioia e al tempo stesso il suo martirio: la morte e l’annientamento totale di tutta se stessa”. Con queste parole l’anonima amanuense, anche a nome delle consorelle Cappuccine che hanno curato la voluminosa biografia più volte citata, ci introduce nell’ultima considerazione di questa nostra rievocazione di Suor M. Consolata, la quale fu:

8. Un autentico olocausto a Dio.

Che cos’è un olocausto? Sentiamone la descrizione dalla parola stessa del Signore: «Il Signore chiamò Mosè e dalla tenda del convegno gli disse: “Quando uno di voi vorrà fare un’offerta al Signore offrirete bestiame grosso o minuto...il sacerdote brucerà il tutto sull’altare come olocausto, sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore” - e poco dopo ribadisce ancora: “il sacerdote offrirà il tutto e lo brucerà sull’altare: olocausto, sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave per il Signore».

Olocausto è un termine della lingua greca che significa proprio “tutto bruciato”, “ridotto in cenere”. Il nostro Dio non vuole sacrifici umani cruenti, ma un cuore pentito ed umiliato come canta il Salmo 50, perciò il bestiame grosso o minuto sostituiva nei sacrifici la persona umana, ne prendeva il posto di vittima. L’annientamento spirituale dell’uomo veniva attuato sacrificalmente con la totale combustione della vittima designata.

I Maestri di spiritualità, come dice bene il già citato teologo Luciano Ravetti, parlano di olocausto spirituale. Trattandosi qui di Suor M. Consolata è d’obbligo specificare che il suo fu un olocausto totale nel senso pieno della parola, un annientamento spirituale ed una consunzione fisica così pronunciata da ridurre al nulla le sue povere ossa.

Gesù stesso l’aveva scelta come vittima senza difetto e senza macchia, gradita a Dio per la salvezza del mondo: “Fin dal 20 ottobre 1934 vede l’ombra di un Crocifisso e la “Voce” le dice: «Sono stanco di soffrire da solo...di portare da solo il peso di tanti dolori...Se tu, Consolata, ti dai a me perdutamente, se tu mi lasci compiere in te la mia Passione…». E in una sua pagina intitolata “Intuizioni” in cui riferisce i desideri e le promesse dì Gesù, scrive: ”Vuoi amarmi tu come nessuno mi ha amato e mi amerà mai? Ebbene, sì mi amerai così fino a morire d’amore e di dolore…”.

Ragazza sana e robusta, rotta alle più grandi fatiche, piena di energia e di iniziativa, fu come un fulmine a ciel sereno la notizia in Monastero della gravità della sua malattia. Nessuna tara ereditaria, nessun difetto congenito, nessuna debolezza costituzionale, il suo male è in un certo senso misterioso, frutto delle mortificazioni, delle rinunce, delle privazioni volontarie, specialmente del cibo in tempo di guerra, e del riposo per redigere sotto il vincolo dell’obbedienza i suoi diari, un male accettato con lo spirito di vittima, per salire con Gesù la vetta del Calvario e morirvi con lui.

Ci si aspetterebbe qui il racconto del suo doloroso ma glorioso tramonto. Sarebbe assai penoso per noi, che la stimiamo, l’amiamo e la sentiamo vicina, seguirla nel progressivo sfacelo del suo corpo. Ci consola sapere che mentre in lei la materia si consumava, cresceva a dismisura la sua statura e, nella santa morte, raggiungeva quella di Cristo. Con lui poteva alla fine esclamare “Consummatum est!” e non solo nel senso solito del “Tutto è compiuto” ma in quello più prezioso e più raro di: “Mi sono consumata - non ho più nulla - ho raggiunto il nulla!”. Così si compì l’olocausto di Suor Maria Consolata Betrone.

Si compì per noi, per la nostra salvezza. Ci pare di sentire la voce di Suor M. Consolata nelle parole di San Paolo: “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione…”.

Cerchiamo di non rendere vane per noi le sofferenze di Cristo e quelle similari dei suoi e nostri amici: i santi.

 

 

Monastero Sacro Cuore – 9 Aprile 2000
97° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI P. ANTONINO ROSSO O.F.M. Cap.

SE IL CHICCO DI GRANO CADUTO I N TERRA NON MUORE, RIMANE SOLO; SE INVECE MUORE PRODUCE MOLTO FRUTTO

Pare un controsenso che, proprio oggi in cui si commemora la nascita alla terra di Pierina Betrone, poi Cappuccina e serva di Dio con il nome di Suor Maria Consolata, sbocciata alla vita il 6 aprile 1903 a Saluzzo in una numerosissima famiglia, si parli nel Vangelo di morte.

Da tutti i tempi la Chiesa ha sempre commemorato i santi nel giorno ultimo della loro esistenza, che chiama: “dies natalis”, “giorno natalizio”. Ne era profondamente convinta Santa Teresa di Gesù Bambino a cui si è costantemente ispirata Suor Maria Consolata per tracciare la piccolissima via d’amore: infatti, all’età di 24 anni ormai disfatta dalla tisi - come la Cappuccina - con un quarto di polmoni ed emottisi quotidiana, scriveva a un “fratello” missionario in Cina: “Non muoio, entro nella vita”.

Dunque, questi due termini che sembrano escludersi a vicenda, vita e morte, invece si completano meravigliosamente.

Nel Vangelo di oggi (Gv 12.20-33) Gesù trae una breve parabola dalla seminagione: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12.24-25).

È stato calcolato che un chicco di grano può produrre una spiga ricca di ben cento chicchi. Come vedete, la vita nasce, si sviluppa e si moltiplica proprio grazie alla morte. Del resto la biologia è fondata sul principio che l’esistenza di un regno inferiore deve necessariamente estinguersi a beneficio di quello superiore: il regno minerale favorisce quello vegetale e questo il regno animale. Passando dalla biologia organica a quella dello spirito, si deduce logicamente che la materia è al servizio dello spirito. È il termine di “mortificazione cristiana”, volutamente ignorato nel linguaggio moderno: è l’espressione più appropriata che ci conduce allo sviluppo e alla maturazione del cristianesimo. Gesù lo aveva ribadito: “Chi perde la propria vita la salverà” e noi aggiungiamo “più rigogliosa e gioiosa”.

Il saggio direttore spirituale Padre Lorenzo Sales, ricordava giustamente questi principi a Suor Maria Consolata nella lettera del 25 febbraio 1944: “Come vedi il mio compito è di tenerti nella via per la quale Gesù vuole che tu cammini, senza lasciarti minimamente sbandare. Ecco spiegata anche la mia famosa lettera. Se Gesù non ti avesse detto le tante volte che ti vuole ‘annientata’ e che devi passare ‘inosservata’, potresti anche sfogare il tuo ‘zelo’; ma Gesù non vuole per ora. Tutto, anche lo zelo, deve essere annientato ora, deve morire sotto terra come il granello di frumento, per potersi poi esplicare a suo tempo ‘Urbi et Orbi’. Quindi permettimi che sia un po’ duro (lo sono sempre stato!) e che non rallenti le redini nemmeno in questi ultimi tuoi mesi o anni. Mi rincresce farti soffrire, ma tu sai le lezioni divine sulla direzione: che non è per conforto del cuore. Ricordi? Quindi approvo il tuo proposito di dare l’addio ai Fratelli, e aiutarli solo più con le preghiere e col sacrificio. Per te è necessario così: ciò che invece non sarebbe necessario per un’altra”.

In questo brano Padre Lorenzo Sales, figlio spirituale del Beato Giuseppe Allamano e suo primo biografo, ammette che i termini ‘annientata’, ‘inosservata’ e la direzione della Cappuccina affidatagli dallo Spirito Santo, siano espressioni e comportamenti un po’ duri, ma fa leva sulle ”lezioni divine sulla direzione: che non è per conforto del cuore”.

Nella Lettera ai Filippesi S. Paolo scrive: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio: ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5-8).

La lettera agli Ebrei, di ispirazione paolina aggiunge: “Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,7-9).

Quelle di Cristo e di Paolo sono parole dure a noi uomini abituati ad annacquare la Parola di Dio con slogan fuorvianti che tendono a svuotarla del vero senso: eppure non c’è salvezza che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo.

Perché nelle nostre chiese e sui nostri altari la Liturgia impone di togliere tutte le altre immagini e di innestare il Crocifisso? Perché dall’annientamento del Crocifisso è derivata la salvezza dell’umanità: quindi è inutile cullarci in certi pensieri e atteggiamenti che non sono cristiani, ma nemmeno umani.

Quando la gente viene a deporre ai miei piedi i propri dolori, io non ho altra soluzione che la Croce: “Vedete” - dico - “Dio ci ha tanto amato da sacrificare per noi il Figlio unigenito, nel quale trova tutte le sue compiacenze. Qui è l’amore immenso di un Padre che conosce tutte le nostre miserie umane e prova per esse una misericordia infinita. Fidiamoci di Lui che non vuole, né può tradirci. Che vede in noi, così cattivi e così deformati, l’immagine divina del Figlio “annientato”, “avvilito”, “disprezzato” proprio “per noi uomini e per la nostra salvezza”, come affermiamo nel Credo. Suggerisco anche di meditare e assimilare il Messaggio del Cuore di Gesù al mondo della Serva di Dio Suor Maria Consolata Betrone, compendiato in questi quattro principi fondamentali: “Credere all’Amore divino - Sperare nell’Amore - Confidare nell’amore - Amare l’Amore. Tutto attraverso il dolore nella prospettiva sicura della glorificazione eterna”.

Così il Messaggio può ridursi alle espressioni della “Voce” che, il 5 dicembre 1935, arpeggiava nel cuore di Suor M. Consolata i toni più delicati delle armonie divine: “Una vera mamma, per brutta che sia la sua creatura, essa non la ritiene per tale; per lei è sempre bella e così la riterrà sempre il suo cuore. Ebbene così, ma proprio così, è il mio Cuore nei riguardi delle anime. Anche brutte, anche infangate, anche sozze, il mio amore le ritiene sempre belle. E soffro quando mi si conferma la loro bruttezza e godo, viceversa, quando, entrando a parte dei miei sentimenti materni, mi si dissuade della loro bruttezza, mi si dice che non è vero, che sono belle ancora.

Lo so che è pietoso inganno: eppure, cosa vuoi: ho bisogno di credere così. Le anime sono mie, per esse ho dato tutto il mio Sangue. Comprendi, allora, quanto ferisce il mio Cuore materno tutto ciò che è giudizio severo, biasimo, condanna, anche se basato su verità, e quanto invece mi è di sollievo tutto ciò che è compatimento, indulgenza, misericordia?

Tu non giudicare mai, mai nessuno; non proferire mai una parola severa contro nessuno, ma consola il mio Cuore, distoglimi dalle mie tristezze, fammi vedere, con le industrie della carità, solo il lato buono di un’anima colpevole; e Io ti crederò e poi ascolterò la tua preghiera in suo favore e poi l’esaudirò. Se sapessi quanto soffro nel fare giustizia!

Usa anche pietosi inganni, in questi casi il mio Cuore ha bisogno di credere che non è vero che le mie creature sono così ingrate! E se tu cerchi di dissuadermi dicendomi che non è vero che quell’anima è così cattiva, infedele, ingrata, Io ti credo subito. Cosa vuoi, il mio Cuore ha bisogno di essere confortato così, ha bisogno di fare sempre misericordia, mai giustizia!”.

 


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 2000
54° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. DIEGO BONA
VESCOVO DI SALUZZO

LA MISERICORDIA DI DIO VERSO GLI UOMINI

La parola del Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 11,20-24) è una Parola severa: Gesù si sorprende e rimprovera i paesi sul lago: Corazin, Betsaida e Cafarnao. Essi erano stati i primi a ricevere l’invito alla conversione e a vedere i prodigi e i miracoli che Gesù compiva, eppure non avevano ascoltato.

Gesù è amareggiato proprio come la volta in cui, guardando Gerusalemme dalla collina degli ulivi disse: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23,37).

Possiamo domandarci come mai Gesù è così severo, forse vuol castigare, distruggere? In queste parole possiamo cogliere tutto quello che passa nel suo cuore ferito dall’ingratitudine degli uomini, sconcertato dal loro andare verso la perdizione.

Questo monastero è dedicato al Sacro Cuore: quando pensiamo al Sacro Cuore la nostra mente vede quell’immagine del Cuore di Gesù aperto verso di noi e fiammeggiante d’amore. La Santa Messa votiva al Sacro Cuore di Gesù di ogni primo venerdì del mese inizia con la significativa antifona: “Di generazione in generazione durano i pensieri del suo Cuore, per salvare dalla morte i suoi figli e nutrirli in tempo di pace”. È questa la preoccupazione di Gesù.

Questa sera noi ricordiamo una suora che è vissuta qui, in questo monastero e qui ha ricevuto le confidenze di Gesù, le ha annotate con cura e col tempo sono diventate un messaggio di amore per tutti noi. Suor M. Consolata ha ricevuto le confidenze di Gesù, ma ha risposto con uno straordinario atto di confidenza e di passione per le anime: la sua vita è una preghiera continua che si può riassumere nell’invocazione a lei tanto cara, “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”.

Sorprendono, leggendo a ritroso questo secolo che è da poco finito, le sue grandi contraddizioni: scoperte straordinarie accanto a violenze incredibili e qui pensiamo all’olocausto degli Ebrei, alla bomba atomica, a ciò che è successo in Bosnia o in Rwanda. Ma più sorprendente ancora è quell’impercettibile, robustissimo “filo della misericordia di Dio verso gli uomini” che attraversa questo secolo così travagliato: ideologie folli hanno cercato di cancellare dalla mente e dal cuore degli uomini il pensiero di Dio sostenendo che “basta l’uomo”, e Dio si è fatto più vicino, più insistente nell’annuncio del suo immenso amore. Dio ci viene incontro col cuore di Cristo sorgente di perdono e di grazia, da sempre certo, ma in modo particolare in questo secolo.

Molte anime come Suor M. Consolata ci hanno parlato della Misericordia: in Polonia all'inizio di questo secolo, è vissuta Suor Faustina Kowalska. Una suora semplicissima che nella sua vita religiosa ha svolto mansioni di cuoca, giardiniera e portinaia, nulla lasciando trapelare della sua intensa vita mistica, ma sempre pronta a sopportare ogni sacrificio per collaborare con Gesù a salvare le anime. Anche a quest’anima Gesù ha chiesto di annotare nel diario le sue confidenze che si sono rivelate uno straordinario annuncio di speranza, il messaggio dell’Amore misericordioso. Qualche anno dopo, a Collevalenza sulle colline dell’Umbria, è un’altra religiosa, Madre Speranza che trascorrendo ore ed ore in preghiera davanti al Crocifisso invitava tutti ad abbandonarsi a Gesù Amore misericordioso.

Più lontano da noi, al Monte Athos, la singolare esperienza del monaco ortodosso Silvano che è stato definito “un santo senza frontiere, un mistico della Chiesa universale ed eterna, un uomo diventato, da peccatore quale era, pura preghiera, audace intercessione per tutti gli uomini e tutte le creature, un monaco testimone dell’assoluto di Dio”. Nelle tenebre della disperazione spirituale, nella consapevolezza del proprio essere peccatore e nella convinzione di venire sprofondato all’inferno, Silvano ha incontrato la consolazione del Cristo in questa parola di luce: “Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare!”. Avvolto dall’amore di Dio, la sua esistenza si è trasformata in penitenza rigorosa e la sua testimonianza ha salvato migliaia di persone dalla disperazione; i suoi scritti sono tutti una lode alla misericordia del Signore per l’uomo peccatore. Dunque, la parola “Non disperare” è detta a tutti noi: è l’insistenza del Signore, la sua ansia, il messaggio della sua estrema carità.

Quasi contemporanea a Suor Faustina, è Suor M. Consolata Betrone: originaria di Saluzzo, in questo monastero ha vissuto una grande esperienza mistica. Che cosa diceva Gesù a Suor M. Consolata? Le manifestava il suo Cuore stracolmo di amore soprattutto per i peccatori, per quanti sbagliano e il suo desiderio che nessuno disperi, ma si tuffi nelle braccia della sua Misericordia, come un bimbo nelle braccia della sua mamma. Suor M. Consolata ha risposto con estrema generosità a questo dono divino offrendosi per le anime, accettando ogni tribolazione, pensiamo alle sofferenze spirituali con anni e anni di oscurità e lotte interiori e alla sua malferma salute culminata con la morte di tubercolosi. Tutto ha offerto per le anime, per i peccatori e in particolare per le persone consacrate in difficoltà.

Alla richiesta del Cuore di Gesù: “Consolata, tu lo sai che ti amo tanto! Vedi, il mio Cuore è divino sì, ma è umano come il tuo e quindi ho sete del tuo amore, di tutti i tuoi pensieri. Se tu pensi ad altri, siano pur persone sante, tu non pensi a Me. Sono geloso dei tuoi pensieri, li voglio tutti. Senti: Io penserò a tutto, anche alle minime cose, e tu pensa solo a Me; ho sete del tuo amore, quindi nessun pensiero…”,Suor M. Consolata ha saputo donarsi senza limiti di confidenza: “Gesù, voglio da questo momento fino alla morte non lasciare entrare un pensiero, uno scoraggiamento, una diffidenza. Gesù, voglio appena svegliata incominciare l’atto d’amore e continuarlo, malgrado tutte le tentazioni, sino a quando mi addormenterò la sera. Gesù, sempre col tuo aiuto voglio vederti, parlarti, servirti, in tutti; Gesù, voglio rispondere «sì» per ogni tua richiesta diretta o indiretta, per ogni sacrificio, per ogni atto di carità, e tutto compiere con amore e col sorriso. Gesù, voglio vivere il momento presente e questo momento in un atto d’amore, di totale dedizione al tuo divino volere, per Te e per le anime! Gesù, voglio con la tua grazia restare in pace e sorridere sempre, qualunque sia lo stato dell’anima mia. Gesù, col tuo aiuto, indietro non si torna più! E allora dovendo avanzare, perché trascinarmi? Perché far ridere il nemico con soste e fermate, con scoraggiamenti e diffidenze? No, non più! Voglio, col tuo aiuto, andare avanti! E quando cadrò lungo la mia via voglio – fidando in Te – rialzarmi immediatamente, anche se fosse la millesima volta e nell’ultimo istante della giornata, e riprendere energicamente il mio canto, come se nulla fosse stato. Gesù buono, benedici e conserva questa tua volontà in me!”.

Noi che cosa possiamo trarre da questi esempi di Suor M. Consolata e anche dai messaggi che la Misericordia ha messo sulla strada degli uomini? Io direi innanzitutto una fiducia grande, una fiducia folle nell’amore di Dio: qualsiasi cosa sia successa nella nostra vita, qualsiasi situazione vissuta, dobbiamo sempre ricordare che Dio ci ama e ci ripete: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).Questa certezza non deve abbandonarci mai, deve diventare una convinzione profonda che ci immerge nell’oceano d’amore del Cuore di Gesù.

Altro spunto da raccogliere, è non restare insensibili ed estranei alla forza dell’amore di Dio, ma lasciarci invadere e dilatare dalle meraviglie del suo amore. Terzo suggerimento dopo questo  incontro con Suor M. Consolata è, anche per noi, tenere viva la preoccupazione, l’ansia per le anime.

Due mesi fa, il 13 maggio scorso, il Papa a Fatima ha beatificato due fanciulli, Giacinta e Francesco: perché? Non perché hanno visto la Madonna, ma perché hanno preso straordinariamente sul serio quanto la Madre di Dio ha chiesto loro, preoccupata per il male compiuto dagli uomini, preoccupata per la loro sorte e per i castighi che avrebbero potuto abbattersi sul mondo. All’invito rivolto loro, Giacinta si è impegnata con la “penitenza” accettando di soffrire la sete, i cibi sgradevoli e la solitudine che l’ha accompagnata durante la malattia fino alla morte. Francesco invece, prendendo sul serio l’idea della preghiera lascia tutto per consolare con la preghiera Gesù “già tanto offeso”.

Questi atteggiamenti non sono infantili, come qualcuno potrebbe far notare: questi piccoli hanno tradotto secondo il loro livello di fanciulli, l’invito rivolto loro dalla Madonna. Suor M. Consolata ha tradotto da adulta, da consacrata, da monaca, lo stesso pressante invito: ma c’è spazio per tutti, anche per noi, cari fratelli. Prendiamo parte alla preoccupazione di Gesù perché le anime non si perdano, ma siano salve. Io credo che questo messaggio che si respira forte qui in questo monastero e che Suor M. Consolata ha tradotto nell’invocazione: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” non sia molto difficile da ricordare e che possa suscitare in noi tutta la luce e tutta la pace della Misericordia che il Signore ha voluto intrecciare e donarci in questo straordinario secolo. Sia lodato Gesù Cristo.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 1° Aprile 2001
98° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI PADRE CLAUDIO PASSAVANTI O.F.M. CAP

UNO SGUARDO D’AMORE

Saluto e ringrazio tutti voi, le monache per l’invito a presiedere questa Eucarestia nel ricordo di Suor M. Consolata. Sono stato ordinato presbitero da poco più di un mese; da diversi anni vengo in questo monastero a pregare e a “trovare” Suor M. Consolata e a lei che ha sempre avuto a cuore i consacrati (li chiamava con lettera maiuscola ‘Fratelli e Sorelle’), ho affidato i miei momenti di difficoltà. Questa è dunque un’occasione molto significativa per ringraziare il Signore e Suor M. Consolata tanto cara a me e ai concelebranti qui presenti che ne seguono la spiritualità.

Nel Vangelo di oggi (Gv 8,1-11) c’è una donna peccatrice, umiliata e disprezzata; Gesù, interpellato da scribi e farisei su questo caso di adulterio che secondo l’ordinamento mosaico comportava la lapidazione, contrappone il suo messaggio di misericordia e di perdono. Che cosa ha scritto Gesù per terra? È un particolare del racconto che ci trasmette una legittima curiosità. Vorremmo fissare quei segni attentamente per tentare di capirne il segreto che – siamo certi – dovrebbe racchiudere un messaggio di straordinaria forza rivelativa ed emotiva. Ma che cosa Gesù abbia scritto sulla sabbia, in due momenti diversi, non riusciamo a saperlo. Conviene perciò affidarsi più al cuore che agli occhi, dopo avere osservato la scena in cui la donna, accusata di adulterio, viene trascinata in giudizio davanti a Gesù. Forse Gesù, quando si curva la prima volta a scrivere per terra, vuole esprimere tutta la sua amarezza con una parola di denuncia che potrebbe essere questa: ORGOGLIO. Si sa che l’orgoglio è all’origine di ogni peccato. Qui il peccato di orgoglio che Gesù intende denunciare è soprattutto quello degli scribi e dei farisei, i quali hanno la presunzione di poter giudicare non solo chi ha trasgredito la legge, come l’adultera, ma anche chi non fosse disposto ad applicarne la severità.

Gesù, lo si vede chiaramente, dimostra di essere molto contrariato e amareggiato. Applicare rigorosamente la legge, la quale si occupa solo dei comportamenti esteriori, gli sembra una profonda ingiustizia. Come può la legge entrare nella povera storia dei cuori umani e ricostruire tutte le lotte interiori attraverso le quali può essere passata una persona prima di macchiarsi di un colpa? Giudicare al riparo della legge vuol dire credere di essere nel giusto quando invece bisognerebbe riconoscere che la verità morale di ogni persona appartiene a un altro giudizio in cui i veri protagonisti sono la voce di Dio e la voce della coscienza che si lascia interrogare da Dio.

Il giudicare nasconde sempre il pericolo di voler colpire negli altri le proprie colpe inconfessate. Quando la severità, che dovrebbe essere riservata ai propri peccati, viene trasferita sugli altri, può procurare la gratificante illusione di sentirsi “senza peccato”. Solo l’umiltà può aiutarci e permette di aprirci a una comprensione più fraterna e più solidale nei confronti delle colpe degli altri. Si passa allora accanto alle persone umiliate dalla colpa con il desiderio segreto non più di deplorare e condannare, ma, se mai fosse possibile, di assolvere e perdonare.

Quante volte Suor M. Consolata ha messo in pratica questo desiderio, cercando nella sua vita di essere l’umile strumento nelle mani di Dio per intercedere misericordia e perdono. Scrive il 13 agosto 1936: «Sì, o Gesù, voglio aiutarti a strappare da un’eternità straziante i miei poveri “Fratelli e Sorelle”, accetto di soffrire le pene dell’inferno, ma Tu serbami fedele a non rubarti un atto di amore e ad accettare la sofferenza minuto per minuto, ringraziando e continuando a cantare». E più tardi: «Mio Dio, confidando in Te, mi offro alle tentazioni di disperazione, affinché Tu, buono, conceda ai miei poveri e infelici “Fratelli e Sorelle” la confidenza per poter tornare al Tuo Cuore!» (27 agosto 1936).

C’è un’altra parola che Gesù, si può immaginare, ha voluto scrivere per terra, la seconda volta che si è abbassato a tracciare segni nella polvere. Questa parola è MISERICORDIA. Tutto il racconto celebra la misericordia in un modo così sorprendente e “scandaloso” che non si fa fatica a capire perché questo testo per almeno un secolo abbia trovato difficoltà a farsi accogliere nei Vangeli e finalmente sia stato ospitato in quello di Giovanni a cui certamente, per ragioni stilistiche, grammaticali e lessicali, non dovrebbe appartenere. Si pensi al disagio che potevano provare le prime comunità cristiane: c’era il pericolo di pensare che l’infedeltà coniugale non fosse un peccato particolarmente grave. Non si era capito subito che questo racconto è di una straordinaria bellezza proprio perché Gesù rivela il volto della misericordia di Dio, una misericordia che non si lascia arrestare da nessuna colpa, ma che ama rinnovare gli spazi della vera libertà e ricostruire i percorsi della vera gioia.

È bello vedere che Gesù solleva lo sguardo su quella donna solo quando gli altri hanno ormai cessato di far pesare tutto il loro disprezzo e la loro severità. Ora a quella donna a cui nessuno prima parlava e che rimaneva imprigionata nella sua colpa, segnata da un destino di morte, Gesù apre un nuovo avvenire donandole la possibilità di risorgere, di rinascere e di ripartire: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.

Mi sembrano perciò molto belle le parole che ho trovato nel diario di Jean-Yves Leloup: «A ogni parola ascoltata in confessione, ho potuto dire: “Anch’io”. Non una sola volta mi sono sentito meno peccatore della persona a cui dovevo trasmettere il perdono di Cristo: “Va’ in pace. La tua fede ti ha salvato”. Questa parola era anche per me che la dicevo. Non ho mai dato l’assoluzione a una persona senza riceverla anche per me stesso. La misericordia di un prete ha un suo segreto: egli sa di essere peccatore più di quelli che confessa».

Solo uno sguardo d’amore può compiere il miracolo di liberare una persona dai suoi fallimenti e dalle sue angosce. Ed è proprio questo sguardo d’amore che ha reso unica Suor M. Consolata. Lei che ha saputo rispondere di al suo Signore, al suo Sposo che ogni giorno le chiedeva di diventare vittima d’amore, di offrire – in ogni momento – il suo atto incessante d’amore. Scrive infatti nel diario il 20 settembre 1935: «Sì, Gesù, anch’io canterò, canterò sempre: nell’ora della lotta come in quella dell’amore, nell’ora della gioia come in quella del dolore, e così, proprio così, si consumerà la mia vita: amandoti e sacrificandomi. E il mio canto d’amore, i miei tenui sacrifici, attraverso il tuo Cuore, acquisteranno un valore infinito, e tu, nella tua condiscendenza ineffabile, ti degnerai di farli scendere quale pioggia di amore, di refrigerio e di misericordia immensa…» (20 settembre 1935). E ancora: «Qualunque sia lo stato d’animo, l’atto continuo d’amore vince tutto… e mi tiene in pace, serena, forte e… felice. Guai se cesso d’amare, allora tutto è desolazione!» (16 ottobre 1935).

La grandezza e il messaggio che rende Suor M. Consolata vicina ad ognuno di noi è proprio questo: una donna straordinaria che è andata alla ricerca di questo amore, da sempre, che non si è stancata di cercarlo mai. E quando l’Amore ha invaso e riempito il suo cuore, ecco che tutta la sua vita si è trasformata, tutta la sua vita è diventata una “follia” agli occhi di molti.

Quando si è innamorati molto spesso si fanno cose folli per conquistare l’amato. Ci sono pagine bellissime al riguardo nei suoi diari e nelle sue lettere che io ho avuto la fortuna di avere tra le mie mani e di trascrivere al computer per la prima positio da inviare a Roma: che grande grazia ho ricevuto!

Il quotidiano della nostra vita se è riempito d’amore cambia. Sarebbe una noia mortale se ogni giorno fosse uguale, l’amato per l’amata fa di tutto per rendere ogni giorno “unico” e “irripetibile”. Consolata ogni giorno ha saputo mettere il Signore, il suo Gesù con il quale colloquiava con frequenza, come “sigillo sul suo cuore”… come garanzia che Lui solo è il tutto della nostra vita.

Gesù disse a Suor M. Consolata: «IO PENSERO’ A TUTTO… FINO AI MINIMI PARTICOLARI, TU PENSA SOLO AD AMARMI». Questo invito diventi anche per noi programma di vita: allora le cose vecchie potranno passare e ne nasceranno di nuove, come ci ha ricordato il profeta nella prima lettura (Is 43,16-21) e potremo dire assieme all’apostolo Paolo, di essere stati conquistati da Cristo (Fil 3,8-14).

Carissima Suor M. Consolata, siamo in tanti qui per te, per ricordarti oggi. Siamo certi che dal Cielo stai partecipando e preghi con noi. Restaci vicina. Grazie perché sei entrata nella mia vita al momento giusto, continua a svolgere il tuo compito di “strumento” nelle mani di Dio. Spero di incontrarti presto assieme al nostro sposo Gesù.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 15 luglio 2001
55° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. LIVIO MARITANO
VESCOVO EMERITO DI ACQUI TERME

TUTTO PER AMORE

Nel brano di Vangelo (Lc 10, 25-37) che abbiamo letto, c’è la parabola del buon samaritano in cui Gesù risponde alla domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Poi dice come ci si deve fare “prossimo” cioè vicinissimi agli altri e in fondo spiega anche Se stesso. Gesù infatti raffigura chiaramente la sua missione attraverso questa parabola che diventa un insegnamento per ciascuno di noi indicando il cammino che deve percorrere il cristiano, la comunità cristiana, la Chiesa.

Fermarsi a curare quell’uomo che “da Gerusalemme a Gerico incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”, significa prendere l’iniziativa. Perché? Perché le scuse per evitare quel gesto di carità potrebbero essere tante - non l’hanno fatto gli altri, perché devo farlo io?; magari arriveranno altre persone più preparate di me per prendersi cura di lui -, i pretesti dunque non mancano mai per tirarsi indietro.

Gesù poi mette in evidenza la generosità del donare: il samaritano infatti dona il suo tempo al poveretto ai margini della strada, mentre gli altri viandanti pensano ai propri affari. Con attenzione, cura e sollecitudine si china su di lui e poi lo affida all’albergatore con una somma di denaro. Ecco la generosità, cioè il non misurare nelle situazioni di bisogno e arrivare a dare non soltanto le cose, ma anche noi stessi. Tutti abbiamo l’opportunità di poterci offrire: pensiamo alle persone ammalate e sole, agli anziani che hanno bisogno di compagnia, di attenzione, di essere considerati e a volte semplicemente di scambiare parole. Dobbiamo essere disponibili a dare una mano pensando che anche Gesù ha detto di fare agli altri ciò che vogliamo sia fatto a noi (Lc 6,31). 

La parabola evidenzia infine la gratuità e offre una grossa riflessione per noi, in questo mondo nel quale le persone si muovono quasi sempre solo per il denaro. Dobbiamo far esistere anche la bontà del cuore: in famiglia e fuori della famiglia è bene cogliere ogni occasione a nostra disposizione per compiere opere buone gratuitamente senza attenderci nulla perché il Signore ricompenserà Lui.

Ma questa stessa parabola può avere anche un altro significato e cioè descrivere l’amore di Gesù nei confronti dell’umanità raffigurata nel poveretto ai margini della strada, magari disperato, senza ragioni di vivere, tormentato da colpe passate, scontento di se stesso… povera umanità!

Ebbene Dio è come quel samaritano che dinanzi all’umanità malata, scontenta, ricca e infelice scende a compassione, offre in sacrificio suo figlio Gesù: solo attraverso questo intervento salvifico gli uomini possono capire perché Dio ci ha dato la vita, a che scopo, come deve essere vissuta e qual è la strada giusta che dobbiamo percorrere. L’umanità ha bisogno di ricevere amore, di essere sicura di questo amore e Dio, per darcene la prova, ha dato ad ognuno di noi suo Figlio. Siamo dunque amati da Dio, lo saremo per sempre, anche con le nostre mancanze perché Dio è così grande da volerci correggere e poterci perdonare. La nostra umanità viene sempre riconciliata con Dio. San Paolo ci dice (Col 1,19-20) che: “Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”.

La nostra salvezza è dunque Gesù che ci chiede di essere suoi collaboratori per aiutare i fratelli: oggi questa esigenza è molto forte perché il mondo è secolarizzato, senza fede, moralità, speranza e ha un immenso bisogno di essere preso per mano e accompagnato a Gesù che è il Salvatore. Siamo tutti chiamati a questa missione, non soltanto i preti, i consacrati e i vescovi, ma tutti noi battezzati siamo mandati a cooperare con Gesù perché tutti possano incontrarlo, credano, lo amino e lo seguano. Così ha fatto Suor M. Consolata: nell’umiltà e nel nascondimento ha avuto quell’intuizione fondamentale che è una grazia grande da chiedere anche noi: la certezza che Dio ci ama. San Giovanni dice (1 Gv 4,16): “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. Questa fede fondamentale ci deve aiutare in tutti i momenti difficili della vita: “Dio è con me, Dio mi vuole bene!”. Suor M. Consolata da questa certezza si sente ispirata fin da bambina: “Mio Dio ti amo!”. Si sente portata a capire, a collaborare con Gesù per salvare le anime: il suo amore, il suo continuo atto d’amore sarà sempre a favore delle anime. Ecco cosa scrive nel 1935: “Gesù, ricordi? Una sera dal tuo trono Eucaristico hai risposto al mio ardente desiderio di essere missionaria, che, come tutte le anime dell’universo ti appartenevano, così tutte le donavi a me, e come ti moltiplicavi in ogni Ostia consacrata, così avresti moltiplicato le mie povere preghiere e sacrifici…Te ne ricordi, Gesù?…Ebbene da quell’ora io sentii per ogni anima una tenerezza quasi materna… Ma, Gesù, se ogni anima mi appartiene, anche i cuori mi appartengono… Allora, Gesù, io intendo amarti tanto e incessantemente in ognuno di questi cuori, accetta questo amore universale e in ogni cuore vedi solo l’amore della tua piccola Consolata…”. Deve essere così anche per noi nel quotidiano svolgersi della giornata, tutto per amore, tutto per Gesù. È una preghiera: lunga, perché è tutta una giornata; breve, perché non stanca, ma solleva. Infatti le cose fatte per amore sono più leggere, riescono meglio, e noi diamo così a Gesù tutte le ore del giorno. O meglio, Gesù ci offre tanto tempo da trascorrere bene e noi lo restituiamo segnato dal nostro affetto, dal nostro amore per Lui.

In questa Eucarestia facciamo l’offerta di noi stessi impegnandoci nei nostri doveri giorno dopo giorno e ringraziamo Suor M. Consolata per la forza e la fedeltà alla sua missione di amore: ha accettato il nascondimento, le umiliazioni, l’annientamento consumandosi fisicamente: ammalata di tubercolosi fino all’ultimo “fiat” ha avuto la costanza di essere sempre se stessa davanti a Dio, in atteggiamento di eroica offerta. Preghiamola insieme alla Madonna perché ci guidino e ci aiutino nel cammino e nell’impegno di amore che oggi vogliamo intraprendere.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 7 Aprile 2002
Domenica della Divina Misericordia
e 99° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. ORESTE FAVARO

AMORE E ANIME

Siamo ancora nella gioia di Cristo risorto, oggi seconda domenica di Pasqua; in questa gioia vogliamo anche ricordare con gratitudine i 99 anni di nascita della serva di Dio Suor M. Consolata Betrone. Due circostanze che ci fanno più riconoscenti al Signore per i doni di amore di cui ci ha circondati e per i testimoni che ci ha donato per edificare la sua Chiesa.

La liturgia della Parola di questi giorni di Pasqua, ci fa assistere alla nascita della prima comunità cristiana il cui tratto fondamentale abbiamo visto da poco nella prima lettura (At 2,42-47), è l’essere assidui e concordi nella preghiera o nel tempio; questo atteggiamento di pietà è  pure caratterizzato dallo spezzare insieme il pane, gesto tipico delle comunità cristiane per indicare l’Eucaristia, segno della loro unione.

Il Vangelo di oggi (Gv 20,19-31) racconta due apparizioni del Signore risorto: una la sera stessa del giorno di Pasqua, «il primo dopo il sabato» e l’altra «otto giorni dopo». Gesù risorto è un Gesù visibile come gli apostoli e i discepoli l’avevano conosciuto prima della sua morte: si presenta a porte chiuse, in una condizione potrei dire, gloriosa. A volte non è subito riconosciuto dagli apostoli: sembra quasi che Gesù voglia educarli a disabituarsi alla sua presenza visibile e ad assuefarli alla sua presenza invisibile, quella nella quale resterà nella Chiesa per tutti i tempi fino alla fine del mondo.

Questa presenza invisibile si avvertirà soltanto nell’oscurità della fede, però non porterà minor gioia e minor certezza di avere Gesù con sé. Abbiamo letto infatti che cosa dice Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,29) e la stessa promessa di Gesù è contenuta nella seconda lettura che oggi è dalla Lettera di San Pietro dove l’apostolo scrive: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui” (1 Pt 1,8). Ed è proprio questa fede che ha fatto credere senza vedere, che salva. Avete notato la conclusione del Vangelo di Giovanni: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

Quindi la vita ci viene proprio da questa fede in Gesù, invisibilmente vicino a noi; ed è questa la grande testimonianza che oggi vogliamo cogliere in Suor M. Consolata Betrone. Consideriamo le varie presenze di Gesù in mezzo a noi:

-     Gesù è presente anzitutto nella sua Parola: è una presenza reale, autentica, perché Gesù è il Verbo di Dio, la Parola eterna che si è fatta carne e resta perciò presente nelle Sacre Scritture che la contengono;
-     Gesù è presente nell’Eucaristia, dove la sua carne e il suo sangue si danno a noi: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.” (Gv 6,35);
-     Gesù è pure presente nella comunità, in mezzo a noi: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20);
-     Gesù infine, come capo del corpo che è la Chiesa di cui tutti siamo membra, è presente in ogni anima che crede in lui e che lo ama sinceramente: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Ebbene, in Suor M. Consolata vediamo tutte queste presenze di Gesù in atto e molto si potrebbe dire: del suo amore per la Parola e per la meditazione; del suo amore per Gesù nell’Eucaristia; del suo amore per la comunità e per i fratelli in uno sconfinato orizzonte. A questo proposito possiamo leggere nel suo diario:

Che cosa fa Gesù nell’Ostia consacrata? Ama Dio e le anime… Ebbene, anch’io tua piccola ostia, voglio solo avere questa occupazione: amare Dio e le anime e tutto far convergere a questo durante i giorni d’esilio” (1936);
Gesù Eucaristia è il tesoro che mi è rimasto sulla terra!” (1936);
Nella santa Comunione lo circondo di tenerezza, lo accolgo con tanto amore, perché possa trovare in me il riposo. Insomma essere la sua Consolata” (1936);
Quando la lotta si scatena e il timore mi fa desistere dallo scrivere, Gesù mi fa aprire l’unico libro che mi ha lasciato, il S. Vangelo e leggo: «Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e così compiere l’opera sua»” (1935);
Amore e anime! Non perdere un atto d’amore, non perdere un’anima! Gesù, tutto il mese di novembre lo consacro perché nessuna anima debba morire senza il divino perdono, perché tu consoli ogni cuore che soffre, perché tu liberi tutte le anime sante del purgatorio, specialmente le più abbandonate, alle quali nessuno pensa… ” (1944).

C’è poi ancora quella particolare, intima presenza di Gesù «nel cuore dell’uomo» e qui Suor M. Consolata ci ha dato un esempio di cui dobbiamo esserle molto riconoscenti. Ha dato forma concreta al suo amore per Gesù che ci assicura: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Mt 28,20) in quella piccolissima preghiera “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”. È un atto d’amore, una via spirituale semplice, adatta anche ad anime “piccolissime”, a quanti cioè sanno di essere importanti non agli occhi del mondo, ma davanti a Dio che predilige tutti coloro che sono  miti e umili di cuore. Tutti possiamo ripetere facilmente e molte volte nella giornata, in ogni stato di vita, questo atto di amore “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”: anzi, intensificandolo, sgorgherà dentro di noi come una preghiera del cuore. Ricordiamo quel racconto anonimo del “Pellegrino russo” che prega “Signore Gesù Cristo figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”; anche qui il cuore si allarga alla salvezza di tutti gli uomini, invoca la pietà di Gesù, amico divino, dicendogli il suo amore; è una semplice invocazione di salvezza che nasce dall’amore per Dio e dall’amore per i fratelli.

Certamente l’atto d’amore di Suor M. Consolata “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” ha la sua origine in quella forte esperienza di Dio che lei stessa ha vissuto all’età di tredici anni mentre camminava per una via solitaria di Airasca: provò infatti una immensa gioia nel pensare che Dio le era tanto vicino nel dirgli: “Mio Dio, ti amo!” e nel ripetere molte volte questa espressione di amore.

Più tardi completerà questa formula aggiungendo all’Eterno Verbo di Dio, a Gesù, l’umile creatura di sua Madre a cui il Padre del Cielo, Dio onnipotente, affidò il Verbo fatto uomo e affidò anche la comunità primitiva: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!» (Gv 19,26-27).

Suor M. Consolata dice dunque il suo amore a Gesù e alla Madre sua affidando loro la salvezza di tutti gli uomini indistintamente, senza confini. Pensiamolo in questi giorni in cui l’odio sembra dominare sopra la terra e proprio nella terra di Gesù insanguinata dalla violenza tra fratelli di sangue. Suor M. Consolata in questa preghiera, in questo atto d’amore “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”, abbraccia tutti gli uomini della terra: abbraccia i cattolici e tanti sappiamo che non sono fedeli o poco credenti o che si stanno allontanando; abbraccia i fratelli cristiani separati dalla nostra santa Chiesa cattolica, gli ortodossi, gli evangelici che però sono già uniti a noi invisibilmente come dice il Papa, attraverso il corpo mistico di Cristo. Poi ci sono altri tre quarti dell’umanità che è ancora in larga parte lontana dal Signore; pensiamo ai musulmani, alle centinaia di milioni di atei, di non credenti, di non appartenenti a nessuna religione; pensiamo agli induisti, ai buddisti, alle religioni tradizionali dell’Africa e dell’Asia: quale moltitudine di uomini!

Ebbene, Suor M. Consolata con il suo “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” abbraccia tutti questi fratelli in una preghiera fiduciosa in Colui che può tutto. È una preghiera che confida nella forza onnipotente del Signore e che tuttavia non gli delega tutto, ma offre, proprio in quanto preghiera continua, in quanto sforzo direi crocifiggente, il proprio contributo. Infatti Dio ci vuole suoi collaboratori e non disdegna queste collaborazioni anche le più umili e le più semplici: anzi, la preghiera di Suor M. Consolata è un invito a farci anche noi miti e umili di cuore per trovare la pace nei nostri cuori come dice Gesù e per portare a tutto il mondo la pace. Gesù, Maria vi amo, salvate anime!


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 2002
56° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI PADRE FERRUCCIO BOROTOLOZZO O.F.M. CAP.
VICE POSTULATORE

VENITE A ME

Abbiamo da poco letto le parole di Gesù nel brano di Vangelo di Matteo (Mt 11,28-30). Per comprendere fino in fondo questo testo dobbiamo ricordare che Gesù non ha proclamato queste parole in un momento positivo, diciamo, della sua vita, ma in un momento in cui ha dovuto constatare, per così dire, quasi il fallimento del suo annuncio. Leggendo tutto il capitolo 11 di Matteo in cui sono collocati questi versetti, possiamo comprenderli meglio perché sono preceduti da alcuni avvenimenti. Gesù infatti ha predicato, ha compiuto guarigioni e improvvisamente si trova di fronte ad alcune reazioni accadute: Giovanni Battista è pieno di dubbi, non riesce a comprendere se quell'uomo che sta operando miracoli sia il Messia in cui lui ha creduto; i farisei sbalorditi e gli scribi si fermano di fronte a un comportamento di Gesù così fuori della norma.

La gente che è accorsa al seguito di Gesù presa dall'entusiasmo, a poco a poco lo lascia e Gesù si ritrova con pochi discepoli. È un momento che possiamo definire, quasi di insuccesso, ma  è anche il momento in cui Gesù sente il bisogno di trarre le conclusioni del suo impegno. Allora dal suo cuore sgorga un grido di lode al Padre: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” e il richiamo che abbiamo sentito proclamare da poco nel Vangelo: “ Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Ecco l’annuncio che Gesù ci ha portato: è l'annuncio del Regno di Dio, di un Regno che può essere capito e accolto solo da chi è piccolo, solo da chi è umile. Il primo ad essere piccolo ed umile è Gesù stesso che ha accettato il grande messaggio di Dio ed è venuto ad annunciarlo a noi. Ecco, soltanto chi è piccolo, chi è umile, può accogliere l'annuncio del Regno. E noi questa sera nella nostra preghiera, nel nostro ritrovarci insieme, ricordiamo Suor M. Consolata, una sorella che nel suo cammino di vita ha saputo essere piccola e docile: per questo ha potuto accogliere il messaggio di Dio. Infatti il Dio in cui noi crediamo è un Dio che è andato al di là della logica umana, non ha compiuto grandi prodigi per smuovere le coscienze, ma ha scelto di mettersi all'ultimo posto perché ogni uomo potesse scoprire, dentro di sé, la fiducia di essere un figlio di Dio. Questo è il grande messaggio legato alla piccolezza evangelica.

Tutta la parola di Dio, tutta la Bibbia ci riporta a questo concetto perché: “Così è piaciuto a te”. È la scelta scandalosa di Dio che si fa uomo per amore e per amare, che sceglie di mettersi all'ultimo posto perché ciascuno di noi possa trovarsi a suo agio, mettendosi in relazione con lui. È un Dio crocifisso e sconfitto, ma questo Dio crocifisso e sconfitto è la grande sfida che viene portata da Gesù al mondo, è la grande sfida che è arrivata alla nostra fede. Anche noi dobbiamo essere piccoli e umili per accogliere questo messaggio e per poterlo portare nel mondo: infatti  soltanto chi ha il cuore semplice può cogliere che l'agire di Dio è l’agire dell'amore, l'amore di un Padre che ha inviato suo Figlio. Credere vuol dire fare spazio nella nostra vita al Figlio di Dio, alla sua vicenda, alla sua storia. Quando noi facciamo questo spazio, lì abbiamo la vita eterna: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato. Gesù Cristo” (Gv 17,3) e: “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,45).

Mi pare che il cammino di santità di Suor M. Consolata che ricordiamo questa sera, sia stato un'esperienza profonda e intima di questa realtà. Suor M. Consolata ha visto Gesù e in Gesù ha scoperto la grandezza dell'amore del Padre. Lei è andata da Gesù perché ha accolto il suo invito:  “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Quante volte noi siamo affaticati e oppressi perché abbiamo riempito la nostra vita di preoccupazioni inutili, perché ci siamo dimenticati che Gesù è al nostro fianco e accompagna il nostro cammino e la fatica della nostra testimonianza? L'incontro che ciascuno di noi deve fare e può fare con Dio, è l'incontro più umano possibile, l'incontro che può darci veramente la sicurezza e la pace interiore, l’incontro che può farci rileggere ogni avvenimento, anche il più doloroso della nostra vita, in una luce nuova: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”.

Se noi ci incontriamo con Gesù, noi scopriamo il volto di Dio che è Dio di amore, Dio di  misericordia perché ama gratuitamente. Non siamo noi a dover fare grandi sforzi per cercare Dio e per trovarlo, è lui che si mette alla nostra ricerca e si fa trovare, è venuto nella nostra storia e ha portato fino in fondo il peso della nostra umanità. La Lettera agli Ebrei (Eb 4,15) ci ricorda che: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato”. Gesù ha fatto questa esperienza e tutti coloro che vogliono mettersi al suo seguito, sono chiamati a percorrere la stessa strada. Lui, il primo, mite ed umile si è fidato della chiamata del Padre e allora fidiamoci anche noi!

Proprio perché sperimentava in se stesso la grandezza dell'amore di Dio, proclamava questo suo amore per ogni creatura: questo amore fedele che non guarda alle nostre mancanze, ai nostri tradimenti, alle nostre infedeltà. Lui è fedele, è Padre misericordioso che aspetta il figlio, cerca la pecora smarrita e contro ogni logica umana, lascia le altre per trarla in salvo. Questo è il Dio nel quale crediamo, questo è il Dio umile che è entrato nella nostra storia, questo è il Dio che si è fatto conoscere e amare da Suor M. Consolata. Anche la pagina del profeta Isaia che abbiamo letto (Is 26,7-9.12.16-19): “… Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere, perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre” ci ricorda che quanto il Signore pone in mezzo a noi dà luce e quando noi incontriamo il Signore possiamo fare un passo in più.

Perché il giogo che Lui ci chiede di portare è un giogo leggero e dolce? Perché il peso che il Signore ci dà è di amare. E tutti noi ne facciamo esperienza quando siamo innamorati: nulla ci pesa, anche rinunce e sacrifici. In questo modo possiamo capire perché Suor M. Consolata ha scelto per sé, ha proposto e propone a tutti noi “la piccolissima via d'amore”, una grande via di santificazione.

In questi giorni leggendo il Diario sedicesimo di Suor M. Consolata sono stato colpito da una riflessione che lei ha fatto nel giorno del Giovedì Santo del 1943: “la salute m’ha impedito quest’anno le penitenze accentuate di questi giorni, e perciò mi sono accontentata di amare e di accettare con amore il sacrificio”. Vorrei chiedere al Signore per me, per ciascuno di voi che siete qui per celebrare questa ricorrenza di Suor M. Consolata, di saper fare nostra questa parola: mi sono accontentato di amare, non mi sono preoccupato di fare tante cose. Questo è l’insegnamento che riceviamo da Gesù, questo è l'insegnamento che è stato accolto da Suor M.  Consolata e che ci viene ridonato questa sera. Gesù le ha anche detto: “Soffriremo tanto, ameremo tanto, ma salveremo tante, tante anime”. La salvezza delle anime dunque non avviene che attraverso l'amore e l'amore produce sicuramente dentro di noi sofferenza, perché è dimenticare noi stessi per aprirci alla Parola e agli altri. Allora preghiamo il Signore che ci ha donato la sua Parola, perché ci faccia veramente sentire forti della sua Parola.

Siamo venuti a te Signore, questa sera, eravamo stanchi e oppressi, ma la tua Parola ci ha dato ristoro, il tuo insegnamento d'amore può aiutarci a scorgere un cammino diverso per la nostra vita, una relazione diversa con ogni essere umano, con ogni creatura che è dono di Dio, che è manifestazione del suo grande amore di Dio per noi. E in questo nostro riprendere il cammino della santità, Suor M. Consolata ci accompagni, Suor M. Consolata ci ispiri. Amen.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 5 aprile 2003
Centenario della nascita
della Serva di Dio suor M. Consolata Betrone

 
 

AMARE DIO NELLA NOSTRA VITA
OMELIA DI SUA EMINENZA CARD. SEVERINO POLETTO ARCIVESCOVO DI TORINO

Sia lodato Gesù Cristo!

Do lettura del telegramma del Sommo Pontefice in occasione di questa solenne celebrazione:

EM.MO SIGNOR CARDINALE SEVERINO POLETTO
ARCIVESCOVO
10121 TORINO

OCCASIONE CELEBRAZIONI PRIMO CENTENARIO NASCITA SERVA DI DIO
SUOR CONSOLATA BETRONE CLARISSA CAPPUCCINA SOMMO PONTEFICE
RIVOLGE BENEAUGURANTE SALUTO ET MENTRE AUSPICA CHE MEMORIA
DI COSI' SIGNIFICATIVA FIGURA DI RELIGIOSA ET APOSTOLA DELLA
MISERICORDIA DIVINA RAFFORZI NELLE CLARISSE CAPPUCCINE FEDELE
IMPEGNO PERFEZIONE EVANGELICA SUSCITANDO IN QUANTI PRENDONO
PARTE AT CERIMONIE EVOCATIVE GENEROSA TESTIMONIANZA CRISTIANA
DI CUORE IMPARTE AT VOSTRA EMINENZA CHE PRESIEDE SACRO RITO
AT MONACHE ET PRESENTI TUTTI IMPLORATA BENEDIZIONE APOSTOLICA
CARDINALE ANGELO SODANO SEGRETARIO DI STATO

Carissimi, ci troviamo questa sera nel Monastero delle nostre suore Clarisse Cappuccine per ricordare i cento anni della nascita della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone, morta a 43 anni nel 1946 e nata a Saluzzo nel 1903: quindi, cento anni fa.

Siamo qui per ricordarla, perché nella sua breve vita - 43 anni non sono molti! - ha saputo davvero orientare se stessa al Signore Gesù come siamo invitati a fare noi durante questa celebrazione.

Abbiamo ascoltato tre letture (Ger 31,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33). Nella prima, il profeta Geremia dice "Verranno giorni in cui Io stabilirò con voi un'alleanza nuova" (Ger 31,31). Qual è l'alleanza nuova che Dio ha stabilito con il popolo di Israele? Ai tempi del profeta l'alleanza era un segno profondo e spirituale che Dio voleva mettere nella coscienza, nel cuore di ogni singolo membro del popolo di Israele; non più soltanto una legge scritta sulla pietra o un patto legato a eventi straordinari esterni, ma dice il Signore "inciderò la mia legge nel vostro cuore" (Ger 31,33), nella vostra coscienza, perché capiate che questo vincolo d'amore è un vincolo spirituale, ma reale, tra me e voi, per cui ciascuno di voi, se sarà attento e riflessivo, si accorgerà della mia presenza, del mio amore, della mia vicinanza, e non avrete bisogno di istruirvi gli uni gli altri, perché ciascuno farà nella sua vita l'esperienza di Dio.

Il Signore dice che questa alleanza è frutto di un dono del Suo Spirito immesso in noi. E questa alleanza nuova, noi sappiamo che è annunciata da Geremia, ma che si compie in realtà con la venuta di Cristo sulla terra. Noi siamo in cammino verso la Pasqua, siamo già alla quinta domenica di Quaresima e, quindi, ci stiamo avviando alla meta: domenica prossima sarà già la domenica delle Palme e poi seguirà la Settimana Santa. Ci prepariamo alla Pasqua e lo facciamo ascoltando la Parola di Dio, convertendo noi stessi, rinnovandoci, purificandoci dai nostri peccati e attendendo i doni pasquali della vita nuova che ogni anno il Signore ci offre. È un Signore da contemplare però, risorto, vivo, presente in questa Eucaristia: ogni Eucaristia rende presente per noi quel fatto, quell'evento capitato duemila anni fa sul Calvario di Cristo che si immola per noi sulla Croce e che poi risorge e si dona a noi e ci dona il Suo Spirito e la promessa di una santità di vita attraverso il perdono dei peccati e la vita nuova.

Il testo Evangelico ci ha richiamato a questa attenzione centrale sulla persona di Gesù. Questi Greci che desiderano vedere il Signore e conoscerlo sappiamo chi sono; si sono rivolti agli apostoli che erano vicini al Signore e quando Gesù sente dire che ci sono delle persone che lo vogliono conoscere, presenta se stesso con l'immagine del chicco di grano. Vogliono conoscerlo, ma non basta che vedano la sua faccia, non basta che sentano la Sua voce: conosceranno chi Egli veramente è se capiscono, e quindi anche noi conosciamo veramente Gesù se riusciamo a capire che Gesù è venuto per morire, macerarsi come il chicco di grano caduto per terra; perché se il chicco di grano che cade per terra non marcisce, non muore, non diventa spiga, non fa frutto, resta solo. E allora Gesù dice tutto ciò per indicare quale sarà il momento in cui Egli si manifesterà, quando cioè sarà glorificato dal Padre.

"Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo" (Gv 17,1), aveva pregato nel Cenacolo. È l'ora della Sua Passione e Morte: in quel momento si capirà chi Egli è. L'aveva detto e nel Vangelo di Giovanni c'è questa espressione: "Quando avrete innalzato [da terra] il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono" (Gv 8,28). Qui Egli dice il Nome di Dio (=Io sono) per affermare: "Sono il Figlio di Dio". È il medesimo Gesù che abbiamo sentito dire, alla fine del brano Evangelico odierno: "Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me" (Gv 12,32), che significa: Crocifisso, attirerò tutti a me.

Carissimi, stiamo celebrando l'Eucaristia per vivere questa esperienza spirituale e sentirci attirati dal Signore Gesù crocifisso e risorto. È un Gesù che si è fatto uomo, che è entrato nella nostra realtà umana, nella nostra storia; è un Gesù che è venuto su questa terra per farsi carico di tutta la nostra realtà: Egli non ha peccato, perché Figlio di Dio, ma si è caricato dei nostri peccati e ha voluto provare tutte le situazioni difficili che le creature provano, comprese le situazioni di sofferenza, di passione, di morte, di malattia. Si è sottoposto a tutto ciò che è realtà umana, tranne il peccato: credo che il Signore si sia sottoposto anche alle conseguenze della guerra che si sta vivendo in Iraq o alle guerre che ci sono nelle altre parti del mondo. Questo non perché gli uomini giustifichino con i loro ragionamenti l'oppressione e la violenza sugli altri, ma perché gli uomini vedano sul volto dei loro fratelli il volto di Cristo e rispettino soprattutto la vita, insieme a tutti i diritti umani delle persone.

Dunque, Gesù si è sottoposto a tutto, anche alla morte, e "con forti grida e lacrime" (Eb 5,7) si è rivolto al Padre per essere liberato da morte. Vedete che anche Gesù come noi ha vissuto la paura della morte e, dice il testo, "fu esaudito per la sua pietà" (ibid.), cioè per questa sua confidenza e per questo suo abbandono al Padre: ma fu esaudito nel senso che è stato liberato da morte. Quando però chiedo ai bambini queste cose, loro mi dicono: Gesù è morto, non è stato liberato dalla morte! Sì, ma è Risorto: ecco la liberazione! La Risurrezione non è stata una liberazione nel senso che Gesù non sia passato attraverso la morte, bensì nel senso che è Risorto. Allora questo suo gesto di passaggio dalla morte alla vita e, quindi, questa sua vittoria sulla morte, indica che la morte è l'ultimo nemico che doveva essere debellato e che perciò non esistono più nemici nostri, perché il Signore ci ha liberati da ogni forma di nemici.

Vedete, la celebrazione Eucaristica di questa sera deve portarci a concentrare l'attenzione sul Signore Gesù e se siamo venuti qui in questo Monastero, è anche per incontrare il Signore rispecchiandoci nella testimonianza di questa suora, Suor M. Consolata Betrone. La sua breve vita, ci fa capire come è importante vivere per Gesù: GESÙ, MARIA VI AMO, SALVATE ANIME! Dunque, la sua vita è stata un atto di amore al Signore. Con impegno, sforzo e fatica è arrivata a dire, per esempio: in un mese mi sono distratta quattro o cinque volte nella preghiera. In un mese! Oppure: Ho avuto per cinque volte pensieri inutili. Non cattivi, inutili: in un mese! Per noi invece è tutto diverso: pensiamo, dall'inizio della Messa fino ad ora, quante volte ci siamo distratti? E non è passato un mese, siamo qui da mezz'ora!

Ecco una donna che ha fatto della sua vita un continuo desiderio di ricerca del Signore: anche la tormentata scelta della Congregazione è stata un abbandono al Signore, un'esigenza di penitenza, di purificazione per se stessa e per tutta l'umanità, una grande riparazione. Penso che abbia ben appreso la piccola via dell'infanzia spirituale di Santa Teresa del Bambino Gesù, morta pochi anni prima della sua nascita; Suor Consolata aveva infatti letto, ai tempi della sua adolescenza, il libro "Storia di un'anima" con le vicende spirituali della grande Santa, ora Dottore della Chiesa e aveva imparato a cogliere il Signore nelle cose semplici e ad amarlo intensamente.

Ci sono ancora delle Suore in questo Monastero, che sono vissute insieme a Suor Consolata. Ho chiesto loro quali cose ricordassero con più gioia e con più consolazione di questa Sorella. Mi hanno fatto esempi che sono normalissimi, nessuna mi ha detto di aver visto in lei atteggiamenti straordinari. Ecco, i santi sono persone con i piedi per terra, fuori dalle cose sensazionali; sanno bene che ci si santifica compiendo il proprio dovere. Per esempio, come Suor Consolata che faceva da mangiare e prima pensava alle altre suore poi a lei. se ce n'era, nei terribili anni della guerra.

Questo suo darsi agli altri, questo suo orientarsi al prossimo, mi diceva una Sorella che era in cucina con lei, ogni tanto la rendeva un po' impulsiva, immediata, ma sapeva sempre mettersi in ginocchio e chiedere perdono. Sapeva rivolgere al Signore Gesù la sua vita in qualsiasi circostanza e il parlare con lei, riportava sempre a Gesù.

Allora, carissimi fratelli e sorelle e carissimi confratelli sacerdoti che siete qui a celebrare con me la Santa Messa, perché siamo qui? Perché il Signore Gesù ci interessa, perché crediamo che Lui è il Figlio di Dio, il Salvatore; perché siamo convinti che Lui è da amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze in modo da poter poi amare il prossimo come noi stessi. Perché siamo convinti che la nostra vita, come la vita del mondo, migliorerà in proporzione al nostro crescere nell'amore di Dio.

Suor Consolata non ha tanti insegnamenti da darci, se non quello che è fondamentale: amare Dio nella nostra vita e abbandonarci a Lui con confidenza sentendoci come bambini nelle sue mani. Suor Consolata racconta nel Diario, che un giorno si era seduta a guardare una nidiata di pulcini e ad un certo punto prendendone in mano uno, sentì il suo cuoricino battere forte per la paura; lo accarezzò e poco alla volta tornò tranquillo: fece subito un paragone tra questo piccolo pulcino e la sua persona che, abbandonata nelle mani di Dio riusciva a sentirsi ancora più sicura e tranquilla.

Vedete, questa è una santità semplice, Suor Consolata non ha fatto nulla di straordinario. Il Papa ha canonizzato tanti santi e beati, perché ha un'idea particolare della santità che mi ha spiegato quando venne ad Asti ed io ebbi la gioia di accoglierlo per la beatificazione di Mons. Giuseppe Marello. Mi disse che era suo dovere fare l'ostensione, nel senso di esporre davanti al mondo la santità della Chiesa. La proclamazione dei beati e dei santi è infatti un far vedere che la storia della Chiesa è storia di santità: le caratteristiche fondamentali non di tutti, ma di tantissimi santi e beati, sono proprio quelle di persone che hanno vissuto l'ordinario della vita di ogni giorno in modo straordinario. Gesù stesso che cosa ha compiuto di straordinario? Certo, nella vita pubblica ha operato anche miracoli e la gente diceva di non aver mai visto nulla di simile, ma nei trent'anni a Nazareth, ha vissuto l'ordinarietà della vita. La sua gente è quella che con più fatica ha creduto che Egli potesse essere il Messia, a motivo di questa ordinarietà. Dov'è dunque lo straordinario nella vita di Gesù? Ecco: nel fare la volontà del Padre; solo in questo modo Gesù ha salvato il mondo.

Da Suor Consolata Betrone cerchiamo dunque di ricavare questo insegnamento. Celebriamo una Messa di ringraziamento per i cent'anni della sua nascita e chiediamo al Signore il dono della sua beatificazione, se Egli vorrà farci questa grazia. Impariamo però dalla santità di Suor Consolata che si diventa santi custodendo il Signore nel cuore e facendo la sua volontà giorno per giorno, secondo la nostra specifica vocazione.

Ci rimanga questo ricordo di Suor Consolata, mentre assicuriamo alle Suore la nostra riconoscenza per la loro presenza in questo Monastero e in questa città che ha ben tre Monasteri di clausura, come dicevo prima all'Assessore che rappresenta il Sindaco di Moncalieri. Queste presenze sono una benedizione particolare; le monache vivono nascoste, ma come antenne levate verso il cielo, implorano grazia per noi e per il mondo, in modo particolare oggi, in cui ricordiamo anche il tema della pace.

 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 luglio 2003
57° anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio suor M. Consolata Betrone

 
 

MISERICORDIA E CONFIDENZA,
IL TRIONFO DELL'AMORE
OMELIA DI SUA ECCELLENZA MONS. GIUSEPPE GUERRINI,
VESCOVO DI SALUZZO

Se aveste compreso cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio’, non avreste condannato persone senza colpa. La citazione del profeta Osea (6,6) ci mette davanti a una parola che riassume l’atteggiamento verso Dio: misericordia. Anzi, più radicalmente riassume l’atteggiamento stesso di Dio, potremmo dire la natura di Dio. Misericordia sono le viscere, le viscere materne, l’amore materno pieno di compassione, di tenerezza. Ecco, è il sentimento profondo, intimo, che lega due persone per un vincolo di sangue o per un vincolo di scelta di cuore. Misericordia è bontà, premura, attenzione, comprensione, perdono.

Nel brano che abbiamo ascoltato (Mt 12,1-8) nella citazione del profeta Osea, misericordia è contrapposta a sacrificio, cioè all'offerta di qualcosa al di fuori di noi o che ci appartiene, ma alla quale rinunciamo. Nell'antichità in genere si trattava di animali, ma anche di altri prodotti della terra, per esempio le primizie, i primi frutti del campo o dell’orto. "Misericordia voglio, non sacrifici", come dire: non mi interessa qualcosa che è al di fuori di te, mi interessa il tuo cuore, mi interessano i tuoi atteggiamenti profondi, ciò che davvero tu sei. Il senso di questa pagina del Vangelo è un rimprovero al formalismo, all'esteriorità, come in tante altre pagine del Vangelo. Diventa allora un invito ad andare nel profondo degli atteggiamenti, nel profondo di quello che la Bibbia chiama il cuore dell'uomo.

E tutta la vita cristiana è questo cammino di interiorità, cioè dall'esterno verso l'interno; un cammino di approfondimento, cioè, dalla superficie verso il nucleo profondo della vita delle cose; un cammino di verità da ciò che appare a ciò che effettivamente è. In questo cammino di interiorità, di approfondimento, di ricerca della verità siamo aiutati, si diceva prima, dalla esegesi, cioè dalla spiegazione della parola di Dio che ci viene attraverso uomini e donne che prima di noi hanno cercato di vivere in modo radicale il legame con Dio. L'esegesi, la spiegazione, la presentazione più efficace della parola di Dio sono i santi. Allora ci lasciamo un po' guidare da suor Consolata proprio nel cogliere meglio questa realtà della misericordia di Dio.

Forse lei avrebbe usato la parola confidenza, ma la sostanza è la stessa: è l'adesione piena, totale, assoluta di un amore con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta se stessa. "Mio Dio, ti amo": questa frase che a tredici anni le salì dal cuore mentre era per strada a fare commissioni ad Airasca, questa frase "Mio Dio, ti amo", riassume tutta la sua vita, tutta la sua spiritualità. Ma vorrei fare alcune sottolineature con semplicità, la semplicità e forse anche l'ingenuità di chi si è appena avvicinato un po' da lontano alla figura di Suor M. Consolata Betrone.

Quello di Suor M. Consolata è un itinerario di amore aperto a tutti perché anche possibile a tutti, con una predilezione per i piccolissimi che per Suor M. Consolata adolescente, impegnata in Parrocchia, erano davvero i bambini, in particolare le "piccolissime", le "beniamine" dell'Azione Cattolica. Ma poi questo aggettivo, piccolissimo, si è riferito all'atteggiamento del cuore: in sostanza alla capacità di dire sempre "sì" a tutto, vedendo in ciascuno Gesù, vivendo con un cuore riconoscente ogni momento della vita, cercando, fra due comportamenti, di scegliere sempre il più perfetto come criterio di cammino e di santità.

Quindi la piccolissima via è un cammino in cui tutti possono inoltrarsi, purché abbiano questa disponibilità di fondo, la disponibilità di dire "sì" sempre, quotidianamente. E ancora è un itinerario di amore che diventa dialogo abituale, colloquio profondo e intimo col Signore. Usiamo la parola contemplazione, cioè dove a un certo momento le parole non sono più necessarie e conta solo l'amore, conta solo appunto questo cuore che si dona e in mezzo alle vicende quotidiane, in mezzo alle occupazioni quotidiane, occupazioni molto pratiche. Suor M. Consolata riesce a vivere in questo atteggiamento di disponibilità totale, di dialogo, di colloquio al di là delle parole, dove certo ci sono anche parole, ma sono strumenti sempre inadeguati, insufficienti a dire il cuore, a dire l'amore, a dire la totalità, la radicalità di questo amore.

Quello di suor Consolata è un itinerario di amore aperto a tutti perché anche possibile a tutti, con una predilezione per i piccolissimi che per suor Consolata adolescente, impegnata in Parrocchia, erano davvero i bambini, in particolare le "piccolissime", le "beniamine" dell'Azione Cattolica. Ma poi questo aggettivo, piccolissimo , si è riferito all'atteggiamento del cuore: in sostanza alla capacità di dire sempre "sì" in tutto, vedendo in ciascuno Gesù, vivendo con un cuore riconoscente ogni momento della vita, cercando, fra due comportamenti, di scegliere sempre il più perfetto come criterio di cammino e di santità.

Quindi la "piccolissima via" è un cammino in cui tutti possono inoltrarsi, purché abbiano questa disponibilità di fondo, la disponibilità di dire "sì" sempre, quotidianamente. E ancora è un itinerario di amore che diventa dialogo abituale, colloquio profondo e intimo col Signore. Usiamo la parola contemplazione , cioè dove a un certo momento le parole non sono più necessarie e conta solo l'amore, conta solo appunto questo cuore che si dona e in mezzo alle vicende quotidiane, in mezzo alle occupazioni quotidiane, occupazioni molto pratiche. Suor Consolata riesce a vivere in questo atteggiamento di disponibilità totale, di dialogo, di colloquio al di là delle parole, dove certo ci sono anche parole, ma sono strumenti sempre inadeguati, insufficienti a dire il cuore, a dire l'amore, a dire la totalità, la radicalità di questo amore.

Ancora una suggestione che viene dalla narrazione della Pasqua che abbiamo ascoltato nel libro dell'Esodo (11,10-12,14), nella prima lettura: quel sangue dell'agnello posto sugli stipiti e sull'architrave della porta. Ebbene, suor Consolata porta tutte le mattine i fratelli e le sorelle lontani da Dio e li immerge nel Sangue di Cristo, questo sangue che salva, che libera, che redime o di questo Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo. È la Pasqua del Signore, per noi cristiani è la Pasqua che abbiamo sperimentato nella Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù. E allora, appunto, suor Consolata chiude nel tabernacolo a contatto col Cristo, Agnello di Dio, i suoi fratelli e sorelle lontani da Dio, convinta che solo l'amore di Dio può salvare, può convertire, può sconvolgere il mondo.

Mentre rendiamo grazie a Dio per il dono che ci offre attraverso questi modelli di vita cristiana, concreti e insieme sublimi, chiediamo di saper condividere questa esperienza forte e grande dell'amore di Dio. Non ha senso fissare lo sguardo su suor Consolata, come su ogni altro cristiano esemplare o su ogni altra figura di santo, se non in quanto deve esserci poi un riflesso sulla nostra vita, un riflesso proprio nella concretezza che dice: allora è possibile, allora questo amore di Dio vissuto concretamente, con fatica, con cadute e con riprese continue, è possibile.

Questa confidenza in Dio è possibile mantenerla anche in mezzo alle vicende di ogni giorno. Certo il contesto di vita in questi 57 anni - oggi appunto ricordiamo questo anniversario della morte di Suor M. Consolata - si è radicalmente modificato, ma la misericordia di Dio rimane in eterno. E allora tocca a noi vivere oggi in spirito di donazione e di contemplazione; tocca a noi, ognuno secondo la propria vocazione, mettere insieme questo sguardo contemplativo, innamorato di Dio, e questo sguardo di attenzione ai nostri fratelli. "Gesù, Maria vi amo, salvate anime".


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 Aprile 2004
Domenica della Divina Misericordia
e 101° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI PADRE GIOVANNI MANIERO

LA GIUSTIZIA DI DIO E LA SUA MISERICORDIA

Il giorno stesso della Sua risurrezione, il primo dopo il sabato, Gesù istituisce un sacramento dicendo: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi”. È il sacramento della Riconciliazione o Confessione. Perché Gesù, nel giorno più bello del suo trionfo, trionfo tale che dimostra che Egli è Dio e che la sua Passione è Passione efficace di salvezza, ha istituito il sacramento della Riconciliazione?

È molto importante riflettere su ciò, perché Gesù in verità vuole dirci: “Vedete, sono risorto, guardatemi bene”. Infatti, tale è il senso delle parole rivolte a Tommaso che oggi il Vangelo ci riporta (Gv 20, 19-31): “Tocca qua, metti le mani nel mio costato e non essere incredulo, ma credente!”, che per noi significano: “Voglio che risorgiate anche voi; sì, voglio che risorgiate anche voi, perché anche voi dovete essere dei risorti!”.

In questo stesso giorno, dunque, Gesù vuole che siamo dei risorti e S. Paolo ce l’ha ricordato domenica scorsa nella liturgia della Parola: “se siete risorti con Cristo dimostratelo, non con le parole, ma con l’esempio. Riflettiamo abbastanza, in questo periodo di Pasqua, che S. Paolo esige da noi questa dimostrazione? Quella cioè che, se siamo risorti, dobbiamo provarlo.

Come si fa a dimostrare se siamo risorti? Ci aiuta S. Paolo stesso, perché siamo povere creature. Che cosa dice? “Pensate alle cose di lassù, cercate le cose di lassù”. E invece, quante volte pensiamo molto di più alle cose di questa terra che alle cose di lassù! Quante sono le persone che non hanno tempo per pensare alle cose di lassù neanche la domenica? E dicono: “Io sono cristiano, cattolico, romano”. Fai presto a dirlo: dimostralo!

“Cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù dove siede Cristo alla destra del Padre”: ecco la nostra conversione. Passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, dalla morte alla vita, dalla mentalità umana alla mentalità divina, è essenzialmente necessario. Lo ha detto Gesù severamente a Pietro (neppure a Giuda lo dichiarò!): “Satana, vattene via - povero Pietro, chissà come si sarà sentito nel sentirsi chiamare ‘satana’, che però vuol dire ‘avversario’! -, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini, ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio”. Ecco la risurrezione nostra, quindi, e per essa ha istituito il sacramento della Confessione, attraverso il quale risorgiamo, perché il peccato è la morte e lì noi passiamo dalla morte alla vita.

Ma in forza di che cosa il Signore ci chiama, con questo sacramento, dalla morte alla vita? In forza della Sua Misericordia. Già nell’Antico Testamento c’è un salmo meraviglioso che ripete un ritornello bellissimo: “Eterna è la sua misericordia, eterna è la sua misericordia, eterna è la sua misericordia”. Da dove deriva questa misericordia? È importante saperlo. Come fa, infatti, Dio ad essere così misericordioso da dimenticare tutti i nostri peccati e gettarli in fondo al mare? In forza della Sua giustizia.

Sembra strano, ma è che qui dobbiamo convertirci. Tante volte noi ragioniamo della giustizia di Dio con il metro della giustizia umana: occhio per occhio, dente per dente; se lo merita, dunque gli sta bene. Non è così la nostra giustizia? Purtroppo non pensiamo secondo Dio. Cosa dice invece Dio di fronte agli uomini che peccano e che fanno del male? “A Me il giudizio, non a voi; voi guardate l’esterno, Io guardo il cuore. Voi certamente nella giustizia siete capaci solamente a puntare il dito, contro gli altri, ma non contro voi stessi”.

Ha cominciato così anche Adamo. Cosa disse al Signore? “È stata la donna che Tu mi hai dato!”: ha incolpato la donna e anche Dio. La donna è stata molto più buona, in quanto si limitò a riconoscere: “Mi sono lasciata ingannare, mi ha ingannata”. Dobbiamo allora riflettere: che cos’è la giustizia di Dio, in forza della quale Dio cambia la medesima in misericordia?

Cosa dice Gesù sulla croce? “Padre perdona loro, non sanno quello che fanno”. E anche mi pare che lo dica S. Paolo là dove afferma: “Se avessero conosciuto chi era Gesù - il Signore della gloria! - non lo avrebbero crocifisso”. Ora, pensiamo a chi ha fatto il male e che arriva addirittura ad essere di cervice dura. Nell’Antico Testamento, nel deserto, addirittura Dio dice a Mosè: “Basta, basta con questo popolo che non capisce niente!”. Ma lo disse per vedere la reazione di Mosè! Sapeva già, infatti, quale sarebbe stata la preghiera di Mosè: “Ma se fai questo, capita questo e questo” e l’ha ascoltato subito, desistendo dall’annientare quel popolo. In forza di che cosa? Proprio del suo “non capir nulla”, del suo “non sapere”, della sua dura cervice!

A un bambino molto piccolo, che non è capace di fare niente, cosa fa la mamma? Dice: “Se non capisce niente, bisogna aver pazienza”. Ebbene, aver pazienza significa non condannare. Ecco dunque la giustizia di Dio, che vede fino in fondo quanto siamo incapaci! “Non sanno quello che fanno”...Ed ecco allora come “giustizia e pace si baceranno”: come è scritto nell’Antico Testamento. Isaia è meraviglioso per questo aspetto della giustizia, e lo è anche S. Paolo, soprattutto nella Lettera ai Romani. Eppure noi tante volte sentiamo dire: “Hanno paura della giustizia di Dio, perché è così perfetto Lui che vede fino in fondo!”. Citiamo la paura e a volte qualcuno si sente annientato dalla giustizia di Dio. Sì, perché misuriamo con il metro della giustizia umana la giustizia divina. Sbagliatissimo, nonostante che la giustizia di Dio avrà anche un’esigenza.

È vero, in se stessa la giustizia ha un’esigenza, ma le esigenze della giustizia Dio le ha cambiate in misericordia in Gesù: ha patito su di sé tutti i nostri peccati, perché attraverso la sua sofferenza tremenda ha offerto alla giustizia di Dio ciò che essa esigeva e l’ha cambiata in misericordia. Bellissimo.

Cosa vuol dire, dunque, misericordia in poche parole? Amore che perdona. “Siate misericordiosi come il Padre vostro, e il Padre nostro è così misericordioso che addirittura cambia la giustizia in misericordia”, insegna il Vangelo. Come il Padre vostro, precisa! E io? Se noi riusciamo a comprendere questa misericordia, che è parte della Sua giustizia, e che ci dice di essere misericordiosi come il Padre nostro è misericordioso, certe cose nel mondo non avverrebbero mai e sarebbe veramente un mondo meraviglioso. Infatti, se veramente, almeno i cristiani, i battezzati, comprendessero che al male si risponde con il bene, con la misericordia (uno direbbe: eh già, perdona, perdona, e l’altro se ne approfitta! Ma qui siamo ancora nella mentalità umana, non nella mentalità divina), se veramente mi mettessi nella misericordia divina e usassi questa misericordia come la usa il Padre celeste, il resto lo farebbe: il Signore converte le anime e a Dio niente è impossibile, ma bisogna che io in quell’anima riversi la misericordia, che parta dall’amore, perché è l’amore che vince (Papa Paolo VI parlava della civiltà dell’amore). E Giovanni Paolo II piange e soffre perché gli uomini non vogliono capire che solo la misericordia salva il mondo, la civiltà dell’amore, non dell’odio!

Avete visto allora come è importante questo sacramento della misericordia istituito il giorno della risurrezione, perché se l’uomo risorge anche lui, come Cristo è risorto, allora l’umanità sorge, allora la società sorge, allora vince l’amore nella misericordia, come Gesù vince nella misericordia in ciascuno di noi. E la misericordia che ci porta a Lui, ci porta a cambiare; anzi, ogni volta ci aiuta a desiderare di cambiare. Ecco il motivo della confessione frequente: i santi anche tutti i giorni la praticavano. In forza di questa misericordia, il Signore stesso ci spinge ad aver fiducia in Lui e ad aver fiducia di cambiare. Cosi è anche per noi: se usiamo questa misericordia, presto o tardi l’uomo comprende, anche il nemico più grande comprende che deve cambiare.

Siamo nel tempo della misericordia; Gesù si manifesta nella Sua misericordia, perché c’è bisogno assoluto di misericordia per salvare il mondo. Abbiamo bisogno di cominciare con Cristo a mostrare la misericordia, allora il mondo cambia, perché la misericordia è amore che perdona. E passiamo alla nostra Suor M. Consolata della quale abbiamo qui il corpo. Leggiamo nei suoi scritti: “Consolata, un giorno il demonio ha giurato di perderti ed Io di salvarti. Chi ha vinto? Ebbene anche il mondo ha giurato di perdere ed Io giuro di salvarlo e io sai verrò non con tremendi castighi ma col trionfo della Mia Misericordia e del Mio Amore!” (Diario n.1 - 13 Novembre 1935). “Sì, salverò il mondo con l‘Amore misericordioso, scrivilo” (Diario n.1 - 16 Novembre 1935). “Non fatemi Dio di rigore, mentre Io non sono che Dio d’Amore!”.(Diario n.1 - 22 Novembre 1935). “Consolata, narra alle piccole anime, a tutti, la Mia condiscendenza ineffabile; di’ al mondo quanto Io sono buono e materno e come dalle Mie creature, in cambio, Io non chiedo che l’amore. Tu la puoi narrare, Consolata; narrala la Mia estrema Misericordia ed estrema materna condiscendenza”. (Diario n.1 - 27 Novembre 1935)

Pensa come è stolto il vostro timore di dannarvi: dopo che per salvare la vostra anima ho versato il Mio Sangue...Vedi, l’impenitenza finale l’ha quell‘anima che...ostinatamente rifiuta la Mia Misericordia, perché Io non rifiuto mai il perdono a nessuno; a tutti offro e dono la Mia immensa Misericordia; perché per tutti ho versato il Mio Sangue, per tutti!...Io sono buono, sono immensamente buono e misericordioso e «non voglio la morte dei peccatore, ma che si converta e viva»(Ez 33.11)...Vedi Consolata, il Mio Cuore è soggiogato più dalle vostre miserie, che dalle vostre virtù...Ricorda che solo Gesù sa comprendere la vostra debolezza, Lui solo conosce tutta l’umana fragilità. Consolata, questa colpa, di dubitare che, a motivo delle tue infedeltà, Io non compia le Mie promesse, tu non la commetterai mai, mai, mai; Me lo prometti, vero? Tu non mi farai questo oltraggio, perché Mi faresti troppo soffrire!...E quindi imita i bambini che, ad ogni lieve scalfittura a un dito, tosto corrono dalla mamma per farselo fasciare. Tu fa’ altrettanto, sempre, e ricorda che sempre Io cancellerò, riparerò le tue imperfezioni, infedeltà, così come la mamma sempre fascerà il dito malato” (Diario n. 1 - 15 Dicembre 1935). “Consolata, sì, chiedi il perdono sulla povera umanità colpevole, chiedi su di essa il trionfo della Mia Misericordia, ma soprattutto chiedi, oh! Chiedi su di essa l’incendio dei divino amore...”. Chiedimi l’amore il trionfo del Mio amore per te e per ciascun’anima della terra, che ora esiste e che esisterà sino al termine dei secoli. Prepara con la preghiera incessante il trionfo del Mio Cuore, del Mio amore su tutta la terra!” (Diario n. 1 -16 Dicembre 1935).

Ci sono certe espressioni di Gesù in cui ci fa capire la necessità della misericordia, la gioia della misericordia: “Si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte - cioè accetta la misericordia di Dio -, che per novantanove che non ne hanno bisogno”, dice la parabola del Vangelo: è la gioia della misericordia. La misericordia viene da Dio e quando l’uomo accetta la misericordia c’è gioia in cielo, e quando Dio dona la misericordia, quella misericordia si cambia in gioia in me, e in chi la riceve. Ecco la civiltà dell’amore come si costruisce.

Abbiamo compreso quanto sia importante questa domenica della Misericordia? Parte di qui la misericordia, da questo Vangelo della risurrezione. La prima cosa importante è la risurrezione: se “Cristo non fosse risorto, vana è la vostra fede e sareste da compiangere”, dice S. Paolo. Se Cristo non fosse risorto infatti, sarebbe come Maometto, come Budda, come Lutero, che non sono risorti. Ma Gesù è risorto e ci ha dato la misericordia.

Mentre celebravo la messa in un convento di suore, domenica scorsa, e c’era proprio questo Vangelo, riflettevo che Gesù è una persona che è viva, mentre Lutero è una persona che è morta. Sappiamo dov’è la tomba; anche di Davide è scritto: “Sappiamo dov’è la tomba”. Ebbene, queste suore non si sono consacrate e non hanno sposato un morto, ma un vivente che è Gesù. Vi piacerebbe sposare un morto? È ridicolo, E voi pensate che le suore abbiano sposato un morto? Hanno sposato il vivente. E noi amiamo un vivente, che è Gesù. Abbiamo bisogno di un vivente, che è Gesù. Il vivente. È risorto! Perché è il vivente? Perché in questa risurrezione ha dimostrato che è la misericordia: il vivente che ci fa viventi, attraverso il sacramento della confessione, da morti ci passa a vivi. “Non vivo più io, è Cristo che vive in me”, dice S. Paolo.

È il vivente che ci fa viventi. In forza di che cosa? Della Sua giustizia. Gesù, il Padre celeste ci amano così tanto che la giustizia la cambiano in misericordia. E Gesù ci tiene a questo. Con quante espressioni tramite Santa Faustina Kowalska il Signore ce lo ha detto: “Guardate la Mia misericordia, inebriatevi della Mia misericordia”. Questo dice Gesù perché di Sé dichiara: “lo sono misericordia e sono tanto grande nella Mia misericordia che addirittura quell’aspetto di cui voi avete paura, che è la giustizia, l’ho cambiato in misericordia”.

Fratelli, diamo al Signore la gioia di buttarci nella Sua misericordia, perché Gesù è il volto della misericordia del Padre. Diamogli la gioia di sentirci inebriati della Sua misericordia, talmente inebriati da versarla sugli uomini. Di questo oggi c’è bisogno, ricordiamoci sempre: eterna è la Sua misericordia; e questo ci spingerà - civiltà dell’amore - ancora di più ad amare la Persona che ci ama così tanto, ad amarlo e a piangere quando abbiamo offeso questa misericordia. Ecco i santi, ecco lo Spirito Santo che lavora in noi e ci dà il dolore dei peccati, il dispiacere dei peccati, il desiderio di andarci a confessare, di essere inebriati da questa misericordia!

Nella mia esperienza di confessore devo dire questo: quante volte sentiamo il pensiero, il desiderio di andarci a confessare e lo trascuriamo e lasciamo trascorrere anche mesi e qualcuno anche anni. Chiedo quando si confessano: “In questo tempo hai avuto il pensiero di confessarti?”. Il novantanove per cento risponde di sì. “Quante volte ti ha invitato la Sua misericordia e tu gli hai detto di no?”. Ecco i peccati di omissione: ho omesso una buona ispirazione, cioè quella di lasciarmi inondare dalla Sua misericordia. Quante volte l’abbiamo rifiutata? Oggi si fa più spesso la comunione che la confessione, ed è un brutto segno. Abbiamo bisogno della Sua misericordia. Accettiamo l’invito della Sua misericordia, andiamo a ricevere la Sua misericordia. La Sua misericordia è tale nel sacramento della confessione, che riversa su di noi, quando andiamo a confessarci, il Suo sangue, “sparso per voi e per tutti in remissione dei peccati”.

Dove riceviamo la remissione dei peccati? Nella confessione. Egli stesso ci invita a ricevere questo meraviglioso dono e lo rifiutiamo? Sembra più interessato Lui a perdonarci che noi a chiedere perdono, che siamo colpevoli. Facciamo tesoro di questa giornata della misericordia e cerchiamo veramente di pensarci e rifletterci: vivere in noi questa misericordia per essere testimoni della misericordia, secondo la parola di Gesù: “Siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli”. Allora il mondo cambierà, e avremo la civiltà dell’amore.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2004
58° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

"NON PASSARE, SIGNORE, NELLA MIA VITA
SENZA FERMARTI!"
Pellegrini verso l'eternità con Suor M. Consolata

OMELIA DI SUA ECC. MONS. PIER GIORGIO DEBERNARDI, VESCOVO DI PINEROLO

(Gen 18, 1-10; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42)

Marta e Maria sono due donne che esprimono le due direzioni complementari della vita cristiana: la contemplazione e il servizio, cioè i due volti dell'amore, le due fiamme che hanno origine dall'unico fuoco: l'amore.

Nella vita del discepolo di Gesù, della discepola di Gesù, non è possibile disgiungere queste due dimensioni. Come in Gesù, contemplazione e azione devono essere strettamente unite a modo di incastro. Separare l'una dall'altra vorrebbe dire rendere meno autentica e l'una e l'altra e in ciascuno di noi ci deve essere l'anima di Marta che sa accogliere e servire e l'anima di Maria che sa ascoltare la parola del Signore.

I verbi che connotano gli atteggiamenti di queste due donne sono squisitamente evangelici, anzi, se vogliamo, riassumono tutto il Vangelo: accogliere, servire, ascoltare. Marta accoglie nella sua casa e serve, Maria, ai piedi del Maestro, ascolta. Se pensate bene sono gli atteggiamenti di Gesù stesso, gli atteggiamenti della vita di Gesù, il Maestro. Gesù ascoltava la parola del Padre, è il Figlio prediletto: "Mio cibo è fare la volontà del Padre" (cf. Gv 4, 34).

Il fare presuppone l'ascolto e l'accoglienza. Tutta la vita di Gesù è stata accoglienza, anche di chi l'ha tradito. Così, la vita di Gesù è stata tutta servizio, fino al dono della vita: "Non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita per i fratelli" (cf. Mt 20, 28). Ciò che Gesù rimprovera in Marta non è l'accoglienza e il servizio, ma l'affanno e l'agitazione. Riflettiamo sulla conclusione del discorso della montagna, quando Gesù dice: "Non preoccupatevi, non affannatevi, non agitatevi". È questo che Gesù rimprovera a Marta, quanto cioè troviamo al capitolo sesto del Vangelo di Matteo con l'insegnamento: "Per questo vi dico, per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete, berrete, né del vostro corpo, di come vestirvi. Non vale forse la vita più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo, non seminano, non mietono né raccolgono eppure il Padre vostro celeste li nutre. E voi non valete più di loro?" (cf. Mt 6, 25-34).

Gesù rimprovera a Marta l'affanno e l'agitazione. Ebbene, sono in noi gli atteggiamenti di queste due donne? Maria sa incantarsi davanti alle parole di Gesù; qualche volta Maria ha sentito parlare Gesù e Gesù aveva familiarità nella casa di Marta e di Maria. Quante volte Maria ha sentito parlare Gesù, dunque, ma non si è mai abituata alla parola di Gesù. Ella rimane sempre stupefatta, ammirata, come se fosse la prima volta. Il Papa, in questi ultimi tempi, soprattutto in preparazione all'Anno Eucaristico, parla dello stupore davanti all'Eucaristia. Maria rimane stupita davanti alle parole di Gesù, come fosse la prima volta. E questo dovrebbe essere il nostro atteggiamento: tutte le volte che ascoltiamo la parola del Signore, dovremmo sentire in noi stupore e meraviglia, come se fosse la prima volta, perché Dio, il Signore, è la vita, è lo sposo e perciò chiede vicinanza, tempo e ascolto.

Marta sa accogliere e servire, e Gesù le dice: non affannarti. Ma Marta, davanti a noi, è l'immagine di colei che accoglie e serve. Soltanto chi ama sa vivere anche con eroicità questi due verbi: accogliere e servire. Penso a quell'anima mistica che è la beata Suor Teresa di Calcutta. In lei accogliere e servire sono espressioni e danno visibilità all'amore invisibile di Dio, al sedersi accanto al Maestro e ascoltare la sua parola per poi passare all'accoglienza e al servizio.

Marta e Maria non si oppongono, i loro atteggiamenti sono complementari. Marta non può fare a meno di Maria e Maria non può fare a meno di Marta, perché l'una e l'altra, i loro atteggiamenti, derivano da una stessa sorgente. Marta e Maria sono due modi di amare, due espressioni, due fiamme che partono da un unico fuoco: l'amore divino; due aspetti di un'unica beatitudine. Beati quelli che ascoltano la parola, beati quelli che la mettono in pratica, insegna Gesù (cf. Lc 11, 28).

Non potevamo avere una pagina più bella della Sacra Scrittura, del Vangelo, per ricordare la nascita al cielo della Serva di Dio Suor Maria Consolata; non potevamo incontrare in questa domenica una pagina più bella che ci aiutasse a illuminare la sua opera, la sua vita e il suo atteggiamento davanti a Dio. In lei tutto cominciò da un atto d'amore.

Cito dal suo Diario: "Un giorno che per commissioni mi trovavo in una via solitaria di Airasca, raccolta in me stessa pronunciai con tutto il cuore: - Mio Dio, io vi amo. E subito provai una gioia intima e grande, come sono tutte le gioie che vengono dal Signore. Quello fu il mio primo atto d'amore". E poi questa giaculatoria: "Mio Dio, io vi amo", si allunga in: "Gesù ti amo, aumenta l'amore mio per Te". Amare Gesù fino alla follia: sono espressioni che noi troviamo nelle lettere al suo direttore spirituale, e follia vuole follia. È la piccolissima via d'amore, che ha la sua sorgente in Dio e sfocia nell'amore del prossimo. Il desiderio di amare diventa così grande, che Suor Maria Consolata non vuol perdere nessun atto d'amore, nessun atto di carità, di virtù da una Comunione all'altra. Tutto nella sua vita deve essere atto d'amore. Davvero, partendo dalla Comunione, partendo dall'Eucaristia in lei la liturgia diventa fonte e sorgente, vertice di tutta la sua vita d'amore: la piccolissima via d'amore.

Ancora due pagine che ci fanno capire come quest'unico amore, l'amore di Dio, che ha plasmato la personalità di Suor Maria Consolata facendola crescere fino alla statura di Cristo.

Nella prima, vi sono alcune espressioni tratte da una lettera del suo Padre spirituale datata 14 luglio del '39. Il suo Padre spirituale le scrive: "Sì, per te, a condurre a buon termine la tua missione di vittima «unum est necessarium» (una cosa sola è necessaria): l'atto incessante di amore verginale. Non smarrirti in altre vie, non disperdere le tue forze spirituali nel cercare altri mezzi, non attingere luce, gioia e forza da altre fonti. Solo e sempre, in tutte le condizioni di spirito, attraverso tutte le lotte, in tutte le angosce del cuore e dello spirito: l'atto incessante d'amore verginale. Questa croce, secondo le stesse divine promesse, ti aiuterà a portare tutte le altre. - E poi aggiunge - Sta avvicinandosi l'ora in cui avrà il suo pieno avveramento il sogno che facesti una notte: sola, povera bimba, sui flutti del mare in tempesta, nelle tenebre paurose.. ma l'occhio fisso al cielo, ad un unico filo di luce: l'atto incessante d'amore. Sì, carissima figlia, tieni fermo a questo. Salvalo, l'atto incessante d'amore, in mezzo alla tempesta d'occhio che il demonio ti sta preparando, e che Gesù permetterà; e anche quando ti sembrerà che tutto sia perduto, la fedeltà all'atto incessante d'amore, portata al più alto eroismo, ti condurrà salva in porto...Poi il «non perdere un atto di carità» da una Comunione all'altra. Oh, questo sì che ti costerà realmente ed esigerà l'eroismo!". La vita di Maria si è realizzata in Suor Maria Consolata con l'amore di Dio vissuto nella piccolissima via dell'amore che porta a Dio, passando attraverso l'amore del prossimo.

La seconda, è una lettera di Suor Maria Consolata al suo Padre spirituale datata 2 agosto del 1939: "L'atto d'amore, unico tutto e il darmi a tutte formano la mia vita. (In questa espressione abbiamo Maria e Marta) Non so se provvisoriamente o stabilmente sono cuciniera. Anche qui il campo di rinunce e di carità è senza limiti. Nel fondo del cuore, vi è un desiderio infinito di solitudine, e nelle ore libere mi sono cercata un angolo della casa, per il mio mestiere di calzolaio. Ma una sorellina inferma mi ha scoperta, e viene a passare con me le ore, rubandomi così l'unica felicità. Cambiare luogo? Bisognerebbe ricorrere alle cantine, e non mi pare conveniente.

Vedere Gesù in tutte! E sopportare anche se quelle chiacchiere inutili mi danno tanta e tanta noia. Ma un atto di carità supera tutto. Essere, e farmi la serva di tutte. A volte la natura sembra insorgere, e sembra di viziare le sorelle, nell'aggiustare i sandali nei minimi particolari, mentre potrebbero benissimo farselo loro. Però mi sembra, e mi attengo a questo, che per me è bene accumulare tesori di merito più che posso. Le altre si aggiustino. A me conviene fare bene i miei interessi. Perciò sempre « sì » senza guardare in faccia".

Sempre « sì », nella certezza che tutto quello che si fa, si fa per amore di Gesù: ecco la sintesi di Marta e di Maria, di queste due fiamme che si intrecciano, ma nascono da un unico fuoco, il fuoco dell'amore di Dio.

E vorrei fare un riferimento anche alla prima lettura, alle parole di Abramo davanti al Signore che si manifesta in questi tre personaggi, i tre angeli che bussano alla sua tenda: "Non passare, Signore, senza fermarti!" (cf. Gen 18,3). Nella vita di Suor Maria Consolata il Signore è passato e si è fermato e in lei ha compiuto meraviglie. Dobbiamo dirlo anche noi questo, sono le parole di Abramo, sono le parole delle anime piene di Dio: "Non passare, Signore, nella mia vita senza fermarti!".

A volte ci sembra di non avere tempo, a volte siamo anche noi presi dai tanti affari, eppure, in mezzo alle nostre preoccupazioni, dobbiamo ripetere questa preghiera di Abramo, la preghiera dei santi, la preghiera di Suor Maria Consolata: Signore, non passare dalla mia casa senza fermarti. E allora, solo se amiamo riconosciamo la visita di Dio; solo se amiamo sappiamo aprirgli la porta appena Lui giunge e bussa, sappiamo aprire la porta del nostro cuore, sappiamo aprire il nostro cuore all'amore del prossimo. È questa la grazia che, per intercessione di Suor Maria Consolata, vogliamo chiedere questa sera: che anche in noi la fiamma dell'amore di Dio e la fiamma dell'amore del prossimo si intreccino, che la fiamma dell'amore di Dio risplenda attraverso un amore più forte, più generoso al nostro prossimo. Allora davvero saremo discepoli e discepole del Signore, perché in noi ci sarà lo spirito di Maria e lo spirito di Marta.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 3 Aprile 2005
Domenica della Divina Misericordia
e 102 ° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON MICHELE MAGNANI

L’AMEN DI DIO SULL’UOMO: LA MISERICORDIA

Oggi, seconda domenica di Pasqua, è la domenica della Divina Misericordia e ci troviamo nel monastero dove Suor M. Consolata Betrone ha vissuto in profondità il messaggio della Misericordia di Dio Padre per l'umanità intera.

Ma stiamo vivendo anche una giornata molto particolare, il lutto per la morte del Santo Padre Giovanni Paolo II. Crediamo che tutto rientri nella Provvidenza di Dio e che tutto sia da vivere continuamente nella logica dell’amore per Dio e a Dio. Quindi cogliamo anche questo evento, che ha toccato il cuore del mondo intero, con la sofferenza per la perdita di un grande esempio, ma anche con la forza di chi cerca di coglierne il significato più profondo.

La morte del Santo Padre, in questa domenica della Divina Misericordia, e i suoi ultimi mesi di grande e silenziosa sofferenza, sono un segno eloquente, l'ultimo messaggio, direi il testamento, che Giovanni Paolo II ha lasciato alla sua Chiesa e al mondo intero. Ha concluso la sua esperienza terrena con la parola "Amen" sigillando così il suo abbandono a Dio, termine di una vita vissuta come liturgia di lode e di servizio alla Chiesa. Ora questa liturgia continua nella piena comunione col Signore.

Ricordiamo come Giovanni Paolo II, esattamente 10 anni fa, celebrava questa Festa della Misericordia del Signore: quell’anno era il 23 Aprile 1995, domenica successiva di Pasqua. Dieci anni dopo il Papa muore lasciandoci una grande testimonianza che corona tutti i suoi 27 anni di lungo e fecondo Pontificato: il suo passaggio alla vita eterna costituisce e riepiloga il cuore del messaggio evangelico, l’amore di Dio che si esprime attraverso la Sua Misericordia. Giovanni Paolo II già nel terzo anno del suo Pontificato donava alla Chiesa un bellissimo documento, la Lettera Enciclica “Dives in Misericordia”, e successivamente ha canonizzato Suor Faustina Kowalska, eloquente testimone della Divina Misericordia.

In questo giorno di Risurrezione, in questa seconda domenica di Pasqua, siamo chiamati a contemplare le meraviglie dell'Amore misericordioso di Dio e lo facciamo con l'aiuto di una storia che ci precede: i profeti in passato e Cristo con la sua parola e il suo esempio, nella pienezza dei tempi.

Da sempre, già con lo stesso atto della creazione, Dio ha rivelato il suo Amore misericordioso. Lo ha manifestato poi lungo i secoli aggiungendo di volta in volta nuove sfaccettature all'altezza, alla profondità, all’ampiezza del suo amore e lo ha fatto rispettando le capacità di comprensione dell'uomo.

Vediamo nella Genesi come l’uomo, dopo il peccato, si allontana dalla grazia di Dio: allora il suo cuore indurisce e lo stesso linguaggio di Dio, quindi, si fa molto duro. Quando Caino uccide Abele, Dio misericordioso vorrà proteggere Caino e gli metterà un segno sulla fronte: questo segno sarebbe stato un riconoscimento e se qualcuno gli avesse fatto del male, avrebbe ricevuto una punizione pari sette volte al danno fatto a Caino. Nel testo di Genesi 4,10.11.15 leggiamo che il Signore disse: «“Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello…Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato».

La storia continua: attraverso i profeti e le persone che ha suscitato nel suo popolo, Dio ha voluto condurlo in un cammino di purificazione per comprendere sempre di più il suo amore. E così nel 1300 a.C. circa, il Signore detta a Mosè una legge ancora più misericordiosa della prece-dente, che chiede di vendicare un torto ricevuto con la stessa pena avuta: è la legge del taglione nella quale, perché non siano troppo crudeli nella vendetta, si dice “Occhio per occhio, dente per dente” (Lv 24,13.18-22).

Col passare del tempo, Dio continua questo cammino e chiede al popolo una purificazione sempre più grande. Giunti alla pienezza dei tempi Gesù rivela un passo inaudito. Lo scrive Matteo nel capitolo 18,21-22: «Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”».

Pietro è sicuramente il più intuitivo e azzarda, come ha già fatto in altre occasioni, delle ipotesi interpretando il pensiero di Gesù. Pietro viene a rovesciare la legge prevista all'inizio della storia umana sostituendo alle sette vendette sette perdoni. Ma la risposta di Gesù è assolutamente radicale, perché dice: No, Pietro, non bisogna perdonare 7 volte ma 70 volte 7. Vuol dire che la misura del perdono, la misura della Misericordia di Dio, così come è concepita e rivelata in Gesù, è assolutamente infinita, è una Misericordia inaudita che non conosce misura.

E da allora ad oggi naturalmente non abbiamo altre rivelazioni ulteriori, perché già questa è la massima misura dell’amore di Dio che in Gesù trova il suo compimento più grande. Non è possibile perdonare, non è possibile vivere la Misericordia più di quanto Gesù stesso abbia vissuto col suo esempio e coi suoi gesti: tutta la sua vita, addirittura il momento cruento della Croce rivela, più che altri, proprio l’esperienza della Misericordia di Dio, dell’amore di Dio.

Non solo con la testimonianza dei profeti e degli apostoli e, come leggiamo nel Vangelo di oggi (cf. Gv 20,19-31), con Tommaso apostolo, che vuole toccare i segni dell'amore misericordioso del Signore, ma anche con la storia dei santi. La storia continua con la Chiesa, la storia continua fino a noi oggi, e vi sono i santi che hanno avuto doni particolari, illuminazioni sul tema della Misericordia di Dio. Essi non aggiungono nulla al messaggio di Cristo, ma ci aiutano ad aprire nuovi orizzonti soprattutto nei momenti storici che stiamo vivendo oggi. Penso che l’esperienza di questi santi sia un po’ la stessa esperienza di Tommaso: hanno toccato da vicino il costato di Cristo, l’amore del Signore, hanno avuto un rapporto più profondo con Lui. Noi dovremo accontentarci: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,29). Noi non abbiamo vissuto l’esperienza di Suor Faustina Kowalska, né quella di Suor M. Consolata Betrone, ma attraverso la loro testimonianza dobbiamo credere per entrare più profondamente nel messaggio di Dio. Questo vale anche per noi oggi.

E sicuramente il motivo per cui oggi ci troviamo qui, nel monastero del Sacro Cuore, è anche questo: quello, cioè, che crediamo che qui sia avvenuto qualcosa. Crediamo che Suor M. Consolata abbia avuto di fatto un dono particolare non solo per se stessa, ma per tutti noi: il dono della “piccolissima via” e dell’abbandono, dell’entrare più profondamente in confidenza con Dio, di un sì detto a tutti e a tutto. Ebbene, nella vita di questa nostra Sorella, cogliamo in primo luogo il messaggio di mettere sempre di più Dio al centro e prima di ogni persona e prima di tutto: al centro, nonostante gli eventi, nonostante gli errori e i peccati che ogni persona può avvertire in se stessa.

In un messaggio del 22 agosto del 1934, Gesù chiede a Suor M. Consolata di non pensare più a se stessa, neppure per le cose più nobili, ad esempio come poter diventare santa; dovrà solo preoccuparsi di amare il Signore, entrare sempre più in confidenza con Lui, vivere alla Sua Presenza. Senza questa immersione totale nella comunione con Dio, non è possibile scorgere il Suo Volto Misericordioso, perché questo è ciò che di più profondo esista nella esperienza di Lui. E l’esperienza dell’abbandono in Dio porterà Suor M. Consolata a sperimentare una misura non misurabile: il “70 volte 7” di cui abbiamo parlato prima. L’amore di Dio, la misura non misurabile dell’amore di Dio è goderne frutti di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mitezza e di dominio di sé.

Entrare profondamente nel Cuore di Dio significa anche entrare in profondità nel cuore dell’uomo cogliendone tutta la dimensione di precarietà, di miseria, anche di peccato: nello stesso tempo permette di cogliere tutta la grandezza del suo essere fatto ad immagine e somi-glianza di Dio. Sperimentare l’amore misericordioso di Dio significa  essere  attratti  da  una spinta interiore che porta ad essere e vivere in conformità a quella realtà coinvolgente e totalizzante; è l’esperienza della vera conversione, non fatta per paura, non fatta per interesse, ma per pura attrazione del mistero di Dio. E Suor M. Consolata ha compiuto questo cammino attraverso la via della piccolezza e della confidenza: “Gesù, Maria vi amo,  salvate anime”.

Attraverso questa via è possibile scorgere con maggiore facilità la sintesi di tutto il messaggio evangelico. Questo lo dice il Papa stesso nella Lettera Enciclica “Dives in Misericordia”: Gesù, dispensatore dell’amore di Dio, si fa debole fino ad essere bambino, fino ad essere disprezzato e reietto, messo in Croce e divenire Lui stesso bisognoso di Misericordia.

Ma come è possibile parlare all’uomo di oggi di queste realtà? È possibile scalfire la scorza dell’indifferenza? Del ‘già visto’? Della noia? Sì, oggi la nostra presenza intorno a questo altare sta dicendo tutto questo: noi vogliamo affidarci al Suo Amore e, sull’esempio di Suor M. Consolata, non vogliamo pensare ad altro che ad amare il Signore, attraverso la concretezza degli eventi quotidiani. Dio non si trova altrove, Dio si trova dove noi ci troviamo; Suor M. Consolata ha trovato Dio qui, in questo luogo, vivendo giorno per giorno la sua esperienza e vivendola immersa in Dio, liberando la sua mente da ogni affanno per vivere costantemente la presenza del Signore. Se noi ci metteremo nelle mani del Signore, il Signore farà opere grandi, più grandi di quelle che noi possiamo immaginare, anche attraverso gesti piccoli; se porremo tutto il nostro essere in Lui, orienterà nel nostro cuore un affetto più puro, la nostra intelligenza giungerà ad una conoscenza sempre più profonda di Lui, la nostra volontà ad una adesione sempre più radicale per realizzare in noi e con noi la storia della salvezza secondo l’essenzialità e la semplicità espresse nelle parole: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”.

Voglia davvero il Signore, per intercessione di Maria Santissima che è stata Madre di Cristo ma prima discepola, aiutarci a vivere la dimensione della piccolezza; ad entrare, cioè, in Dio, a vivere alla Sua presenza, a mettere Lui al centro, ad orientare la nostra mente solamente al suo servizio e a vivere la nostra quotidianità alla Sua presenza. Scopriremo, come ha fatto Suor M. Consolata, il miracolo della salvezza, della santità, dell’incontro più vero e autentico con Dio.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2005
59° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

LA VIA DELLA CONFIDENZA:
L'EUCARISTIA, LA CROCE, MARIA
Pellegrini verso l'eternità con Suor M. Consolata

OMELIA DI SUA ECC. MONS. GIACOMO LANZETTI
VESCOVO AUSILIARE DI TORINO

(Es 14,5-18; Mt 12, 38-42)

Con entusiasmo entro per la prima volta, in punta di piedi, in questo luogo di preghiera e di santità e cercherò di dirvi qualcosa di bello e forse di utile sulla serva di Dio Suor Maria Consolata Betrone. È lo slancio di chi vuole incontrare il Signore nella sua Parola e nell'Eucaristia che ci motiva e, dunque, ci rendiamo disponibili tutti insieme a far sì che questa esperienza serale segni un ulteriore avanzamento nel nostro cammino verso il Signore e un aumento della sua grazia e della sua misericordia.

Abbiamo iniziato, come sempre, con un atto di umiltà perché nessuno di noi è degno di incontrare il Signore e, di fronte alla sublimità di tante figure che noi riteniamo Santi, ci sentiamo in un cammino faticoso, benché non per questo sfiduciati: sappiamo infatti che il Signore può trasformare le pietre in pane e, quindi, che può fare di noi, con la sua grazia, uno strumento splendido.

La prima lettura che abbiamo ascoltato (Es 14,5-18) ci ha introdotti in un episodio centrale dell'Antico Testamento che sarà paradigmatico per tutta la storia della salvezza e nel Nuovo Testamento si caricherà poi di significati pasquali definitivi, anzi: diventerà il segno anticipatore della Pasqua di Cristo morto e risorto per noi. Gli Ebrei, sovente pensando a questo passaggio - e per loro passaggio vuol dire Pasqua - lodavano e ringraziavano il Signore ed erano pieni di meraviglia. Anche Gesù, nella sera del Giovedì Santo, dopo aver celebrato l'Eucaristia ha cantato l'inno pasquale che indicava riconoscenza ed ammirazione per quanto Dio aveva fatto per il suo popolo.

Noi pure siamo invitati questa sera, partendo da questa prima lettura, a riempire la nostra mente e il nostro cuore di ammirazione nei confronti di Dio che ci ha convocato qui: Lui creatore dell'universo e della nostra vita, Signore della nostra storia personale, della storia di Suor Maria Consolata, della storia di tutti i popoli. Ed è ammirazione quella che proviamo, se sappiamo incantarci di fronte a quanto Dio ha fatto per noi. Però, bisogna essere in grado di cogliere le cose che il Signore ha fatto per noi, per non dire parole vuote quando cantiamo: " Grandi cose ha fatto il Signore per noi "; allora mettiamo due punti e cominciamo ad elencarle, perché diversamente restano soltanto parole che possono dare gioia, ma dopo tutto torna come prima.

E così questa ammirazione fa scattare l'altro atteggiamento fondamentale per il popolo ebraico, ma anche per tutti noi, e cioè la riconoscenza, perché un Dio tanto grande ha voluto ridurre le distanze, ha voluto instaurare con noi, creature così piccole, un dialogo di riconciliazione, di amicizia, di intimità. Ha voluto guidare la vita dell'uomo sulla strada della libertà e del deserto; ha condotto anche noi nella nostra storia di vita; ci ha condotto qui questa sera e poi ancora ci condurrà per altri anni, sulle strade che Lui vorrà indicarci.

Dio da sempre, perché in Lui tutto è presente, ci ha pensati qui questa sera insieme. Noi siamo parte di un progetto grandioso; la piccola esperienza che facciamo questa sera, di fronte alle meraviglie che Dio ha compiuto, fa parte del suo progetto infinito d'amore, e qui c'è ammirazione perché il Signore ci conosce tutti personalmente, ci guarda nel cuore, sa di che cosa abbiamo bisogno. Soprattutto è qui per dirci che Lui può lavorare nella nostra vita, nelle nostre coscienze, come ha lavorato nella vita di Suor Maria Consolata, e ci invita questa sera, con le parole di Mosè, a "non avere paura" (Es 14,13). Come non pensare, di fronte a questo toccante invito, alle medesime parole di Gesù usate dal compianto papa Giovanni Paolo II come parola d'ordine del suo straordinario ministero e fatte proprie anche da papa Benedetto XVI? Non abbiate paura di abbandonarvi all'azione dello Spirito e lasciate che Dio lavori alla vostra salvezza! Non mettiamo delle barriere, pensiamo che Lui ci porterà là dove desidera, soprattutto ci guiderà sulla strada della santità.

E invece quanta paura c'è nel mondo, quanti uomini si sentono abbandonati ad un destino ingiusto e crudele! Di fronte a tutto ciò che si impone con un'attualità ed una forza sconvolgenti, il messaggio centrale della serva di Dio Suor Maria Consolata, della quale oggi ricordiamo l'anniversario della nascita al cielo, fa sì che noi riscopriamo, come risposta di ammirazione e di riconoscenza, il suo atteggiamento: una grande confidenza in Dio. Leggendo i periodici che mi arrivano dal monastero ho trovato scritto che Gesù stesso le ha rivelato: "Nella Chiesa sarai la confidenza"; dunque Gesù le ha dato un nome nuovo, che ne proclamasse il ruolo. E gliel'ha spiegato così: "Sai che cosa mi attira alla tua anima? La cieca fiducia che hai in Me" (6 agosto 1935). Pochi mesi dopo Gesù le confermava: "La confidenza cieca, infantile, senza limiti, che tu hai in Me, mi piace tanto ed è per questo che Io mi chino verso di te con tanto amore e con tanta tenerezza" (20 settembre 1935). E il suo padre spirituale, Padre Lorenzo Sales, Missionario della Consolata, le ribadiva: "Hai da essere la confidenza in grembo alla Chiesa, e questa è l'ora di portare tale virtù al più alto grado. Anche vedessi l'inferno spalancato ai tuoi piedi, non solo credere che il Paradiso è tuo, ma credere a tutte le divine promesse" (8 luglio 1943). Le promesse fatte appunto da Dio a Mosè come liberatore.

L'ammirazione e la gioia che abbiamo nel vivere questa esperienza con Dio, di fronte alla prima lettura che narra un episodio chiave del popolo ebraico, deve innescare nella nostra vita l'atteggiamento della confidenza. Il Signore esaudisce ogni nostra giusta richiesta e ci aiuta a camminare giorno per giorno, non nelle strade del deserto, ma nelle strade della santità.

Il Vangelo di Matteo, che abbiamo letto (12,38-42), ci introduce nel contesto in cui Gesù, con tono serio di rimprovero (e va anche bene farlo, qualche volta, il rimprovero), si rifà ad alcune figure del passato: il profeta Giona e la regina di Saba, per ribadire la superiorità del mistero della sua persona e per stabilire la responsabilità di tutti noi ascoltatori, poiché a chi viene dato di più, di più sarà chiesto.

Il brano proclama con forza che Gesù è al centro della Rivelazione e perciò pretende il centro della nostra fede e della nostra vita. Sovente mettiamo noi stessi al centro e non lui. Se mettiamo invece Gesù al centro, ruotiamo tutti attorno a questa presenza viva del Signore.

A Suor Maria Consolata, Gesù raccomandava di non deturpare il suo volto e le diceva: "Povere anime! Per giungere a Me credono che sia necessaria una vita austera, penitente...Vedi come mi trasfigurano! Mi fanno temibile, mentre Io sono solamente buono!" (16 dicembre 1935).

Quindi per mettere Gesù al centro della nostra vita, ma un Gesù pieno di amore, di disponibilità e di perdono per ciascuno di noi non c'è bisogno della paura di Dio, ma c'è bisogno soltanto di una grande confidenza e di dire ogni giorno con i piccoli e con i poveri, gli stessi del Vangelo di Matteo che abbiamo letto pochi giorni fa (11, 25-26): "Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".

Questa sera siamo questi piccoli che vivono nel Signore, che confidano in lui e che mettono lui al centro del nostro mistero. Non è forse questa la piccolissima via che è il capolavoro, il succo della storia dell'anima di Suor Maria Consolata? Considerare Gesù quale veramente è, con il suo cuore pieno di amore, e rispondere a lui non con paura ma con la gioia di chi si alza al mattino e dice: "Ti amo, Signore, mia forza" (Sal 17, 2). Tutti dovremmo fare questa preghiera al mattino: una dichiarazione bella e semplice per iniziare la giornata innestando la nostra vita nel suo amore infinito e proseguirla con continui atti d'amore: Gesù, ti amo!

Voi sapete che nel nostro tempo la Chiesa è alla ricerca dell'essenziale del cristianesimo da presentare agli uomini di oggi che, in buona parte, o l'hanno dimenticato, o non lo conoscono. Per questo il Santo Padre Benedetto XVI ci ha fatto dono del Catechismo della Chiesa Cattolica in forma ridotta. E anche Suor Maria Consolata ci addita oggi ciò che è essenziale nel cristianesimo: l'amore del Cuore di Gesù per noi e la nostra risposta piena di amore per lui.

Non per niente Gesù le ha rivelato: "Vuoi corrispondere alla tua vocazione? Amami solo, amami sempre e corrisponderai pienamente ai miei disegni su di te" (30 agosto 1935).

E prima ancora, il primo venerdì di febbraio dello stesso anno, Gesù le diceva: "Dimentica tutto, amami continuamente, con cuore di gelo o di pietra non importa. Tutto sta lì, tutto dipende da lì: da un incessante atto d'amore, nient'altro" (Primo venerdì, febbraio 1935).

Vedete che allora, per la logica di amore del rapporto con il Signore, Lui ha questa disponibilità di accompagnare giorno per giorno la nostra non facile esistenza in qualunque stato d'animo ci troviamo, in qualunque situazione, in qualunque momento bello o difficile che dobbiamo affrontare.

E questo dire: Gesù, Maria vi amo, salvate anime!, comporta alcune caratteristiche forti. Suor Maria Consolata ce ne indica tre:

- La caratteristica della continuità: non si può amare Gesù solo quando ci fa comodo, quando abbiamo dei bisogni gravi, quando ci è utile o solo in qualche celebrazione, tutta la nostra giornata deve essere una risposta d'amore all'amore infinito del Signore. E questa esperienza di continuità segna la crescita e la disponibilità continua ad agire con amore verso Dio e verso i fratelli. Scrive Suor Maria Consolata: "Gesù, voglio vivere il momento presente, questo momento, in un atto d'amore e di totale dedizione al Tuo Divino Volere per Te e per le anime!"; e ancora: "Vita di fede è vedere Dio in tutti gli avvenimenti della giornata e ricevere tutto dalle Sue Mani, e trovare tutto buono, ed essere contenta di tutto". "Gesù, Maria, Giuseppe, aiutatemi a essere nel momento presente, ove mi vuole il Divino Volere, un incessante atto d'amore verginale, vedendo e trattando Gesù in tutte, e ricevendo tutto dalle Sue Divine Mani, in un costante 'sì' per ogni richiesta, sinché tutto sia consumato! Confido e mi fido di Voi!" (1942).

- L'atto d'amore come fondamento di tutto: Suor Maria Consolata mette l'atto d'amore prima di tutto, anche delle pratiche di pietà, lei che si è santificata nell'ordinarietà di una vita monastica generosa e fedele. Gesù stesso le ha detto: "Tu non avere più che un pensiero, un desiderio, una preghiera: essere fedele al tuo voto. Io so tutti i tuoi impegni di preghiera, e ne assumo Io la responsabilità. A tutto il resto ci penso Io e ci penso da Dio" (1934).

- L'atto d'amore a sua volta è solidamente fondato sull'Eucaristia, sulla Passione di Gesù e sulla Vergine Maria:

L'Eucaristia: "Ciò che Gesù è per me anch'io voglio essere per Lui: una piccola candida ostia nella triplice verginità di mente, di cuore, di lingua", e ancora: "Oggi, resa piccola ostia d'amore, come Lui annientata, passare in monastero raccolta, silenziosa, intenta solo ad amare e come Lui a disposizione di tutte. Sempre con uguale amore e sollecitudine. Gesù scese, si fece servo, si annientò e poi scomparve in una piccola ostia. Imitarlo" (ottobre 1937).

Ogni giorno noi non partecipiamo alla Messa, ma partecipiamo all'amore infinito di Dio che si fa comunione con noi, che si fa sacrificio per noi; l'Eucaristia narra sull'altare la sua storia d'amore infinito che si è fatto uomo per ciascuno di noi. È l'atto più bello d'amore e lo troviamo non solo nel dono del suo Cuore trafitto sulla croce, ma in questa disponibilità continua a morire per i nostri peccati. L'Eucaristia raccoglie questo amore infinito di chi vuol essere compagno di viaggio tutti i giorni, nel segno semplice del pane.

La Passione: "Tutto il fatale progresso della Passione di Gesù, privandolo gradatamente d'ogni libertà, ebbe per scopo di immobilizzarlo nel dolore: la tremenda immobilità della Croce! Così tutto lo svolgersi della mia vita spirituale, privandomi gradatamente di ogni libertà, ha avuto il medesimo scopo di immobilizzarmi ad una croce, la croce dell'incessante atto d'amore. Nessuno! Io sola" (25 agosto 1943).

La croce narra la fatica del vivere, ma narra anche il valore del sacrificio nella nostra vita e fa sì che ognuno di noi senta che liberamente si dona giorno per giorno al Signore. E in questo sacrificarsi, in questo spendersi, in questo ragionare con tenerezza, con rispetto, con disponibilità, senza far pagare niente a nessuno, come il Signore ci ha trattati, noi possiamo dal mattino alla sera innestare questa continuità di amore.

La Vergine Maria: "Mamma! E il dono inapprezzabile, sublime della divina chiamata, della inenarrabile predilezione di Gesù, non fu dono tuo?" (24 febbraio 1943). E ancora: "Gesù buono, benedici e conserva questa Tua volontà in me. Turris eburnea, ora pro nobis" (8 luglio 1942).

L'altro riferimento sicuro per questo amore è esattamente la forza che proviene dalla Vergine Maria: la presenza sublime che il Signore ci ha messo accanto per dirci come si sta attenti alla vita delle persone e come si ha il coraggio di prendere su di noi la responsabilità dei fratelli. Gesù ci affida la Sua Mamma e sulla Croce ci dice: "Ecco tuo figlio, ecco tua Madre" (Gv 19,26-27). Se ci riferiamo alle Nozze di Cana l'immagine di Maria è straordinaria perché è l'unica che si rende conto di ciò che manca. Noi di solito non ci accorgiamo di quel che manca nella vita della gente, ci accorgiamo di ciò che manca a noi; ma Maria è attenta alla vita delle persone e come fa scaturire il miracolo dicendo a Gesù quello che manca, a Lui che è buono, e Lui dà il vino buono, così la Madonna è attenta a dire cosa manca dentro di noi; a dire cosa manca nella vita dei fratelli (sovente nella nostra vita manca Lui) e chi ha accolto il Signore nella sua vita si trasforma e l'acqua arrossisce e diventa vino.

Certamente Suor Maria Consolata è stata favorita di particolari doni di grazia. Ma la sua vita ha conosciuto, senza sconti, le difficoltà e le prove a cui tutti siamo sottoposti; tutti i Santi hanno avuto queste esperienze e più ci si mette in posizione di amore verso il Signore, e più si sente dentro la ribellione che nasce in noi, è un gioco di forza tra bene e male. Nel momento di maggiore lucidità e di intensità di amore si sperimenta anche l'aridità della vita. Lei il 6 aprile 1943 scrive: "La sofferenza più intensa è nella Comunione, il cuore è come preso in una morsa stridente di vari sentimenti di avversione, odio, ribellione verso Colui al Quale continuamente ripeto: Ti amo. È questa la prova dell'inferno? Dico così nell'ora della Comunione; ma sarebbe più esatto il dire nell'ora della preghiera. Questa sofferenza che prende tutto il mio essere, che lo farebbe gridare per il dolore, e trovare forse un po' di sollievo in uno scoppio di pianto, non riesco a descriverla... È questa rivolta verso Dio che mi fa soffrire...e nella preghiera non posso trovare conforto perché tutto ora mi sembra illusione, derisione, insulto".

Parole forti, di una crisi sua, e meno male: perché queste crisi ci appartengono, anche noi abbiamo dei momenti di grande slancio e abbiamo i momenti di grande fatica, di grande aridità, ma proprio quei momenti di deserto preludono alla gioia che rischiara la nostra fatica. L'importante allora è non spaventarsi delle difficoltà quotidiane: Dio ha bisogno anche delle nostre crisi e delle nostre difficoltà per farci capire che con i doni dello Spirito Santo possiamo superare ogni aridità, ogni momento di crisi.

Evitiamo, allora, nella nostra vita le chiusure, gli egoismi, la voglia di lasciar perdere, il dire "non prego più", "non mi impegno più", ma tutte le volte che andiamo in crisi sappiamo inginocchiarci e ritrovare nella forza dei Santi lo slancio, anche nel pianto, di dire: "Ti amo, Signore, mia forza! Gesù, Maria vi amo, salvate anime!".

Mi pare molto bella la definizione che di Suor Maria Consolata si legge nell'Enciclopedia dei Santi: "Autentica contemplativa, tra Dio e lei sta il mondo intero e ciascuna creatura bisognosa di misericordia".

Come ben sappiamo, e sulla nostra esperienza, l'amore di Dio non può coesistere con la chiusura in noi stessi e con l'egoismo; l'amore per Dio ci apre al prossimo, al più bisognoso, al più sofferente, al più lontano e proprio per questo l'atto d'amore di Suor Maria Consolata dice: "Gesù, Maria vi amo, salvate anime". Celebriamo allora questa Eucaristia per ringraziare Gesù e il Padre del dono del suo amore ed anche di averci donato Suor Maria Consolata.

Preghiamo per chiedere il dono della sua beatificazione e, intanto, mettiamoci anche noi con decisione alla sua scuola, per imparare ad amare nella semplicità, come ha fatto lei, l'unico Dio della nostra vita unica, sorgente che trasforma tutta la nostra esistenza.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 23 Aprile 2006
Domenica della Divina Misericordia
e 103° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON CLAUDIO BERARDI

FATTI SANTA E PRESTO SANTA...

Siamo qui tutti insieme per celebrare la bontà di Dio Padre che oggi si manifesta con il volto liturgico della Divina Misericordia.

È giunta a noi anche la reliquia di Santa Faustina Kowalska; è la comunione dei Santi che si unisce nel celebrare la memoria della Misericordia: qui, con Suor M. Consolata e con Santa Faustina.

La bontà di Dio Misericordia la sperimentiamo nella nostra povertà, nella povertà estrema di quello che siamo, lì dove il Signore perdona ogni peccato, perdona il peccatore pentito, contrito, confidente. Noi sappiamo, dalla vita di Suor M. Consolata, che la misericordia è questo crogiuolo d’amore che trasfigura l’anima; il crogiuolo d’amore è l’atto incessante d’amore; un respiro nello Spirito Santo. La vita di Dio vive in noi e l’amore in noi è lo Spirito di Dio.

Molte sono le forme dell’atto d’amore incessante. L’atto incessante d’amore si alimenta dalla fiamma viva, come ci richiama il dottore mistico San Giovanni della Croce; è l’amore misericordioso; è anche simbolicamente rappresentata da quella fiamma, che esce dal cuore di Gesù e giunge noi; è quella fiamma che attira misticamente San Tommaso Apostolo dalle piaghe del Signore Risorto “metti qui la tua mano e non essere più incredulo ma credente” (Gv 20, 19-31). Noi non vogliamo mettere solo le mani nelle piaghe del Signore, vogliamo mettere tutto noi stessi nel suo costato, immergendoci nella fiamma di Misericordia. L’atto incessante d’amore è come una fiammella che si rinnova continuamente, s’innalza nella fiamma di Misericordia per espanderla nei secoli e nel mondo intero. Per questo “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” non è uguale a “Gesù e Maria salvate la mia anima” è molto di più, diventa una mistica apostolica; una mistica contemplazione aperta al mondo intero, lungi dall’essere intimista.

Suor M. Consolata ha fondato un’opera spirituale; sappiamo che Suor M. Consolata, Serva di Dio, ha consegnato liberamente se stessa alla Misericordia, cogliendo da essa non solo l’appello alla salvezza, ma ancor più l’appello alla santità. Le parole che scrive nel suo Diario sono un invito del Signore a consumarsi per Lui: “Fatti santa e presto santa”. È un invito a morire per il Signore per diventare veramente libera, libera da se stessa.

Il sentirci e saperci chiamati alla vetta della santità, attraverso la vita quotidiana, fedele al Signore, non è superbia, ma significa confidare nella Sua Misericordia, nella Sua onnipotenza. Scrive nel suo Diario Suor M. Consolata: “Raggiungerò la vetta altissima d’amore bramata? Giungerò ad amarTi, o Gesù, realmente come nessuno Ti ha amato o Ti amerà mai su questa terra? Sì, lo credo, perché Tu sei Onnipotente. Ma non sarà tutto questo frutto di una grande illusione? Chi sono io mai da pretendere di amarTi così? Oh, Gesù io confido in Te! Ti credo Onnipotente, e basta così! Ma tutto questo non sarà frutto di un grande orgoglio, di vera superbia?…Ma subito mi tornano in mente le parole divine Paterne; più amerai Gesù e più sarai umile. Oh, no, la mia vetta non è la superbia, perché è amore, perché è espressione del divino volere. Ebbene se a Gesù un giorno piacerà sollevare dal fango Consolata e renderla consolatrice urbi et orbe, è padrone di farlo. Se invece per la sua gloria e per le anime, volesse polverizzarla ab eterno, è padrone di farlo, e Consolata sarebbe ugualmente felice” (Diario n. 16, p. 63).

Dunque, essere Santi come il Signore ci chiede di essere, per Suor M. Consolata può condurre ad essere polverizzata, cioè essere nascosta agli occhi del mondo in eterno, oppure ad essere elevata agli altari: e lei trova felicità soltanto nel fare la Sua volontà.

Certo agli occhi nostri, questo annientamento, questo essere “polverizzati” è quasi una assurdità; è difficile da comprendere per chi non conosce e non vive una vita spirituale. Non è così per i Santi che hanno compreso il pericolo dell’orgoglio, dell’autosufficienza, della superbia; il dubbio di cercare la santità per se stessi, per amor proprio; l’incertezza, talvolta, che ciò che si desidera non sia veramente la volontà di Dio; la presunzione di giudicare a che punto o a che grado di santità sia arrivato; atteggiarsi ad umile, per dimostrare a me stesso e agli altri la superiorità davanti alle umiliazioni. Tutto questo è un grande pericolo nella vita spirituale, perché ha la sua radice nella superbia, la stessa che causò la caduta di Lucifero.

Per i Santi che ci hanno preceduto, non vi è che un’unica via che metta al sicuro da questi gravi pericoli ed è l’annientamento di sé per amor Suo: “Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24 - Mc 8,34). Questo camminonon riguarda solo le suore e i preti, riguarda tutti i cristiani che vogliono camminare nello Spirito. Per evitare il pericolo della superbia, che porta alla dannazione eterna, bisogna incamminarsi con fede nell’annientamento di sé per amor Suo. Per Suor M. Consolata l'annientamento di noi stessi giova all’anima più che ogni altra medicina spirituale.

Scrive Suor M. Consolata durante gli esercizi spirituali, nel 1943: “Se il grano di frumento caduto a terra non muore, resta infecondo e non produce alcun buon frutto. Morte di ogni pensiero, desiderio, volontà, libertà, curiosità, soddisfazione, sollievo…Per voto fidando nell’aiuto della Madonna, non manifesterò a nessuno, sino alla morte le mie sofferenze fisiche, morali, spirituali. Con cura gelosa nasconderò tutto sotto il sorriso, per Gesù e la Madonna…Lasciare che Gesù e la Madonna mi sacrifichino a Loro piacimento per la salvezza delle anime…ricordando che Gesù fu obbedienza e pazienza invincibile…”. Suor M. Consolata parla qui di quel sorriso che arriva al cuore: non un sorriso finto, nervoso, psicologico, ma il sorriso che  partecipa all’amore di Gesù in croce.

Non bisogna, cari fratelli e sorelle in Cristo, avere paura di essere chiamati ad una vocazione così sublime, la vocazione alla santità; siamo chiamati tutti ad essere Santi, presto e subito. Siamo tutti chiamati ad amare l’Autore dell’Amore, ciascuno secondo la propria via, che prevede innanzitutto la quotidianità, terreno concreto per imparare ad amare anche attraverso l’esperienza dolorosa delle cadute, seguite da una generosa ripresa del cammino; non sono le cadute che fermano il cammino di santità! Questo è il compito della Misericordia: soccorrere l’uomo caduto o in procinto di cadere.

Scrive Suor M. Consolata: “Lo scoraggiamento è superbia” (Settembre 1937). Anche i Padri della Chiesa insistono molto su questo concetto: la vera superbia conduce allo scoraggiamento perché fai affidamento solo su te stesso; pensi che puoi farcela da solo e non riuscendoci ti scoraggi. Suor M. Consolata scrive: “Se sono convinta di essere un nulla posso pretendere di fare qualcosa da me? No, quindi non mi rimane che tendere umilmente la mano a Gesù e implorare la grazia di essere fedele” (Settembre 1937). Per Suor M. Consolata l’impegno d’essere fedele all’atto incessante d’amore la condurrà al dono totale di se stessa e a dire di sì alla volontà del Signore, dire di sì alle continue chiamate: “Questo è importante per te, questo è essenziale, farti santa e presto santa…Fedeltà eroica alla tua piccolissima via…Più presto il frutto è maturo e più presto Gesù lo coglie. Consolata, mi urge la tua santità per poter lanciare al mondo il Mio messaggio d’amore…Ecco ciò che Gesù vuole da te”.

Dobbiamo riconoscere che la pedagogia alla santità dell’atto incessante d’amore è di una chiarezza e semplicità concettuale disarmante, per giungere a tutti i cuori, ai piccoli e ai grandi: Suor M. Consolata insegnava l'atto d'amore anche ai bambini perché aveva compreso che l’amore di Dio è universale e raggiungibile da tutti i cuori e si radica proprio fin dalla tenera età. L’anima dei bambini annaffiata dall’atto incessante d’amore mette radici profonde capaci di alimentare alberi che danno frutti di vita eterna.

Oggi questo Monastero è chiamato a vivere la vocazione di santità sulle orme di Suor M. Consolata per diventare il Monastero della confidenza e della consolazione. Quante volte veniamo qui a chiedere preghiere: “Sorelle…pregate per me, pregate per…”, “carichiamo” la Comunità delle nostre necessità spirituali e non. La Comunità ci invita a pregare con loro; la Comunità monastica di Suor M. Consolata ci dice: “Non temete, non abbiate paura, confidate nel Signore; anche noi siamo come voi, fragili ma forti della confidenza nel Signore, affaticate ma consolate dalla bontà misericordiosa del Padre, consapevoli della tragicità della condizione umana e del grave momento storico carico di incertezze e ombre, ma piene di speranza per una Chiesa santa e luminosa agli occhi del mondo assetato di quella felicità che solo la Consolazione che viene dal Signore può dissetare”.

Vogliamo raccoglierci ancora più profondamente in preghiera, se fosse possibile, e chiedere a Suor M. Consolata che preghi per noi, per il nostro cammino di santità, per le nostre anime, per il Papa, per i Sacerdoti, per i nostri cari, per le anime più bisognose della Sua Misericordia.

Concludiamo con le parole di Suor M. Consolata facendole diventare una preghiera per tutti noi e per la Chiesa intera: “…Sì, o Gesù - scrive Suor M. Consolata nel Luglio 1936 - perché tornino al tuo cuore divino i ministri del santuario e le tue spose infedeli che hanno tradito e abbandonato, perché tu possa ancora riversare sulle anime loro l’onda infinita della tua misericordia e ridonare, con l’innocenza, le tenerezze e i tesori del tuo amore…Gesù, ti amo, salva i miei poveri Fratelli e le mie infelici Sorelle. Sì a tutto. Confido in te!”. Sia lodato Gesù Cristo.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2006
60° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

"SOLO E SEMPRE AMORE "
Pellegrini verso l'eternità con Suor M. Consolata

OMELIA DI SUA ECC. MONS. GUIDO FIANDINO,
VESCOVO AUSILIARE DI TORINO

È davvero impressionante vedere che a 60 anni dalla morte di una Suora umile, semplice e nascosta, vissuta tanti anni in questo monastero, tutti noi e così numerosi, siamo qui per farne memoria insieme alla sua Comunità. Siamo qui per attingere da Suor M. Consolata Betrone ispirazione, forza, esempio, luce per il nostro cammino di fede, di santificazione personale e comunitario, ben sapendo che l'esempio che i Santi hanno guardato è Gesù e Maria sua Madre. Tutto il resto viene dopo. I Santi, anche se non possiamo ancora chiamare così Suor M. Consolata, che per ora è Serva di Dio, non desiderano tanto che il nostro sguardo si fermi su di loro, ma che tramite loro, si proietti, si incentri e si fissi su Gesù, sul Sacro Cuore di Gesù.

Questa sera con voi, vorrei innanzitutto lodare il Signore, perché l'Eucaristia è il rendimento di grazie a Dio che nel corso della storia ci regala - e i Santi sono dei bei regali - dei cuori semplici, umili, nascosti come Suor M. Consolata. Queste figure ci fanno capire o, se volete, ci fanno intuire che la santità è possibile, che la santità è doverosa, che non è facoltativa per i discepoli di Gesù, perché la santità è fonte di pienezza, è fonte di vita, è fonte di gioia, anche se le gioie cristiane non sono mai disgiunte dalla Croce. La santità, cioè la fedeltà al Signore, al suo Vangelo, è l'attesa che Dio ha su ciascuno di noi, il suo progetto d'amore per noi. La santità è possibile e doverosa, perché innanzitutto non è opera nostra, ma è opera di Dio, di quel Dio di cui Gesù, suo Figlio, ha detto: "Il Padre mio opera sempre" (Gv 5, 17). Dunque, Dio è sempre all'opera nella nostra vita: nella mia e nella tua vita, nel mio e nel tuo cuore! Diceva bene l'Arcivescovo di Milano, Cardinal Carlo Maria Martini: "Lo Spirito Santo lavora prima di noi, più di noi, meglio di noi". È così: lo Spirito Santo lavora più di noi, prima di noi, meglio di noi! Per questo, Maria di fronte ad Elisabetta che le dice: "Benedetta tu fra le donne", risponde: "L'anima mia magnifica il Signore. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente" (cf. Lc 1, 42.46.49). Quindi: "Il Padre mio opera sempre"; ha operato nella vita di Maria che si è resa disponibile, ha operato nella vita di Suor M. Consolata: Dio vuole operare anche nella nostra vita. La santità è proprio questo: lasciarci plasmare ad immagine di Gesù, l'unico vero Santo, dallo Spirito Santificatore che è presente in noi fin dal Battesimo. Infatti, il Battesimo non è una data da ricordare come rito celebrato, ma come Sacramento, cioè costante presenza di Dio nella nostra vita. Chi, se non lo Spirito Santificatore, ha fatto sgorgare dal cuore di Pierina Betrone all'età di 13 anni, mentre camminava per le vie di Airasca dove abitava quell'intenso atto d'amore: "Mio Dio, Ti amo"?

Per dirla con Gesù, certe espressioni non vengono dalla carne e dal sangue, ma dal Padre che ce le rivela (cf. Mt 16, 17). Ma Suor M. Consolata ci insegna che non diventa santo chi si ripiega su se stesso, ma chi si apre a Dio nella confidenza e ai fratelli nella carità. Disse un giorno Gesù a Suor M. Consolata: "Non pensare più a te stessa, alla tua perfezione, alla santità da raggiungere, ai tuoi difetti, alle tue miserie. No. Penso Io alla tua santificazione, alla tua santità. Tu pensa solo più a Me e alle anime. A Me e ad amarmi e alle anime per salvarle".

È proprio vero, la santità non è opera nostra, è un'opera divina, di quel Dio che agisce in questo momento nella mia e nella vostra vita se siamo ricettivi, aperti, disponibili alla sua azione. E ci fa bene guardare con lo sguardo del cuore e della fede a Suor M. Consolata Betrone per essere anche noi stimolati a quella conversione di cui ci ha parlato il Vangelo questa sera (Mt 11, 20-24). Infatti, Gesù rimprovera in modo forte: "Guai, guai a voi", gli abitanti delle città che si affacciano sul Lago di Tiberiade: Corazim, Betsaida, Cafarnao. E perché li rimprovera? Perché non si sono convertiti. Gesù, infatti, aveva dato per loro il meglio di sé, potremmo dire, con la predicazione e con i miracoli compiuti. Nonostante questi doni visti e goduti, non si sono convertiti.

Il mistero della conversione è affidato alla libertà; diceva giustamente uno scrittore francese del secolo scorso: "Per chi crede, nessun miracolo è necessario, per chi non crede, nessun miracolo è sufficiente".

E allora questa sera siamo chiamati anche noi alla conversione, perché trovandoci io e voi, io per primo a guardare a Suor M. Consolata, rischiamo di applaudire la figura della Serva di Dio, ma di non ascoltarne il messaggio spirituale. Proviamo allora ad ascoltare ciò che Suor M. Consolata ha da dirci, cioè a cogliere qualche spunto per la nostra vita. E lo faccio citando alcune sue espressioni.

Prima di tutto mi pare di poter dire che Suor M. Consolata ci invita a fare della nostra vita un continuo atto d'amore: può sembrare la cosa più semplice, ma forse è la cosa più difficile. Gesù le dice infatti: "Consolata, dì alle anime che preferisco un atto di amore e una Comunione di amore a qualunque altro dono che possono offrirmi". ", - dice ancora Gesù - un atto di amore perché ho sete di amore". "Oggi - dice la Voce - come ieri, come domani, alle povere creature - che siamo noi - Io chiederò solo e sempre amore".

La nostra vita certamente è gradita e grande davanti a Dio, ma non lo è tanto per le cose che facciamo, quanto per l'amore con cui le facciamo. Io e voi che cosa abbiamo fatto di speciale oggi? Apparentemente nulla, come sempre! Eppure, questa nostra giornata è grande agli occhi di Dio, perché l'abbiamo arricchita di amore con ogni nostra azione e con ogni nostro incontro. Questa stessa Eucaristia che stiamo vivendo, che è l'atto più grande in sé della nostra fede comunitaria, diventa grande agli occhi di Dio e benefica per noi, a misura della fede e dell'amore con cui noi viviamo questo incontro con il Signore.

Ciò che ha reso gradito al Padre il sacrificio di Gesù sulla Croce non è tanto la profondità del dolore che ha patito, ma la carica di amore del suo Cuore crocifisso che lo ha fatto esclamare: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito" (Lc 23, 46) e: "Padre, perdona a loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34). Questa è la profondità che ha reso grande il momento della Croce di Gesù: il dolore vissuto con l'amore e nell'amore, nella fiducia completa al Padre, anche se colmo di oscurità come in tutta la sofferenza umana.

Gesù dice a Suor M. Consolata: "L'amore produce luce, l'amore produce forza, l'amore produce gioia".

Ecco la corrente capace di salvare il mondo, perché Dio è amore: quindi, ecco anche la sorgente che ci dona l'amore per poterlo donare agli altri. Cosi è stata la vita di Suor M. Consolata: dire con tutto il cuore: "Gesù ti amo". Forse lo diciamo ogni giorno recitando le preghiere del mattino e della sera: "Ti adoro mio Dio e ti amo con tutto il cuore". Vi confesso sorelle e fratelli, che quando io dico: "Ti amo con tutto il cuore" aggiungo: "Non è ancora proprio vero, Signore, e Tu lo sai, ma fa' che questa dichiarazione di amore diventi vera, perché se aspetto che sia vera per dire questa preghiera, la dirò, forse, solo in Paradiso".

E dire certe preghiere, come: "Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore", fa si che questa dichiarazione diventi vera, perché mi aiuta ad amarLo davvero con tutto il cuore. Suor M. Consolata ci rivolge ancora un secondo invito: fare della nostra vita un'intercessione per gli altri come lo è stato per lei, educata da Dio a sentirsi parte attiva e responsabile del Corpo Mistico.

Scrive infatti nel suo Diario queste parole di Gesù: "Ricorda, che il tuo atto di amore decide la salvezza eterna di un'anima. Quindi, abbi rimorso a perdere un solo: Gesù, Maria vi amo, salvate anime".

E ancora: "Non perdere tempo. Ogni atto d'amore è un'anima". "Solo in Paradiso conoscerai il valore e la fecondità dell'atto di amore per salvare anime".

Ecco perché in quest'ottica del Corpo Mistico, la Chiesa ha proclamato Patrona delle Missioni Santa Teresa di Gesù Bambino, lei che mai si è mossa dal suo monastero ed è morta così giovane. La missione non è essenzialmente fare e spostarsi, ma è avere un cuore che ama e che si dilata alle dimensioni dell'umanità: Gesù, Maria vi amo, salvate anime. Suor M. Consolata ci chiede di fare della vita una intercessione per gli altri. Del resto, proprio a Cafarnao, il paralitico non è stato guarito e perdonato da Gesù per la fede e per l'atto di amore fiducioso degli amici che lo avevano portato davanti a Lui? (cf. Mc 2, 1-2). Quegli amici sono stati gli intercessori, e il loro atto d'amore è stato portare il paralitico davanti a Gesù. L'intercessore, nei suoi atti di amore e di preghiera, porta l'umanità davanti a Gesù che salva.

Ed infine, voglio sottolineare un terzo aspetto molto incoraggiante per tutti noi. Suor M. Consolata ci indica la via dell'intercessione d'amore ben consapevole dei suoi limiti, dei suoi difetti, dei suoi sbagli, dei suoi peccati. Infatti dove Dio trova umiltà, lì può operare, perché resiste ai superbi, ma dà le grazie agli umili (cf. 1 Pt5, 5). Maria dirà: "Ha guardato l'umiltà della sua serva" e i Santi, nella loro umiltà, hanno sperimentato la verità del versetto del Salmo che dice: "Il suo amore per me ha fatto meraviglie" (cf. Sal 30, 22). Anche noi possiamo cantarlo. Non io sono la meraviglia, perché, per la presenza del peccato nella mia vita, l'immagine di Dio in me, sovente, è inquinata, sbiadita, ma il suo amore per me fa meraviglie.

Scrive Suor M. Consolata nel suo Diario: "So che sono miseria, incostanza e viltà, ma so che Lui è onnipotente, che a Lui niente è impossibile; perciò, fra questa piccolissima e il buon Dio il ponte di confidenza è gettato e, pur nella mia viltà suprema, io credo che Gesù mi concederà ciò che bramo".

E ancora: "Ricordo un giorno di essermi confessata: io mi sento così cattiva che bisticcerei con tutti". Sorridiamo, perché anche noi siamo così molto spesso: ma dobbiamo farci coraggio, perché la strada è lunga ma, se confidiamo nella potenza del Signore che opera nella nostra vita, arriveremo alla meta della perfezione.

Scrive ancora Suor M. Consolata che "la nostra vita è una corsa fatta di salti e di ruzzoloni, ma l'importante è rialzarsi in fretta e riprendere a correre". Non sono confortanti queste parole? Certo, perché ci invitano a guardare e a comprendere le nostre fragilità come hanno fatto i santi per poi riprendere il cammino.

A questo proposito penso che conosciate quella splendida preghiera di Sant'Agostino: "Signore, se nel giorno della nostra morte non ci troverai vittoriosi, fa' che tu ci possa trovare almeno combattenti". Bella questa preghiera! Infatti non è scontato che il giorno della morte ci trovi vittoriosi sul male, potremo essere ancora un po' peccatori quel giorno. Ma Sant'Agostino ci invita ad essere combattenti come Suor M. Consolata, cioè non rassegnati: l'importante è rialzarsi in fretta e riprendere a correre. E per Suor M. Consolata è stato così, lei ce lo ha rivelato con la sua vita e nei suoi scritti. E lo stiamo celebrando nella memoria della sua morte avvenuta esattamente 60 anni fa, unendoci in comunione profonda con il perenne "sì" di Gesù al Padre. Una sera, Suor M. Consolata davanti al santo tabernacolo esclama con un po' di amarezza: "O Gesù, sono sempre la stessa, prometto e poi..." e Gesù le risponde: "Anch'Io sono sempre lo stesso, non cambio mai".

Chiediamo questa sera al Signore che aiuti anche noi ad attuare il programma di vita che ha dato a Suor M. Consolata: "Amami solo, amami sempre, rispondi con grande amore un sì a tutto, a tutti, sempre; ecco la tua via, non devi fare che questo. A tutto il resto penso e provvedo io".


 

 

Monastero Sacro Cuore – 15 Aprile 2007
Domenica della Divina Misericordia
e 104° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON UGO DI DONATO

LA CONFIDENZA NELLA DIVINA MISERICORDIA

Celebriamo quest’oggi la prima Domenica dopo la Festa della Pasqua che, con la Domenica di Pasqua, fa un tutt’uno, un giorno solo: otto giorni durante i quali abbiamo celebrato la Pasqua del Signore, il passaggio del Signore, ancora una volta, nella nostra vita. E celebriamo questa Santa Messa che è un inno alla Misericordia di Dio. Sempre la Messa è un inno di ringraziamento per il bel dono ricevuto e questo dono ricevuto è la Sua Misericordia.

Giovanni Paolo II ha voluto che questa Domenica fosse proprio intitolata così. Quest’oggi, chi ha visto la Santa Messa teletrasmessa da Roma, avrà notato come anche in Piazza San Pietro primeggiava questo quadro che noi abbiamo qui davanti all’altare: il quadro che rappresenta la Divina Misericordia, un raggio, cioè, che sgorga, anzi una serie di raggi che sgorgano dal Cuore del nostro Signore Gesù che è la Misericordia incarnata.

Dio è misericordioso. Dio è Colui che è ricco di Misericordia sempre. Il Signore Gesù che si è incarnato, il Signore Gesù che ci ha visitato, ci ha mostrato visibilmente questa misericordia e ci ha insegnato anche come si vive di misericordia, ricordandoci che saremo beati se saremo misericordiosi, perché se saremo misericordiosi, troveremo misericordia. Così infatti ci ammonisce dicendo: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro che è nei Cieli”.

E anche Maria nel Magnificat, in quello stupendo inno che raccoglie i fiori più belli, potremmo dire così, dell’Antico Testamento, cantava al suo Signore dicendo: “La sua misericordia, di generazione in generazione, si stende su coloro che lo temono”.

È la Misericordia di Dio che viene cantata; è la Misericordia di Dio che viene insegnata; è la Misericordia di Dio che viene accolta nella Santa Messa, questa Messa che vuole essere, alla luce della fede, un abbandono totale nel Cuore misericordioso del Padre, in Cristo, sorretti e sollecitati dallo Spirito Santo. È nel Nome della Trinità che noi ci avviciniamo a questa Misericordia e di questa Misericordia viviamo.

Ci siamo confessati prima di Pasqua, abbiamo chiesto perdono al Signore per i nostri peccati e tante volte ci rendiamo conto che non è stata sufficiente la confessione, perché sentiamo, nonostante l’assoluzione, il peso dei peccati. Tante volte, infatti, confessiamo dei peccati più volte, anche se ci sono stati perdonati in confessioni precedenti: perché? Forse perché crediamo più alla nostra capacità di peccare, crediamo più ai nostri peccati che non alla Misericordia di Dio. Ecco allora che ci viene proposto un invito ad essere accoglienti di questa Misericordia.

Il Signore Gesù vede i nostri peccati, certo; il Signore Gesù vede le nostre debolezze, certo: ma la sua Misericordia è più grande, la sua Misericordia ci abbraccia tutti e questa Misericordia vuol essere creduta. Credere nella Misericordia di Dio significa credere che Dio è più grande del nostro cuore. E questo Cuore, il Cuore di Gesù al quale si riferisce il quadro, è il Cuore da cui nascono e sgorgano i Sacramenti principali: il Sacramento del Battesimo, nel quale tutti siamo immersi, e il Sacramento dell’Eucaristia, di cui tutti ci nutriamo. Esso in particolare è un’immersione in Cristo, è un nutrimento di Cristo che ci vuole vedere crescere forti, che ci vuole vedere crescere robusti, che ci vuole vedere crescere testimoni della sua Misericordia.

Così come ha visto, alla luce della fede, crescere ed illuminare Suor Faustina, così come ha voluto veder crescere ed illuminare Suor M. Consolata, di cui oggi ricordiamo l’anniversario della nascita. La sua nascita è per noi significativa, perché è una rinascita alla luce del suo messaggio, quel messaggio che l’ha vista, accanto al Signore Gesù, crescere costantemente e crescere continuamente.

La continuità e la progressività è la realtà attraverso la quale si impara ogni arte: se noi ci avviciniamo a qualsiasi arte, dobbiamo metterci di buon impegno e accettare queste leggi della continuità e della progressività. Questo significa crescere. Crescere nell’amore di Dio è possibile se ci affidiamo a queste leggi, che sono leggi di continuità e di progressività nel suo Amore.

Suor M. Consolata, per 17 ore al giorno, si affidava a questo atto di amore totale. È difficile immergersi continuamente in questo amore, perché ci possono essere delle reticenze, delle pigrizie oppure delle lacune, ma tutte queste vengono colmate dalla Misericordia di Dio. Quante volte il Cuore Misericordioso del Signore Gesù ha detto a Suor M. Consolata: “Tu continua ad immergerti in questo atto di amore continuo, costante, al resto penserò Io”.

Ecco, il Signore Gesù agisce ed agisce con il suo Amore, con la sua Misericordia, sia nella nostra vita, che nella vita della Chiesa. È il Signore Gesù che è sempre presente, nonostante le nostre debolezze, come diceva oggi il Papa Benedetto XVI, ricordando anche il suo 80esimo compleanno con un giorno di anticipo, davanti ad altri Vescovi, Sacerdoti, Patriarchi delle altre Chiese e a tutti i fedeli, confidando: “Vi ringrazio, perché mi avete accolto nonostante le mie debolezze”.

Ecco, se questo lo dice il Papa, tanto più e a maggior ragione, dobbiamo dirlo noi e dobbiamo sentirci accolti dal Cuore Misericordioso del Padre in Cristo, nonostante le nostre debolezze e i nostri peccati, che certo vengono perdonati sempre. Questo è il Signore Dio, ricco di Misericordia, questo è il segno del Cuore provvidenziale del Cristo che si apre alle nostre persone, alle nostre famiglie, alle nostre storie e ognuno di noi, penso, ha la propria storia da raccontare al Cuore Misericordioso di Cristo. E Cristo accoglierà questa storia, Cristo accoglierà queste vicende umane, le quali poi verranno dal Cuore Misericordioso di Cristo presentate al Cuore Misericordioso del Padre.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2007
61° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

LA CONFIDENZA:
"ESPERIENZA DI VERTICE" DELLE PICCOLISSIME


OMELIA DI SUA ECC. MONS. GIUSEPPE GUERRINI,
VESCOVO DI SALUZZO

La liturgia di questo mercoledì della XV settimana Per Annum ci ha offerto per letture due brani, particolarmente densi, intensi e, mi pare, anche particolarmente adatti alla circostanza del ricordo di Suor M. Consolata. Provo a rileggerli alla luce del cammino della Serva di Dio.

Il brano del Libro dell'Esodo (Es 3, 1-6. 9-12) è una delle pagine più conosciute e anche più significative di tutta la Scrittura: il roveto ardente e la vocazione di Mosè. Siamo dinanzi a un'esperienza che sconvolge la sua vita: "Guarda, io ti mando dal Faraone, fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti". Questa è un'impresa che occuperà tutta la vita di Mosè, con momenti esaltanti, gloriosi, ma anche con esperienze fallimentari, con momenti carichi di angoscia. Eppure, anche in questi momenti, la fede di Mosè non viene meno, viene sostenuta da quel primo incontro, da quella prima esperienza. Lo collego con l'esperienza che la giovane Pierina fa a tredici anni, con un'intensità misteriosa che sorreggerà la sua scelta per tutta la vita: "Mio Dio, ti amo". E alla domanda: "Vuoi essere tutta mia?", la risposta generosa e definitiva fu: "Gesù, sì".

Cinquant'anni fa uno psicologo dell'esperienza religiosa parlava di "esperienze di vertice". Ci sono nella vita dei momenti e delle esperienze che rappresentano davvero un culmine, esperienze che alimentano per anni, e pure per tutta la vita, le scelte successive. Si tratta anche per ciascuno di noi di coltivare queste esperienze o di ricercare tale esperienza di vertice, che consiste in questo vedere o intravvedere qualcosa del volto di Dio e sentirci in Lui o avvertire di più una presenza.

Proprio il breve, ma densissimo, brano del Vangelo di Matteo (Mt 11, 25-27) ci dice che non si tratta di esperienze collegate solamente alla nostra sensibilità o alla nostra intelligenza, perché: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". Quindi, si tratta di dono gratuito, di grazia, anzi: la logica che emerge da questa pagina è proprio quella del capovolgimento. Sono esperienze riservate non ai dotti, non ai sapienti, non agli intelligenti, non alle persone particolarmente preparate da un punto di vista intellettuale, ma ai piccoli. Ora, nella categoria dei piccoli possiamo, a buon diritto, mettere chi non ha sicurezze proprie, chi non si sente adeguato, chi non si sente all'altezza, chi non è in grado di dare sufficienti garanzie.

Le parole di S. Paolo, in un versetto dell'Alleluia (1 Cor 1, 27-29), lo dicono con forza: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è nulla (e ancora più che piccolo, ancora più che piccolissimo), per ridurre a nulla le cose che sono". È come dire che i criteri di Dio non sono i nostri criteri soliti, ma anzi sono opposti ad essi. Noi cristiani non dovremmo stupircene alla luce della stalla di Betlemme, alla luce della morte sul Golgota. Noi cristiani non dovremmo stupircene alla luce della riflessione del Cantico di Maria sulla storia della salvezza, il Magnificat: "Ha disperso i superbi..., ha innalzato gli umili". Ciò significa: Dio ha capovolto i criteri. Non è questa, forse, la piccolissima via d'amore di Suor Maria Consolata? Non consiste proprio nella convinzione che il motore che muove il mondo non è la nostra intelligenza o intraprendenza, non sono i miracoli della tecnologia, ma è l'amore del Padre che si manifesta nel Figlio, che si manifesta nel Cuore del Figlio, nell'intimità profonda del Figlio che noi chiamiamo Sacro Cuore? A noi viene chiesto di non interferire con questo dono di grazia. Come? Facendoci piccolissimi, mettendoci più che possiamo nell'angolo. Certo, è una parola fare questo in una società che esalta l'Io, dove c'è questa ipertrofia o sovrasviluppo dell'Io, perché al centro di tutto stanno i nostri sacrosanti diritti, i nostri desideri, i nostri bisogni, le nostre aspirazioni, le nostre esigenze. È invece come dire che quello che mi interessa non è il mio punto di vista, ma quello dell'Amato e che per lui sono disposto a rinunciare a tutto.

Suor M. Consolata parla di "totale annientamento di me stessa" e spiega: pensieri, desideri, parlare di me, essere cioè un po' al centro dell'attenzione, esserci, contare, tutto deve essere il "totale annientamento di me stessa per attendere unicamente a dare a te, Signore, l'atto incessante dell'amore verginale".

Dunque, ripetiamo con Gesù: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra", poiché noi siamo qui per benedire e ringraziare il Padre per una povera e semplice monaca che tuttavia ci ha aiutati a capire meglio il Vangelo, che ci ha reso alcune pagine del Vangelo, tra l'altro proprio questa pagina, più chiara, più evidente, più percorribile. Diventa una pagina non di annullamento, ma di realizzazione di noi stessi e, quindi, non una pagina di privazione, ma una pagina di affermazione.

Ti benediciamo, o Padre, perché continui ad incantarci con i tuoi doni: Suor M. Consolata sembra, in realtà, una ragazza come tante, proveniente da una famiglia come tante, con un itinerario di ricerca fatto di momenti esaltanti e luminosi, ma anche di momenti di fatica, di umiliazioni, in cui è stato necessario con pazienza ricominciare.

Ti chiediamo, o Padre, di riuscire a imparare qualcosa da questo cammino confidente di Suor M. Consolata: la confidenza, ben attestata espressione che Lei stessa usa e che vuol dire un amore soffuso di tenerezza, di fiducia, è questa piccolissima via, percorribile anche per piccolissime e meschine anime quali siamo noi.

Allora, da queste parole del Vangelo, da questa esperienza, che è stata l'esperienza di Mosè e l'esperienza di questo Dio vicino al suo popolo, in ricordo di questa nostra sorella, del suo cammino, del suo itinerario, dei suoi insegnamenti, del suo esempio, possiamo portare l'invito alla confidenza, alla fiducia, alla speranza. Tutta la Chiesa italiana è invitata in questi anni a portare questa speranza, ad essere testimone di Cristo Risorto, speranza e fiducia dove è possibile porre la confidenza. Allora questo sguardo fiducioso non è uno sguardo ingenuo, ma è uno sguardo sapiente, appunto della sapienza dei piccoli, di questa sapienza che è dono: dono che in questa Eucaristia invochiamo su ciascuno di noi e su tutta la nostra Chiesa.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 30 Marzo 2008
105° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

LA "COLONNA" DI SUOR M. CONSOLATA
OMELIA DI DON J. OMAR LARIOS VALENCIA,
MEMBRO TRIBUNALE ECCLESIASTICO REG. PIEMONTESE

La nostra celebrazione Eucaristica di questa seconda domenica di Pasqua, chiamata Domenica della Divina Misericordia, ricorda il 50° della traslazione della Serva di Dio Suor Maria Consolata Betrone. Il 17 aprile 1958, in un contesto di intensa commozione e di sobria semplicità, le spoglie mortali della Serva di Dio Suor Maria Consolata, dal cimitero di Moncalieri dove giacevano dal 20 luglio 1946, rientravano in questo Monastero del Sacro Cuore. La mia meditazione vuole essere una sorta di piccolo itinerario, tentando in qualche modo di ricomporre la bellezza della verità sulla vita della Serva di Dio Suor M. Consolata, illuminandola con i testi della Sacra Scrittura e in particolare con la prima lettura degli Atti degli Apostoli che ci propone la Liturgia della Parola.

Il percorso che intendo compiere parte, dunque, dalla prima lettura, gli Atti degli Apostoli (At 2,42-47), facendo riferimento alla vita di Suor M. Consolata. La solenne liturgia della Risurrezione si distende per l'arco intero di sette settimane con altrettante domeniche pasquali. Esse sono prevalentemente costruite su alcuni aspetti della Chiesa del Cristo Risorto, con le sue gioie, le sue attese, la sua fede, ma anche con le sue prime ansie. Luca, negli Atti degli Apostoli, ci vuole presentare la planimetria della Gerusalemme cristiana, la Chiesa-madre che nel Cenacolo ha la sua prima cattedrale.

Essa si erge attorno a quattro colonne. La prima è l'insegnamento degli Apostoli, cioè l'annunzio del Vangelo tramite la catechesi, la predicazione e l'ascolto: "Come potranno credere in Cristo - si chiede S. Paolo nella Lettera ai Romani (Rm 10, 14) - senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?".

La vita claustrale di Suor Maria Consolata, nella perfetta osservanza della Regola e nella completa offerta di sé, ha messo il fondamento in questa colonna, nella piccolissima via d'amore. Tramite la vita e l'opera di Suor M. Consolata, il Signore ci insegna: "Consolata salverò il mondo con l'amore misericordioso, scrivilo", e raccomanda: "Non fatemi Dio di rigore, mentre Io sono un Dio d'amore". Dagli scritti di questa Serva di Dio (voluti dal Signore per insegnare ad altri fino a noi), possiamo ricavare indicazioni dottrinali e pratiche singolarmente semplici e profonde per realizzare una forma di preghiera continua che sia il fondamento ed il compimento di una vita cristiana santa nell'amore.

La seconda colonna di questo edificio spirituale è "la frazione del pane", cioè l'Eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, celebrazione centrale della fede cristiana, radice dell'amore e dell'unità fraterna, espressa esteriormente con il banchetto dell' "agape" a cui tutti i poveri sono invitati.

A Suor M. Consolata è chiesto da Gesù: "Non ti chiedo che questo: un atto d'amore continuo". È l'unica cosa necessaria: "Tu ti affanni per troppe cose, una sola ti è necessaria: amarMi". "Un pesciolino fuori dall'acqua muore, così tu muori, fuori dall'atto d'amore". Tutto è fondato sulla certezza del Suo amore: "Una sola cosa ti chiedo: non dubitare mai del Mio amore". In una lettera del 1927 Suor M. Consolata chiede ai suoi cari: "Mi raccomando la S. Messa nei dì festivi e la Santa Comunione il più che vi sia possibile"; e in un'altra lettera del 1935 indirizzata alla sua famiglia esprime il grande amore per l'Eucaristia: "Un tenero bacio, che pregherò Gesù Bambino a farvi a nome mio, se lo ricevete nella S. Comunione".

Terza colonna della Chiesa sono "le preghiere", cioè il culto svolto nel Tempio di Gerusalemme e alimentato dalla pietà biblica e dalla propria cultura, quella giudaica, ma con uno spirito nuovo e "d'un solo cuore" (At 5,12).

Suor M. Consolata ci insegna, nella sua piccolissima via, a pregare. Ciò è possibile in ogni condizione esteriore ed interiore: "Malgrado qualunque lotta, caschi il cielo e la terra, tuoni, tempesti, non importa, ama solo, ama sempre". "In tutti i casi amare posso sempre, questo mi basta". E come a Santa Maria Faustina Kowalska, il Signore concede una singolare intimità mistica, rivelandole quanto Lui ci ami tutti di un amore che non si scoraggia per la nostra miseria, Suor M. Consolata, in un dialogo d'amore con Dio, prega: "La mia debolezza l'ho sempre presente, unita però ad una grande confidenza: Oh no, Gesù non mi lascia cadere, io confido in Lui, credo al Suo immenso amore per me". È certamente una croce perché richiede la rinunzia a pensieri, parole, affetti e volontà che non vengono da Lui: "Dimenticati! L'atto incessante d'amore sarà l'oblio di te stessa. Nulla vi resta di te o per te, ma tutto è per Me". Dà la forza per compiere quello che piace al Signore: "Con Gesù in cuore, niente mi è impossibile". In una lettera del 1932 Suor M. Consolata prega in un modo veramente esemplare: "Nel Cuore di Gesù Bambino ho deposto tutte le anime vostre, perché Lui ne abbia cura, come ne ha di me. Ho pregato per ciascuno: per i vicini e per i lontani, e sono persuasa che se io, con tutta diligenza, adempirò i miei sacri doveri, Lui avrà una cura speciale di tutta la mia famiglia". "Pensa solo a Me ed Io avrò cura di te e dei tuoi cari, momento per momento...Non è consolante questa promessa Divina, di un Dio che può tutto, che vede tutto, che sa tutto e che promette di pensare ai miei cari (a tutti i miei cari) momento per momento?".

L'ultima colonna è quella a cui Luca dedicherà le sue descrizioni più appassionate, quella della koinonìa, cioè dell'amore fraterno, testimoniato concretamente dalla più totale uguaglianza sociale e dalla condivisione dei beni: "Tutti coloro che erano credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune, chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (At 2,44-45). Per costituire una comunità cristiana non basta che un certo numero di cristiani si ritrovi la domenica per celebrare un rito liturgico; è necessario che essi costituiscano una comunità-famiglia nell'intera settimana. La prima virtù fondamentale della Chiesa è, quindi, la carità operosa, il farsi prossimo a tutti i fratelli.

Questa virtù la troviamo in Suor M. Consolata come fondamento sul quale poggiano le altre due colonne della piccolissima via e cioè: "il sì a tutto col ringraziamento, il sì a tutte col sorriso". Il continuo atto d'amore diventa quindi il mezzo per realizzare radicalmente l'amore a Dio (nell'abbandono pieno e riconoscente alla Sua volontà) e l'amore al prossimo (nel servirlo in modo incondizionato e cordiale). Una via di santità concreta e completa procura felicità: "AmaMi e sarai felice". La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente, ecco un modo concreto di vivere l'amore al prossimo. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire, mediante la compassione, a far sì che la sofferenza venga condivisa e vissuta anche interiormente, è una società crudele e disumana. La società però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d'altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell'altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza. Accettare l'altro che soffre significa infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è diventata sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore. Il nome di Suor M. Consolata, parola latina consolatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. Ma anche la capacità di accettare la sofferenza per amore del bene, della verità e della giustizia è costitutiva per la misura dell'umanità, perché se, in definitiva, il nostro benessere, la nostra incolumità è più importante della verità e della giustizia, allora vige il dominio del più forte, allora regnano la violenza e la menzogna. La verità e la giustizia devono stare al di sopra della nostra comodità e sicurezza fisica, altrimenti la nostra stessa vita diventa menzogna. E infine, anche il "" all'amore è fonte di sofferenza, perché l'amore esige sempre espropriazione del mio "io", un'uscita da se stessi. L'amore non può affatto esistere senza questa rinuncia anche dolorosa per me stesso, altrimenti diventa puro egoismo e, con ciò, annullo me stesso come tale. Il Cuore di Gesù Crocifisso fece comprendere a Suor M. Consolata che dentro questo Cuore doveva ora esserci la sua dimora: vivere continuamente in questo Cuore divino con l'incessante atto d'amore.

Nel Vangelo (Gv 20,19-31) la Chiesa proclama l'annunzio pasquale: "Abbiamo visto il Signore!", ma con pazienza e umiltà attende che il mistero della libertà umana, illuminata dalla grazia, possa lentamente e gioiosamente giungere a professare il suo atto di fede: "Mio Signore e mio Dio". Questo credo pasquale è la sintesi essenziale della seconda grande virtù, quella della fede luminosa, a cui si può approdare attraverso vie diritte come la piccolissima via di Suor M. Consolata, ma anche attraverso strade contorte come l'Apostolo Tommaso, fratello di tutti coloro che hanno bisogno di essere a più riprese sollevati alla luce dalla mano del Cristo. Sant'Agostino dice che Pasqua significa passare "dalla colpa al perdono". La psicologia moderna ha messo in luce che non esiste solo la colpa intesa come peccato, esistono anche i sensi di colpa, o il complesso di colpa. Questi sono, anzi, una delle cause più diffuse delle nevrosi, degli stati di ansietà, della tristezza e della violenza che c'è nel mondo. Determinano quella che si chiama la "cattiva coscienza". Per molte persone fare la Pasqua potrebbe voler dire proprio uscire una buona volta da questo stato, sentirsi finalmente libere, nuove, riconciliate con se stesse e con la vita. I sensi di colpa non fanno male solo a colui che li soffre, ma anche a coloro che vivono loro intorno. Colui che non è in pace con se stesso, che ha una cattiva immagine di sé, tende poi a proiettare negli altri questa stessa immagine, si sente accusato tutto il tempo (mentre è lui stesso che si accusa) e diventa aggressivo. Il senso di colpa, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ha mai reso alcuno più umile, pacifico e amabile. I sensi di colpa possono essere di due generi assai diversi. Ci sono i falsi sensi di colpa, cioè i sensi di colpa indotti dall'esterno, dalla società e da una falsa educazione, o causati da una coscienza scrupolosa; e ci sono veri sensi di colpa, cioè che hanno avuto origine da oggettivi sbagli e peccati commessi, che si chiamano comunemente rimorsi di coscienza. Spesso la psicologia non tiene conto di questa distinzione fondamentale e pretende di combattere i sensi di colpa negandoli in blocco. Cerca di eliminare, insieme con il complesso di colpa, anche il senso del peccato. La grandezza del messaggio pasquale è che non c'è senso di colpa, vero o falso, che sia giustificato o ingiustificato, dal quale non si possa venire fuori. È stato scritto da Franz Kafka, un romanzo intitolato: Il Processo. In esso si parla di un uomo, un modesto impiegato, che un giorno, senza che nessuno sappia il perché, viene dichiarato in arresto, pur continuando a poter andare al suo lavoro. Comincia un'estenuante ricerca per conoscere i motivi. Ma nessuno sa dirgli niente, se non che c'è veramente un processo in corso a suo carico. Finché un giorno, tutti i tentativi sono andati a vuoto. Vengono a prelevarlo e lo conducono all'esecuzione. È la storia simbolica dell'umanità che lotta, fino alla morte, con il senso di un'oscura colpa, da cui non riesce a liberarsi. L'opera finisce come tutte quelle di questo autore: con qualcosa che si intravede da lontano, ma che non c'è possibilità alcuna di raggiungere come in certi sogni da incubo. A Pasqua, la Chiesa annuncia a milioni di uomini che si vedono rappresentati in quell'imputato: l'assoluzione vera esiste, non è solo una leggenda, una cosa bellissima, ma irraggiungibile.

Gesù ha distrutto ogni memoria delle nostre colpe; le ha tolte di mezzo inchiodandole alla Croce. Ha distrutto tutto. È proprio questo l'incessante atto d'amore che la Clarissa Cappuccina Suor Maria Consolata, per volontà del Signore, ci insegna come colonna fondamentale: "Non ti chiedo che questo, un atto d'amore continuo".


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2008
62° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

L'AMORE: CIBO DIVINO PER IL NOSTRO CAMMINO

OMELIA DI SUA ECC. MONS. GUIDO FIANDINO,
VESCOVO AUSILIARE DI TORINO

La festa odierna non riguarda soltanto la vita di Suor M. Luisa, della sua famiglia o della sua comunità religiosa, ma riguarda in qualche modo tutti noi: l'amore del Signore è dono per lei e per ciascuno di noi. Si tratta di un amore che l'ha conquistata.

Quando San Paolo parla della sua vocazione scrive: "Sono stato afferrato da Gesù". Anche tu, suor M. Luisa, ti sei sentita afferrata dall'amore di Gesù: un amore sponsale, capace di dar senso, gusto, pienezza, fecondità alla tua vita. Ma vorrei che questo oggi fosse un momento di grazia per tutti, perché tutti ci sentissimo afferrati questa sera dall'amore del Signore. Che bello pensare: "Sono amato da Dio, mi chiama per nome, mi abbraccia personalmente, gli sto a cuore".

Che cosa di più bello nel sentirsi amati e, tra tutte le persone che ci amano, sentirsi amati da Dio è il massimo. Sentirsi amati dal Signore è, infatti, saper rispondere come Suor M. Consolata Betrone - oggi è per altro il giorno anniversario della sua nascita al Cielo, 18 luglio 1946 - e rispondere come lei: "Gesù, Maria vi amo, salvate anime".

Anche se dicendo: "Vi amo", mi viene un po' il batticuore. Forse viene anche a voi, perché ci accorgiamo di non amare il Signore ancora abbastanza. Quindi dicendo: "Mio Dio, ti amo con tutto il cuore", dico tra me e me: "Fa' che sia così, fa' che il mio amore non sia mediocrità, ma sia pienezza, sia totalità". È, dunque, proprio il caso di unirci questa sera alla preghiera di Gesù al Padre con cui inizia il Vangelo di oggi (Mt 11, 25-30): "Ti benedico, o Padre - siamo qui per questo, per benedire - ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli", a quelli cioè che hanno il cuore semplice, il cuore dei piccoli, che sanno leggere l'amore del Padre, che si lasciano sorprendere dalle cose belle. All'inizio lasciamoci guidare, come è dovere, dalla Parola di Dio, perché la vita del credente è una vita guidata dalla Parola di Dio, e vorrei soffermarmi in particolare sulla prima lettura (1Re 19, 4-9.11-13): l'incontro del profeta Elia con il Signore. Lo sappiamo, Elia in quel momento stava vivendo un momento difficile, di incomprensione, di amarezza, di solitudine, tentava di fuggire. Sono esperienze che toccano, prima o poi, in modi diversi, ciascuno di noi: la vita tante volte sta in un fiorire di rose profumate, ma anche di spine, di momenti di fatica. La sequela di Gesù non è indolore, l'amore al Signore e la fedeltà hanno un prezzo da pagare. Sono momenti in cui anche Dio sembra assente e anche i santi hanno fatto l'esperienza di sentire Dio assente, il grande assente; pure la Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone ha ampiamente provato tutto ciò. Ma proprio in quel momento, Elia sperimenta la presenza tenera e delicata del Signore e si sente dire da Dio attraverso l'angelo: "Alzati e mangia".

Vedete, il nostro Dio è un Dio che sempre incoraggia: "Alzati, riprendi il cammino, alzati". Elia vede lì vicino una focaccia e un orcio d'acqua, mangia e beve. Il Signore ritorna e lo tocca. Bellissimo: il Signore lo tocca ed Elia sperimenta il tocco del Signore. Il Dio sentito come lontano si fa sentire come vicino e gli dice: "Su, mangia, è troppo lungo per te il cammino". La delicatezza di Dio conosce le nostre fatiche: "È troppo lungo per te il cammino". Sì, ne facciamo l'esperienza: con le sole forze nostre il cammino della vita, il cammino di fedeltà al Signore è davvero troppo lungo. Facciamo l'esperienza che non è possibile con le sole nostre forze umane percorrerlo: occorre il nutrimento di Dio, l'acqua viva della sua Parola e il pane nutriente dell'Eucaristia.

Ne facciamo l'esperienza tutte le domeniche, forse anche tutti i giorni. È proprio questo che la Chiesa ci fa pregare con un inno della Liturgia delle Ore quando diciamo: "Sia Cristo il nostro cibo, sia Cristo l'acqua viva, in lui gustiamo sobrii l'ebbrezza dello Spirito". Dice la Bibbia che con la forza data da quel cibo, Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. Ma il bello ha ancora da venire, il bello della vita cristiana, il bello della consacrazione a Dio deve ancora venire. No, non la nostalgia di un passato che sembra sempre migliore del presente, ma uno sguardo fiducioso al futuro: il bello ha ancora da venire.

Il buio della caverna dove Elia si è rifugiato diventa il luogo della luce. I momenti più bui della nostra vita, riguardati con gli occhi della fede anni dopo, sono forse i momenti più luminosi della nostra crescita, della nostra esistenza. Il buio di quella caverna diventa per Elia il luogo della rivelazione di Dio. Non esistono grotte, caverne, momenti bui che non possano essere illuminati dalla potenza luminosa del Signore, il quale dice a Elia: "Esci, esci e fermati sul monte alla presenza del Signore".

Anche a te, suor Maria Luisa, Gesù ha detto in questi anni e te lo ridice questa sera: "Esci, fermati". Esci dalla tua casa, sei uscita dalla tua casa, dalla tua terra, dalla Sardegna, dalla tua famiglia, dal tuo paese, proprio come Abramo.

Il nostro Dio ci fa uscire, ci fa andare oltre: esci e fermati sul monte alla presenza del Signore. Qui a Moriondo, sorella: questo è il tuo monte, come fermarti alla presenza del Signore; qui sia per te il luogo del passaggio del Signore. "Il Signore passò", dice la Bibbia: sia questo il luogo del passaggio, "pasqua", della risurrezione quotidiana. Sia qui il luogo del silenzio e della preghiera per cogliere la presenza del Signore: una presenza che normalmente è lieve come il mormorio di un vento leggero, come abbiamo sentito nella lettura. Il tuo silenzio, la tua preghiera, il vostro silenzio, sorelle Clarisse Cappuccine, la vostra preghiera indirizziamolo alla necessità del silenzio, della preghiera, della vita di noi tutti. Il mondo, noi, abbiamo bisogno della vostra testimonianza: una testimonianza che non tutti comprendono, ma di cui tutti beneficiano; il vostro silenzio contesta, silenziosamente, il nostro mondo fatto di chiacchiere, di rumore, di frastuono. Grazie della vostra contemplazione.

La vostra preghiera contesta silenziosamente il nostro efficientismo, la nostra illusione di fare a meno di Dio, di lasciare Dio in panchina, come ha detto ieri il Papa a Sidney alla Giornata Mondiale della Gioventù. Grazie di questa vostra contemplazione con la vostra preghiera. Il vostro nascondimento - stasera siete uscite un poco allo scoperto, ma normalmente siete più nascoste - contesta silenziosamente una società fondata sull'apparire. Grazie di questa vostra silenziosa contestazione: ci fa bene. La vostra vita fraterna, da sorelle, è un richiamo a un mondo dove le relazioni sono fragili, dove c'è tanto conflitto, dove c'è insopportabilità reciproca, c'è concorrenza, invidia, gelosie. Sorelle, il mondo, la Chiesa, noi abbiamo bisogno della vostra testimonianza: non lasciate mancare questo polmone capace di ossigenare la Chiesa e il mondo rendendo attuale oggi il messaggio di Santa Chiara, di San Francesco con la vita semplice, umile, gioiosa.

Passo a San Paolo brevemente. La seconda lettura (Rm 12, 1-13) ci invita ad offrire i nostri corpi, cioè la nostra vita, come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Sorelle Clarisse Cappuccine, fate della vostra vita un'offerta d'amore, perché solo l'amore cambia il mondo: nient'altro cambia il mondo. L'unica rivoluzione che cambia il mondo è quella dell'amore. Soltanto l'amore fa fiorire le persone, salva le persone. L'aveva capito molto bene Suor M. Consolata Betrone a cui Gesù aveva detto: "Tu, Consolata, pensa solo ad amare". Che bel programma di vita! Mettiamo al posto del pronome "tu" il nostro nome. "Tu ... pensa solo ad amarmi".

Gesù continua a dire a Suor M. Consolata Betrone: "Amami e sarai felice, e più mi amerai e più sarai felice". E lei aveva risposto con quella preghiera che continua a fare il giro del mondo: "Gesù, Maria vi amo, salvate anime". L'amore di Dio, che passa attraverso la via piccolissima del nostro amore, salva il mondo. Vedete, non conta tanto ciò che facciamo, ma come lo facciamo e per chi lo facciamo.

San Paolo ci invita ancora, nella seconda lettura dalla Lettera ai Romani, a far le cose con semplicità, con diligenza, con gioia. È un gran bel programma di vita per te sorella, per voi sorelle e per tutti noi: fare le cose con semplicità, con diligenza, con gioia. Sorella, tra poco tu ti stenderai qui per terra: è un momento bellissimo e terribile insieme. L'abbiamo fatto anche noi sacerdoti quando fummo ordinati sacerdoti: esprimiamo la nostra nullità, il nostro limite, la nostra povertà davanti al Signore. Davvero noi siamo come tanti zeri, ma Dio mette il suo uno davanti e i nostri zeri diventano dei valori infiniti. Allora, mentre tu sarai distesa per terra esprimendo la tua povertà davanti a Dio, ma anche la tua voglia di prostrarti, di consacrarti totalmente al Signore, senti che tutta la Chiesa, del Cielo e della terra, prega per te, non sei sola; devi sempre credere che c'è una Chiesa, una comunione dei santi che ti sorregge silenziosamente con la preghiera. Se Dio ti vede prostrata a terra ti dice: "Figlia mia, su alzati, mangia, esci, cammina e vivi".

Allora noi usciamo da questa Eucaristia con un impegno reciproco: noi ci impegniamo a pregare per te, ma tu sorella prega per noi, perché questo amore deve salvare le nostre anime: Gesù, Maria vi amo, salvate anime. Che mediante la tua e la nostra preghiera, le nostre anime siano salvate e che noi siamo tutti, in modi diversi, vivendo la nostra vocazione, come un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Che davvero il tuo sacrificio, cioè il tuo dono d'amore, unito al dono d'amore di Cristo che si fa carne, che nutre la nostra vita, sia per noi una testimonianza di vita evangelica, per tutta la Chiesa una ricchezza, che davvero sia di lode al Signore.

"Ti benedico Signore, hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" e noi, affaticati, sentiamo il suo invito: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò". Andiamo a ristorarci alla luce della Parola del Signore, alla forza del Pane dell'Eucaristia. Davvero crediamo che il Signore è con noi e ci rende capaci di vivere la nostra vita con lui ora e per l'eternità.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 19 aprile 2009
106° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

UN CAMMINO DI CONVERSIONE PER TUTTI,
NOSTRA SPERANZA E NOSTRA FIDUCIA

OMELIA DI DON MARIO CUNIBERTO

(At 4, 32-35 - 1 Gv 5, 1-6 - Gv 20, 19-31)

Santa Faustina Kowalska, nel suo diario, registra il 22 febbraio del 1931 queste parole che le ha detto Gesù: "Io desidero che ci sia una Festa della Misericordia, voglio che l'immagine che dipingerai con il pennello - immagine che troneggia anche oggi davanti al nostro altare - venga solennemente benedetta la prima domenica dopo Pasqua: questa domenica deve essere la Festa della Misericordia".

Sappiamo tutti bene come il grande Papa polacco Giovanni Paolo II abbia preso con molta serietà il messaggio che Gesù, attraverso Santa Faustina, fa giungere alla Chiesa per il bene del mondo intero e proprio lui ha stabilito che la seconda domenica di Pasqua fosse appunto la Domenica dedicata alla Divina Misericordia.

Perciò, io vorrei, prima di tutto, invitare ad una considerazione: queste parole così forti di Gesù - Voglio che questa domenica sia la Festa della Misericordia - vengono dette nel 1931. Siamo, dunque, quasi all'inizio di quelle tragedie che sconvolgeranno tutto il resto del secolo, in cui già rivoluzioni c'erano state nei decenni precedenti, ma dove ci sarebbe stata una spaventosa, ulteriore intensificazione di questi fatti di violenza, di ingiustizia, di oppressione: quanta persecuzione a persone oneste, buone, quanta persecuzione contro la religione, contro la Chiesa! Non per nulla, Papa Giovanni Paolo II ha definito il 1900 il secolo dell'ateo cristiano. Quasi a preparare il mondo cristiano a questi eventi, per prepararlo nel segno della speranza e della fiducia, il Signore sembra allora lanciare queste parole: il Messaggio della Divina Misericordia.

Si tratta del Messaggio della Misericordia per tutti, per quelli che ingiustamente devono sopportare croci tremende, quanto per quelli che con le loro scelte di peccato e con le loro scelte errate, diventano la causa, il motivo di tutte queste sofferenze.

La Misericordia del Signore non si arrende mai dinanzi ai nostri limiti e alle nostre debolezze, questa è la nostra vita. Sempre Gesù, parlando con Santa Faustina, dice: "Ci sono tanti titoli con cui voi invocate Dio e sono titoli tutti giusti, veri, ma il più bello di tutti è questo: Dio è Misericordia".

Dinanzi alla realtà del peccato, allo smarrimento che avvolge l'uomo, povero peccatore, c'è questa certezza della Misericordia del Padre che non si tira mai indietro, che è sempre pronto ad offrire perdono, riparazione, forza di ripresa nel cammino.

Ritengo che questo grande messaggio che è al centro di tale Domenica della Misericordia, si colleghi molto bene con il grande messaggio che il Signore ci manda attraverso Suor M. Consolata, con il suo atto incessante di amore: questa preghiera infatti chiede al Signore la salvezza delle anime, cioè che la Sua Misericordia operi in continuazione tale riparazione. Questo richiamo si spera che avvii un cammino di ritorno a Lui, un cammino di conversione, come è nostra fiducia e nostra speranza: "Gesù, Maria vi amo, salvate anime".

Salvare anime dal rischio delle conseguenze del peccato che allontanano sempre di più da Dio, che possono ingenerare un senso di disperazione, di distacco totale da Lui, mentre la Misericordia di Dio è offerta incessantemente a tutti e tutti richiama alla verità, all'amore, al calore della Casa del Padre. L'atteggiamento di Dio: "Retto e Misericordia", come annuncia il Profeta Isaia, è l'atteggiamento che noi troviamo nella parabola del padre misericordioso: la gioia del padre quando il figlio ha ripensato e ha scelto di tornare è il momento della grande festa, della misericordia del padre, che ha compiuto il miracolo di quella conversione e di quella trasformazione (cfr. Lc 15, 11-32).

Con questi pensieri e come già accennavo all'inizio della Celebrazione, desidero ricordare un'altra anima grande, Padre Arturo Maria Piombino, che ha avuto legami forti con Suor Maria Consolata, con tutta la Comunità di questo Monastero e, in particolare, con Suor Caterina Martini.

Attraverso Padre Arturo Maria Piombino la Chiesa ha ricevuto in dono il messaggio della Madonna delle Spine, che è un messaggio di amore per un mondo dolorante, stravolto dal peccato e dalla sofferenza.

La Madonna delle Spine ha voluto Lei stessa indicare - come ci ha testimoniato Padre Piombino - la ragione del suo titolo: "Io sono la Madonna delle Spine, perché sono la Mamma di tutte le spine di tutti gli uomini, miei figli"; le spine sono rappresentate dai dolori della nostra vita, non soltanto dalla realtà del peccato, ma da tutte quelle sofferenze che accompagnano l'esistenza di ciascuno di noi.

Allora, questo invito di Maria è per tutti noi suoi figli, perché ritorniamo con fiducia alla Misericordia del Signore, quella Misericordia che il Padre Celeste ci presenta soprattutto nella Croce di Gesù.

L'Apostolo Paolo, nella sua Lettera ai Romani (cfr Rm 8, 31-32) dice che Dio ci ha amati fino al punto da sacrificare il suo Figlio per noi e allora non ci negherà nulla: ecco la fiducia nella Sua Misericordia. Ecco l'appello della Mamma Celeste che si fa invito ad una preghiera universale per tutti gli uomini che sono sofferenti, malati nell'anima e nel corpo, perché possano aprirsi al dono inestimabile della grazia del Signore, quella grazia che trasforma e dà significato a tutta la nostra vita.

L'Apostolo San Giovanni, nella Seconda Lettura (1 Gv 5, 1-6) di questa S. Messa, dice: "Ciò che vince il mondo è la nostra fede". Ciò significa che la nostra fede è qualcosa di vivo, di concreto, che deve trasformare tutta la nostra vita e la trasforma. Come? Nell'obbedienza alla Parola di Dio, nella fedeltà al comandamento dell'amore, nella fedeltà al Vangelo.

Ecco che l'appello della Misericordia del Signore è un appello forte che invita e incalza tutti a percorrere la strada della conversione.

San Pietro, nella Prima delle sue Lettere (cfr 1 Pt 3, 20) ci parla della longanimità di Dio che sa attendere nella vita degli uomini i momenti dell'errore e i momenti della bontà, perché, a poco a poco, si operi in noi il cambiamento, l'orientamento a Lui, quella scelta che porta tutti alla conversione.

Un motivo questo di cui Suor M. Consolata e Padre Arturo Maria Piombino sono stati testimoni e maestri di inestimabile efficacia. Ci hanno aiutati con forza a capire che Gesù e la Madonna non sono entità astratte, lontane da noi, nella Gloria del Paradiso, ma sono persone vive, reali, concrete, sempre al nostro fianco, per condividere le nostre pene, le nostre speranze, i nostri problemi e per aiutarci.

Gesù lo dice esplicitamente: "Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45); ecco la Misericordia che il Padre ci dona e che passa attraverso la Croce di Gesù.

In questa grande e bella Domenica della Misericordia, in cui concludiamo l'Ottava solenne della Pasqua, presentiamo al Signore la nostra intenzione di spalancare il cuore alla dolcezza e alla Misericordia della Sua Grazia; preghiamo incessantemente per tutti i nostri fratelli perché comprendano questo dono inestimabile; allarghiamo il nostro cuore alla preghiera universale perché tutti gli uomini possano capire la tenerezza della Madonna. Questa Mamma vuole prenderci per mano per portarci nell'intimo del Cuore di Cristo, salvarci e ridarci quella pace di cui le anime nostre hanno così profondamente bisogno.

Ci sia vicina e compagna di viaggio la Serva di Dio Suor Maria Consolata: quante anime sono venute qui a pregare sui suoi resti mortali, quante anime hanno sfogato le loro pene, hanno detto le loro speranze. Tutti noi viviamo nell'attesa che il Signore manifesti un segno forte della sua predilezione per Suor M. Consolata e lo ringraziamo per avercela donata abbellendo così la storia del cammino dell'umanità intera.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 Luglio 2009
63° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

ESSERE "COLLABORATORI"
DELLA "COMPASSIONE" DI GESU'

OMELIA DI SUA ECC. MONS. PIER GIORGIO MICCHIARDI,
VESCOVO DI ACQUI TERME

(Ger 23, 1-6; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34)

Un saluto cordiale a tutti voi e, innanzitutto, alla Madre Badessa e alle Monache che ringrazio per avermi invitato a questa Celebrazione. Un saluto poi, tutto particolare ai confratelli Sacerdoti, in modo speciale a quelli della Diocesi di Torino: anche se sono lontano, mi sento ancora legato al Presbiterio a cui ho appartenuto per tanti anni. Saluto anche i diaconi e tutti i fedeli presenti.

La Liturgia di questa domenica, la XVI durante l'anno, ci propone alcune poche frasi del capitolo sesto del Vangelo di Marco.

Si tratta di poche frasi, ma importanti e significative, in quanto ci aiutano e ci permettono di fissare lo sguardo sul volto di Gesù e di imparare sempre di più qualcosa da Lui.

Il volto di Gesù, che oggi ci viene presentato, esprime la compassione, la misericordia che sgorga dal cuore di Dio per il suo popolo e che lo accende di sdegno nei confronti di quanti non sostengono questo popolo dell'Antico Testamento che Egli si è scelto e che ora diventa, con la venuta di Cristo, la Chiesa.

Nella prima Lettura, abbiamo sentito come il Profeta Geremia aveva già condannato l'arroganza di coloro che si dicevano guide, ma che, invece di radunare il popolo, l'avevano disperso. Lo stesso Profeta preannunciò allora l'intervento di Dio a favore del suo popolo attraverso l'opera di un germoglio giusto: questa promessa si è attuata in Gesù che, come abbiamo detto, dimostra compassione per la folla, perché essa è come un gregge di pecore senza pastore. Gesù, il vero Pastore, dona alla gente smarrita il Pane della Parola di Dio.

Presentandoci la compassione di Gesù e il suo volto compassionevole, l'evangelista Marco ci fa comprendere varie sfumature di questa compassione, nel senso che Gesù, come risulta dal Vangelo di oggi, si dimostra attento e premuroso verso la folla e anche verso il gruppo ristretto dei discepoli, appena tornati dalla missione a cui Egli li ha inviati.

Soffermiamoci allora brevemente su questi due aspetti in cui si dimostra e si concretizza la compassione di Gesù.

Innanzitutto cogliamo l'atteggiamento di Gesù verso i discepoli che ritornano dopo aver faticato nella missione, si riuniscono attorno a Lui e gli riferiscono quello che hanno fatto e insegnato: è importante per loro stare e confrontarsi con il Maestro che li ha inviati in missione. Questo "stare con Gesù" per fare una verifica con Lui esige un distacco dalla folla e dagli impegni missionari.

Gesù dice loro espressamente: " Venite in disparte e riposatevi un po' " dimostrando, in questo modo, una autentica compassione nei confronti dei suoi amici e suoi collaboratori.

Il Discepolo deve stare, certo, in mezzo alla folla, ma anche sapersi staccare per ritirarsi in solitudine, immergersi nella preghiera come fa Gesù che di tanto tanto si allontana dalla folla e dagli stessi discepoli per unirsi in intimità con il Padre.

L'attenzione premurosa di Gesù verso la folla è pure ben documentata dal brano di Vangelo: Gesù si commuove e prova compassione non tanto perché vede una folla affamata e segnata dalla sofferenza fisica, ma perché constata lo smarrimento della gente che non ha più punti di riferimento, che è in cerca di qualcosa che dia senso alla vita: "...erano come pecore che non hanno pastore".

Di fronte a questa folla, Gesù non guarisce e non sfama: lo farà in altri momenti. Qui invece, si mette ad insegnare: "...e si mise ad insegnare loro molte cose", annota Marco. Ecco, la sua compassione nei confronti della folla si concretizza e si rivela nel donare la Parola, cioè Egli medesimo che è la Parola di Dio fatta carne.

Queste varie sfumature sul duplice atteggiamento della misericordia di Gesù verso i discepoli e verso la folla, ha qualcosa da dire anche a noi: tutti noi, infatti, siamo discepoli di Gesù in forza del Battesimo e della Cresima ricevuta e quindi abbiamo una missione e dobbiamo anche noi essere missionari.

Mentre arrivavo qua, non più abituato a vivere in mezzo ai grandi palazzi, ai grandi agglomerati cittadini perché la mia Diocesi è fatta di piccoli paesini, mi rendevo conto dell'urgenza e della necessità della missione vissuta da ogni battezzato e da ogni cresimato. Spesso, in questo compito ci troviamo in difficoltà come i discepoli, sia perché possiamo incontrare differenze religiose, sia perché, quando vediamo che la missione è accolta, possiamo insuperbirci.

Gesù, allora, mostra la sua compassione anche verso di noi invitandoci, ogni tanto, a sospendere l'impegno del fare: dobbiamo "fare", dobbiamo "darci da fare" per annunciare Gesù e per testimoniarlo, ma talvolta dobbiamo fermarci e andare in un posto solitario, come stiamo facendo in questo momento, per confrontarci con la sua Parola e fra di noi, per poi riprendere, con fiducia rinnovata, l'impegno della missione.

Per quanto riguarda i fratelli e le sorelle a cui siamo inviati, Gesù ci ricorda con il suo atteggiamento compassionevole verso la folla, che è essenziale vivere la missione diffondendo la Parola di Dio e così aiutare le persone attraverso questa Parola a trovare un punto di riferimento e un significato alla loro vita.

Quindi, dobbiamo ancora domandarci: quando ci impegniamo al servizio per gli altri, facciamo emergere noi stessi, oppure siamo strumenti attraverso i quali passa la Parola di Dio che aiuta a dare un senso e un significato alla vita?

Vorrei ancora proporvi una riflessione suggeritami dal brano evangelico odierno: pur mostrando Gesù la sua compassione verso i discepoli e verso la folla, nella modalità che abbiamo osservato, sembra quasi, ad una lettura superficiale del Vangelo, che Gesù ponga maggiore attenzione alla folla piuttosto che ai discepoli. Infatti, poco dopo averli invitati a mettersi da parte per un momento di riposo e di confronto con Lui, li invita di nuovo a ritornare in mezzo alla folla. Gesù, si vede, passa rapidamente dalla folla alla solitudine e viceversa. Si tratta di un movimento che a noi risulta spesso faticoso, per Gesù invece no: perché?

Ecco, è questo l'insegnamento del brano del Vangelo: il Cuore di Gesù è sempre radicato nella ricerca della volontà del Padre e nell'ascolto della Sua Parola. E allora, se noi, come Gesù, ci impegniamo a ricercare la volontà di Dio, vivremo con serenità e con pace l'atteggiamento, spesso contradditorio, che ci porta da una parte a sentire la necessità di fermarci, di isolarci dalla folla e, dall'altro, a vivere l'impulso ad andare verso i nostri fratelli che ci toccano il cuore e lo muovono a compassione.

Se noi, come Gesù, sappiamo portare l'attenzione e avere sempre il cuore rivolto alla volontà di Dio, potremo con meno fatica passare velocemente dal riposo all'immergerci nella folla, dalla preghiera al servizio.

Questa sera ricordiamo in modo particolare la Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone nell'anniversario della sua morte: come Monaca Cappuccina ha risposto alla missione a cui Gesù la chiamava, quella di stare con Lui. Il suo stare con Gesù non è stato però un atteggiamento egoistico, ma molto di più perché è stata consumata dal fuoco della missione come Gesù che è venuto affinché "...tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza".

Per questo Suor M. Consolata pregava: Gesù, Maria vi amo, salvate anime e questa preghiera si è trasformata in immolazione di se stessa, per compiere ciò che manca alla Passione di Cristo a favore del Suo Corpo che è la Chiesa.

La Serva di Dio ci ricorda che dobbiamo necessariamente stare con Gesù, fermarci ogni tanto con Lui se vogliamo che fruttifichi il nostro impegno per il bene; ma ci ricorda pure che lo stare con Gesù non deve essere un ripiegamento ozioso su noi stessi, ma un aprirci costantemente agli orizzonti della missione.

Con lei ripetiamo questa sera: "Gesù, Maria vi amo: voglio stare con voi, unirmi a voi per salvare le anime".


 

 

Monastero Sacro Cuore - 10-11 aprile 2010
Domenica della Divina Misericordia e
107° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

DON ANDREAS RUF
SACERDOTE TEDESCO DELLA DIOCESI DI ORVIETO-TODI

LASCIARSI “VIVERE” DAL SIGNORE

Oggi festeggiamo la Divina Misericordia: è la nostra festa, perché la Divina Misericordia è per noi che ne abbiamo continuamente bisogno. Ci sentiamo infatti deboli, siamo fragili uomini caduti nel peccato: abbiamo bisogno della Misericordia che viene a noi anche quando il nostro cuore è chiuso. L'Amore non può fare nulla per noi, se noi non lo vogliamo ma nello stesso tempo non smette mai di bussare alla porta del nostro cuore. Dobbiamo solo aprirci al Signore, accettare la Sua Misericordia, imparare ad alzare il nostro sguardo da tutto ciò che è terreno e quando con la Grazia del Signore cominciamo, riusciamo anche a vedere la Verità.

Se non ci fissiamo più sul nostro "io", sul nostro "sepolcro", sulla nostra miseria, qualcosa comincia a cambiare in noi. Gesù raccomanda a Suor Maria Consolata: "Non più rivolgere il pensiero a te stessa o posarlo sulle creature...Nulla...Gesù solo". E lei chiede: "Gesù concedimi che io non esca più dal tuo Cuore". Questo è lo "sguardo in alto" di cui abbiamo bisogno: non ripiegarci più su noi stessi o su gli altri, ma confidare solo in Gesù. Se ci fidiamo della Divina Misericordia, perdiamo il timore di stare con noi stessi e scopriamo la presenza di Dio in noi e, godendo di questo dono, desideriamo rimanere sempre più con Lui. Nessuno e niente può separarci dal Suo Amore: dipende da noi stare in Lui e con Lui, che è in noi. "Dio solo" dice Suor Maria Consolata, "niente altro che Dio solo sino al compimento di tutto...Seppellirmi...Gesù, io ti ho creduto, ti credo, perciò mi abbandono a te e mi fido di te":ecco la Divina Misericordia che viene da Gesù Cristo morto e risorto, si rivolge a ciascuno di noi, risplende nella nostra vita, nel nostro intimo e nella nostra debolezza che quindi non conta più, anche se la sperimentiamo: alzando lo sguardo vediamo sì, la nostra fragilità, ma nello stesso tempo c'è solo Luce in noi per il dono della Misericordia che Dio ci fa gratuitamente. Scrive Suor M. Consolata: "Sì, o Gesù, accetto tutto il dolore, perché confido e credo nel tuo potente aiuto".E ancora: "Mi fido di Lui, ciecamente. Lo lascio fare...E Lui realmente pensa a tutto. E vivere così alla sua dipendenza, facendo, minuto per minuto, ciò che Lui vuole, è paradiso".

È paradiso, questo, perché Dio comincia a vivere in noi. Non è sufficiente che Dio "sia" in noi: viviamo, ma non c'è la vera Vita, perché solo corrispondendo al Suo Amore riceviamo in dono la vera Vita. Abbiamo infatti sentito nel Vangelo: "...perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (Gv 20, 31); qui non c'è niente di tangibile, ma se crediamo e abbiamo piena fiducia nella Divina Misericordia, la nostra vita si capovolge. Gesù dice a Suor M. Consolata: "Consolata se ti offri, se accetti tutto il patire, Io unirò la tua passione alla mia, il tuo sangue al mio ed offrirò ad essi, traditori e apostati, la Redenzione. Non temere, sarò la tua fedeltà, la tua generosità, poiché tutto ciò che è mio, lo dono a te".

È bellissimo questo invito! Quando ci lasciamo "vivere" dal Signore, Lui ci fa partecipi del Suo Divino Sacrificio e ci presenta al Padre; non opera la Redenzione senza di noi: tutto è già compiuto, tuttavia ha lasciato "aperta" la Redenzione "nel tempo" per noi. Gli apostati e i traditori ricevono la salvezza attraverso il nostro "sì" attraverso la nostra vita con tutte le sue difficoltà e le croci di ogni giorno nella Volontà di Dio. Non dobbiamo temere perché non saranno la nostra fedeltà e le nostre forze a "farci santi": da soli non riusciremmo mai, non ci è possibile! È Gesù, con la Sua Fedeltà e Generosità a operare in noi perché tutto ciò che Lui è, viva in noi.

Lasciamoci "vivere" dal Signore, così la Sua Misericordia potrà pulsare in ciascuno di noi; è questo il senso più profondo della grande Festa di oggi ed è anche il senso del tempo in cui viviamo: allo stesso modo è ancora "coperto", cioè non pienamente compreso il messaggio della nostra cara Suor Maria Consolata che è sicuramente "pioniere" di questa "Nuova Vita" in Dio.

LA CONFIDENZA NEL SIGNORE
COME PROGRAMMA DI VITA

"Gesù confido in te! Gesù confido in te! Gesù confido in te!": questa invocazione non è solo una preghiera, è un programma di vita che Suor Maria Consolata ha vissuto in pienezza perché ha sperimentato i limiti umani di debolezza e fragilità. Voleva amare il Signore con tutta se stessa ma temeva di non riuscirci anche per il suo carattere scrupoloso e impulsivo: la Madre Maria dell'Immacolata che la conobbe molto bene, la chiamava infatti "Suor Folgore e Tempesta". Suor Maria Consolata è stata dunque una di noi, con tanti difetti e debolezze, senza nulla di particolare: consapevole delle sue fragilità ha cominciato a vivere un fiducioso abbandono. Leggiamo nel suo Diario: "Una notte, a mattutino, il timore dei divini giudizi mi assalì fortemente e spalancò un abisso fra Dio Padre e l'anima mia infedele. Piansi, non osando più guardare il cielo. Tutto mi sembrava inesorabilmente perduto. Che cosa potevo io offrire per placare questa Giustizia? Che cosa potevo promettere, se ogni giorno segnava la mia infedeltà? E mentre amare lacrime scendevano, raccolsi tutte le forze dell'anima e: Gesù, io confido in te! Ed ecco, sopra l'abisso spaventoso stendersi un ponte. Gesù, la confidenza in Lui, riuniva, al di sopra di tutte le mie miserie, questa povera creatura al Sommo Creatore...E la pace tornò. La confidenza in Dio! Solo essa mi dà ali; il timore mi agghiaccia, paralizzando tutte le possibili attività".

Ecco dunque un ponte tra la nostra miseria e debolezza e la Divina Misericordia: è la nostra fiducia in Dio. Perché Gesù dopo la Sua Risurrezione disse tre volte agli apostoli: "Pace a voi!"? Perché come succede anche a noi, non avevano la pace. Riflettiamo: che cosa ci toglie la pace? Forse il timore della nostra debolezza, della malattia, degli altri, delle ristrettezze economiche: paura, paura, paura! Ma proprio a questo punto arriva Gesù a mostrarci le Sue Ferite e il Suo Costato aperto e a dirci: "Pace a voi!".

Lui è la nostra Pace: come possiamo accogliere questa Pace? Costruendo un ponte che unisca l'abisso della nostra povertà umana e Lui, il Dio Creatore. Infatti tra creatura e Creatore c'è un vuoto infinito che può essere superato solo con il nostro fiducioso abbandono che attira la Misericordia: dunque a confidenza illimitata corrisponde Misericordia illimitata. "Con il mio atto d'Amore",scrive la nostra Suor Maria Consolata, "vivo e palpito nel Cuore Divino e ci vivrò eternamente in una gioia senza confine. E sento che quest'atto di Amore mi fissa perennemente in Lui". Dobbiamo aggrapparci alla Misericordia: «Rimanete in me e io in voi». (Gv 15, 4). Il Divino Amore non può rimanere in noi, se noi non restiamo in Lui.

La nostra "piccola santa", Suor Maria Consolata, così particolare nel suo carattere e con tante fragilità e debolezze, si è fissata tenacemente alla Divina Misericordia: questa è stata tutta la sua vita. Quando guardiamo a lei ci meravigliano la sua semplicità e la sua spontaneità essenziale e profonda: sperimentiamo un universo di bellezza perché la nostra Sorella non ha vissuto la sua vita, è Gesù Misericordioso che l'ha vissuta in lei, totalmente. Che grande messaggio di Amore è questo: "Gesù confido in te!".

Noi invece spesso viviamo il: "Gesù confido in me, dammi la forza per confidare in me". Suor M. Consolata era pronta e generosa a vivere la confidenza nella Volontà di Dio: "Tutti i sacrifici che vuoi, Signore!". Ma che cos'è "il sacrificio" nella sua vita? Era la sua stessa vita.

Il messaggio di Suor Maria Consolata è per tutti noi: accettando quello che ci accade ogni giorno, sofferenze, malattie, tante situazioni difficili, compresi i difetti del nostro carattere, se tutto offriamo a Gesù con amore e per amore dicendo: "Gesù confido in te! Accetto, offro e soffro per Te", viviamo in pienezza la piccolissima via d'amore. Sì, la sofferenza rimane nella nostra vita, Dio la permette, ma accadrà come ha scritto Suor M. Consolata: "Non ho più paura della mia debolezza perché ho trovato una forza invincibile: sei Tu Gesù! E quindi, perdutamente mi abbandono al dolore, all'immolazione per aiutarTi a salvare il mondo, per farti regnare, o Cuore di Gesù". Questo messaggio ci deve incoraggiare e stimolare, perché anche noi siamo invitati a unirci a Gesù e a collaborare con Lui per la salvezza delle anime: viviamo dunque questo programma di vita nell'Amore: "Gesù confido in te" e il Signore ci unirà a Sé in questo suo grande anelito di salvezza: Gesù, Maria vi amo, salvate anime.


 

 

Monastero Sacro Cuore - 18 luglio 2010
64° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. PIER GIORGIO DEBERNARDI
VESCOVO DI PINEROLO

CONTEMPLARE DIO
CON L'AMORE DI MARTA E MARIA

È un segno di speranza la tua professione temporanea, carissima suor Miriam Giusy: un segno di speranza per questo monastero, un segno di speranza per questa Chiesa locale, un segno di speranza per la Chiesa Universale. Ma è anche un dono per la tua famiglia, perché quanto don Bosco diceva per un prete: "Il più grande dono che Dio possa fare ad una famiglia è un figlio sacerdote", lo si può benissimo applicare anche alla vita consacrata.

È un dono: è un dono per la tua famiglia, che non tanto perde, quanto guadagna. Se per un bicchiere d'acqua si riceverà cento volte tanto, quanto più per il dono di un figlio.

È un segno di speranza, perché vediamo che il Signore continua a chiamare. C'è bisogno che il terreno sia buono, che il terreno non sia sassoso, non sia coperto di spine, non sia un terreno come la strada battuta, come l'asfalto. Ma se il terreno è terreno buono, terra buona, certamente il seme della vocazione che il Signore spande anche oggi, ne dobbiamo essere certi, cade in terra, mette radici, diventa spiga, porta abbondanza di frutti, sfama tanta gente.

La tua vocazione, suor Miriam, diventerà davvero risposta al bisogno di amore che c'è nel mondo. Verrebbe da dire: ma come, dentro quattro mura di un monastero? Eppure è così: se noi leggiamo la nostra vita alla luce del mistero della croce, del dono del Signore, è soltanto cadendo in terra, morendo, che noi sprigioniamo l'amore. Santa Teresa di Gesù Bambino legge e medita quella parabola che Gesù applica a sé: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, ma se muore porta molto frutto" (cf. Gv 12, 24).

D'altronde, suor M. Consolata, di cui oggi ricordiamo la nascita al Cielo, decide di entrare in monastero leggendo l'autobiografia di Santa Teresa di Gesù Bambino. È necessario morire per vivere, per sprigionare la vita; è necessario morire per portare frutto e questo alla luce del mistero della croce che è mistero d'amore. Tuttavia, questa morte produce la vita, da questa morte scaturisce la vita e ci vuole coraggio, ma per amare ci vuole coraggio. San Francesco di Sales fa un'associazione molto bella chiedendosi chi ha la capacità di salire al monte più alto della terra, il Calvario. Il Calvario è il monte più alto della terra, ma chi ha il coraggio di salirlo? Soltanto l'innamorato.

Soltanto l'innamorato ha la capacità di salire sul monte più alto della terra. Chi è che sale il Calvario accanto a Gesù? Maria, Giovanni, qualche donna, ma la maggior parte di uomini e di donne che avevano seguito Gesù, come discepoli e discepole lungo la strada verso Gerusalemme, stanno lontano, guardano da lontano. Soltanto pochi innamorati, Maria, Giovanni e qualche donna hanno la capacità, la forza e il coraggio di salire sul monte più alto della terra.

Con la tua professione, carissima suor Miriam Giusy, stai camminando verso questo monte più alto della terra. Sembra una vita sprecata, come il chicco di grano che cade in terra, eppure è una vita donata, una risposta d'amore che c'è in noi. Io ti auguro proprio che la tua vita di consacrata sia ogni giorno risposta d'amore e, proprio nel giorno anniversario della nascita al cielo di suor M. Consolata, ancora di più tu senta che la tua vita deve essere continuamente, in ogni istante, atto d'amore al Signore.

Certo, non sempre ci sarà la gioia di una comunità che ti circonda di auguri, di festa. Forse si realizzerà quanto Paolo ci diceva nel brano della lettera ai Colossesi: "Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e porto compimento a ciò che dei patimenti di Cristo manca nella mia carne a favore del suo corpo che è la Chiesa" (cf. Col 1, 24). La tua vita realizzerà questa parola di Paolo e anche in te si realizzerà questo patimento, questa sofferenza: una sofferenza, un patimento d'amore, perché il corpo della Chiesa sia segno e sacramento di vita per tutto il mondo.

È questo quello che ci dice la fede, quello che la fede illumina nella nostra intelligenza per farci capire che, in questo momento in cui dici il tuo al Signore, il tuo eccomi, tu sei come questo chicco di grano che apparentemente cade in terra e muore. Ma proprio la fede vede un frutto che forse noi non vedremo con i nostri occhi: con la fede possiamo, infatti, intuire la bellezza del dono di una vita che moltiplica la vita sulla terra, che moltiplica l'amore sulla terra.

È questo l'augurio che viene a te in particolare dalla Parola del Signore e questa Parola del Signore sembra che sia stata scelta proprio per te in questa celebrazione: Marta e Maria, le due sorelle che accolgono Gesù e non soltanto Gesù. Gesù stava salendo verso Gerusalemme accompagnato dai suoi, dai Dodici e anche da altri. Non è che in casa di queste due sorelle entri una persona sola: entra una carovana. Per questo non ci dobbiamo meravigliare se Marta si lamenta, perchè non accoglie solo Gesù, accoglie una carovana di persone.

Ma in queste due figure, Marta e Maria, noi vediamo l'intreccio della vita cristiana che in noi, discepoli e discepole del Signore, ci deve essere sempre. Anche in Suor M. Consolata vediamo che c'è stato questo intreccio di Marta e Maria: una frase illumina la vita di questa nostra sorella e la avvicina molto a Marta. Verrebbe di avvicinarla a Maria, ma Suor M. Consolata è stata anche Marta, ha realizzato anche Marta nella sua vita e lo comprendiamo leggendo nel suo Diario: "La mia giornata è un a tutte le mie sorelle, la mia giornata è un continuo dal mattino alla sera alle mie sorelle". Questa è Marta.

Poi il Signore attraverso grazie particolari le ha fatto prendere il ruolo di Maria, però per tutti Marta e Maria si intrecciano nella nostra vita, e un po' dobbiamo essere Marta e un po' dobbiamo essere Maria.

D'altronde la Vergine ha realizzato in sé le due dimensioni incarnate nella vita di queste due sorelle. Pensiamo al mistero della Visitazione: Maria si mette in viaggio verso la montagna per porsi a servizio di Elisabetta che attendeva, anziana, un bambino, il Battista. Ma anche Maria attende un bambino. Dimentica se stessa per mettersi a servizio di Elisabetta: è la dimensione di Marta. Però quando giunge in casa di Elisabetta, dal cuore di Maria sgorga il Magnificat, l'adorazione, la lode al Signore: è la dimensione di Maria, dell'altra sorella.

Nel mistero della Visitazione noi abbiamo queste due angolature, queste due facce della vita cristiana che poi si realizzano anche nella vita consacrata, in quella monastica, in quella claustrale sempre, anche se la vita claustrale ancora di più rimarca la dimensione di Maria.

Stare seduti ai piedi del Signore è la dimensione del discepolo, della discepola. Tutti dobbiamo stare seduti ai piedi di Gesù, proprio perché siamo suoi. Pensate quando Gesù parla e proclama il discorso della montagna: Gesù messosi a sedere come il Maestro e attorno a Lui, seduti, i discepoli che lo ascoltano. La dimensione cristiana è fondamentalmente ascolto del Signore: Egli parla e noi ascoltiamo: il Signore ci fa la grazia di aprirci le orecchie perché questa Sua parola entri nella nostra mente e scenda nel nostro cuore e lo trasformi da cuore di pietra in cuore di carne capace di amare, di servire e di donare.

Maria e Marta rappresentano due dimensioni della vita cristiana, ma Gesù esalta in modo particolare la dimensione di Maria. Non rimprovera Marta, ma le dice soltanto che non deve affannarsi troppo. Gesù capisce che sulle spalle di Marta pesa la presenza di questa comitiva di passaggio verso Gerusalemme e non la rimprovera, ma, lodando la posizione di Maria, dice soltanto che lei si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta. E questa Parola deve farci riflettere: qual è questa parte migliore che non ci sarà tolta?

È la parte dell'eternità. Noi siamo chiamati a contemplare il mistero di Dio già qui in terra, ma lo contempleremo definitivamente e non finirà qui questa contemplazione dell'eternità. Questa è la parte migliore che non ci sarà più tolta. E Maria già l'anticipa su questa terra; e tu, suor Miriam Giusy, con la tua professione davanti a noi, davanti al popolo di Dio, davanti alla comunità cristiana ci dici che tu cominci già fin da questa terra a scegliere la parte migliore che non ti verrà mai più tolta.

Allora la tua Professione invita tutti noi a guardare verso l'alto a questa parte migliore che non ci sarà mai più tolta, che comincia però già da questa terra tutte le volte che contempliamo la Parola del Signore e l'amore del Signore non staccandoci dalla vita di ogni giorno, ma nella realtà della vita di ogni giorno.

Suor M. Consolata ha incarnato proprio come monaca di clausura questa dimensione di Maria che si è scelta la parte migliore. Se noi leggiamo la sua autobiografia e i suoi scritti, quanti pensieri troviamo su questa vita che lei sente vita d'amore, perché vita di contemplazione di Dio. All'inizio della Messa il parroco ha letto un pensiero che si riferiva proprio al brano del Vangelo di oggi: «In quel tempo, l'amore a Gesù lo facevo consistere nel lavorare tanto, ma Gesù già al cominciar dei santi Esercizi della Professione Semplice (temporanea) m'aveva detto: "Tu ti affanni per troppe cose, una sola ti è necessaria: amarMi"». Ve ne propongo un'altro dove Gesù dice a suor Consolata, il 7 novembre del ‘35: "Vedi, Consolata, Io ho sete d'amore: anche tu hai sete d'amarmi, hai sete di un eterno canto d'amore? Ebbene sì, Io accolgo il tuo desiderio, il tuo cuore canterà incessantemente. Sei contenta stavolta? Il tuo grande sogno è realizzato. Consolata, il mio cuore te lo concede: ad ogni tuo respiro salirà verso il cielo, attraverso il mio Cuore, il tuo Gesù, Maria vi amo, salvate anime. Sei proprio contenta? Il dono è grande, ma Io sono più grande del dono. Ti amo, ti amo alla follia, Consolata e faccio e farò follie per te. Consolata, sei felice ora? Sì, vero? La tua gioia è la mia. L'atto d'amore del tuo cuore non si interromperà più sulla terra, te lo giuro, Consolata, tu amerai, amerai in ogni tua azione. No, il tuo atto d'amore non si spegnerà, ma si eternerà nel cielo".

La dimensione contemplativa di Suor M. Consolata è la risposta a Dio amante di quest'anima. Questa dimensione contemplativa si accenda sempre di più e diventi un segno per tutti noi a volte frastornati da mille cose, per cui dimentichiamo la parte migliore. Che la tua vita di contemplazione, Suor Miriam Giusy, ci ricordi che, nel nostro affannarci quotidiano, non dobbiamo mai dimenticare il perché Dio ci ha creati: questo vorrei lasciare come ricordo a tutti noi che partecipiamo alla gioia di questa Sorella.

Perché Dio ci ha creati? Ricordate la risposta a questa domanda che noi, soprattutto i più anziani, imparavamo a memoria al catechismo. Perché Dio ci ha creati? Per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e goderlo nell'eternità. Lo si gode già, in questa vita, pur con amarezze e sofferenze, pur portando la croce e la dimensione contemplativa nella vita claustrale in mezzo al popolo di Dio richiama questa contemplazione che sarà per tutti il fine della nostra vita, quando i nostri ruscelli, i nostri torrenti si dilateranno nell'oceano dell'amore di Dio.

E davvero, pensando a suor M. Consolata, a questa sua dimensione contemplativa, a questo colloquio pieno di amore fra lei e il suo Signore che amava intensamente, ricordiamoci ogni giorno che il Signore ci chiama pur in mezzo a tante avversità e a tante gioie della nostra vita, e non dimentichiamoci che siamo fatti per Dio e che il nostro traguardo è Dio.

Se l'Anniversario di oggi, se questo ricordo di suor M. Consolata, mettesse in noi questa certezza sarebbe una grandissima festa in cui la terra grigia si congiunge al cielo azzurro e le nostre opacità, le nostre debolezze e le nostre fragilità, come questo asfalto grigio, saranno salvate dal sole dell'amore di Dio. Allora noi comprendiamo che la vita è un cammino verso Gerusalemme e verso il monte più alto della terra.

Il Signore ci renda innamorati, ci renda innamorati tutti, ma renda soprattutto innamorata te, carissima suor Miriam Giusy, per poter salire questo monte e per dire: vedi, davvero incontriamo Gesù, il nostro amore!


 

 

Monastero Sacro Cuore – 1° Maggio 2011
Domenica della Divina Misericordia
e 108° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON MARIO NOVARA
MEMBRO DEL TRIBUNALE ECCLESIASTICO
REGIONALE GENOVESE

DA MONCALIERI UN FIUME DI MISERICORDIA
DIVINA PER L’UMANITÀ SOFFERENTE

Ormai da molti anni è nata la bellissima consuetudine di celebrare solennemente la Domenica della Divina Misericordia in questo monastero, che Gesù ha voluto fosse dedicato al suo Sacro Cuore. Giovanni Paolo II, questa mattina proclamato Beato dal suo successore Benedetto XVI, ha istituito la Domenica della Divina Misericordia in accoglienza del messaggio trasmesso da Santa Faustina Kowalska proprio negli stessi anni nei quali è vissuta qui la Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone. Questo insieme di provvidenziali coincidenze ci può aiutare a comprendere qualcosa della bellezza e grandezza dei piani di Dio nei quali rientra certamente anche la nostra presenza qui oggi per fare esperienza concreta del suo amore, in un momento nel quale la pace é minacciata anche sulle vicine sponde del mediterraneo.

Dal punto di vista liturgico la Chiesa conclude adesso la celebrazione pasquale cioè il passaggio ad una nuova vita da risorti nel battesimo insieme con Cristo. Lo fa nella consapevolezza non solo dei limiti umani che, tante volte, ci impediscono una piena coerenza nei nostri comportamenti ma soprattutto della sua volontà salvifica, che si manifesta nell’offrirci continuamente occasioni di conversione, come è accaduto per l’apostolo Tommaso.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, proprio in due paesi che saranno tra i più martoriati dagli eventi bellici originati dai totalitarismi di destra e sinistra, l’Italia e la Polonia, lo Spirito Santo ha suscitato contemporaneamente due umili suore per annunciare, come ha scritto Karol Woytiła, nel suo ultimo libro, “Memoria e identità”, che “l’unica verità capace di controbilanciare il male di quelle ideologie era che Dio è misericordia”, che è sempre possibile cambiare in bene.

A Cracovia Faustina ha preparato spiritualmente il Pontefice che ha aperto la strada alla caduta dei regimi comunisti atei. A Moncalieri Suor M. Consolata ha messo le basi per le apparizioni, del 1960 nel Collegio Carlo Alberto, della Vergine Maria col titolo di N. S. delle Spine, non note al grande pubblico, ma che costituiscono la diretta continuazione di quelle di Fatima. In esse la Madonna chiese ad un giovane aspirante religioso, Emilio Baldrighi, di soffrire per quindici notti le pene della passione del Signore per il ritorno del Patriarcato Ortodosso di Mosca alla piena comunione con il Papa, in continuità col voto fatto per la stessa intenzione, nel 1859, dal barnabita russo convertito Grigoriy Agostino M. Suvalov. Non a caso il padre spirituale di Emilio, Padre Arturo Piombino, era stato uno dei confessori della nostra sorella cappuccina che gli aveva promesso fattiva riconoscenza dal cielo.

Di fronte al dilagare della prepotenza e dell’odio, l’Onnipotente, nella linea biblica dei poveri di Javhé, si serve di persone semplici e fragili per farci comprendere che Lui solo è in grado di cambiare il corso della storia proprio a cominciare da chiunque di noi. Dal nostro piccolo sì, umile e nascosto, può partire quella che l’attuale Papa, Joseph Ratzinger, ha definito la “rivoluzione cristiana”.

Scriveva la piccolissima anima per eccellenza, a Padre Lorenzo Sales, il 7 ottobre 1944: “Oh, lo sento che il Cuore Divino un giorno, mostrandomi al mondo, avrà una frase sola: Si è fidata di me! Mi ha creduto! Sì, Gesù farà cose grandi ed io in anticipo mi unisco alla SS. Vergine nel cantare il Magnificat. Mi solleva dal fango per collocarmi in alto...Ancora un po’ di mesi e poi Consolata diverrà Consolatrice. Oh, mi chinerò con amore su ogni cuore che geme, che soffre, che dispera, che impreca, che maledice...Anche oggi, attraverso la preghiera, mi chino su ogni cuore, su ogni anima dolorante...Mi fa tanta pena chi soffre!”.

Queste parole, carissimi amici, sono rivolte direttamente a noi: abbiamo tutti un carico di fatiche e soprattutto di dubbi ed incertezze che ci frenano nel fare il bene, vorremmo sempre nuovi e spettacolari segni dall'Alto, toccare con mano il soprannaturale e non capiamo che l’abbiamo ogni giorno tra noi, a portata di mano. Per tutti è possibile fermare la spirale del peccato, basta fidarsi delle testimonianze che, a partire dagli apostoli, giungono fino a noi.

Come ha detto una terziaria francescana: “Suor M. Consolata è stata sempre una piccola anima nascosta...se un giorno verrà canonizzata, non sarà una santa di grido ma una santa comune, e, come lei stessa ha desiderato, la Consolata di tutti...una margheritina a cui tutti si rivolgeranno per avere un sì..”.

La risposta a Dio di tutta la sua vita fa riflettere soprattutto noi, di vita religiosa, laica o conventuale che sia. Suor M. Consolata era in continuazione in contatto vero con l’Altissimo. Non stiamo a ricercare se Egli le apparisse o no, se la Voceera effettiva o sentita solo in modo mirabile dalla sua volontà. Dobbiamo solo e veramente constatare che essa era in continua sofferenza, divenuta fisica e morale per la sua sensibile ed inaudita vicinanza con Gesù Eucarestia, Gesù annientato e crocifisso, Gesù suo amore unico e ineffabile. La sua sofferenza fu terribile. La sua figura freme di vera volontà interiore, di vera vita, senza mai stancarsi.

Ci siamo mai domandati perché Pierina incentrò, profeticamente, la sua preghiera sulle anime consacrate cadute nel vizio? Perché esse, soprattutto il sacerdote attraverso l’amministrazione dei sacramenti, sono il mezzo che abbiamo ad immediata portata di mano per avvicinarci all’Altissimo e se la loro esistenza non è limpida e totalmente pura questo strumento può essere privato di attrattiva e la nostra vita di fede può fermarsi anche per sempre.

Non possiamo rifugiarci nella ricerca di vane emozioni spirituali, ma bisogna scegliere concretamente di servire il Padre Celeste nella Chiesa Cattolica, a partire dal nostro livello, dalle nostre parrocchie ed associazioni, senza più ritardi o esitazioni, senza trovare scuse nei limiti nostri o altrui. Ad ognuno ora è possibile iniziare a credere in modo nuovo perché, come diceva San Pio da Pietrelcina, è anzitutto Dio che crede in noi!


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 2011
65° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. CESARE NOSIGLIA ARCIVESCOVO DI TORINO

LA PREGHIERA È AMORE,
L’AMORE È SPERANZA

Siate forti e vedrete la salvezza del Signore”: così Mosè disse agli israeliti quando, usciti dall’Egitto, si trovarono di fronte alla situazione tragica di avere da una parte il mare e dall’altra i carri degli egiziani che volevano raggiungerli e poi ucciderli tutti.

Il male sembra a volte sempre più forte del bene nella vita delle persone e nella vita del mondo e sappiamo che tutto questo diventa anche fonte di scoraggiamento, perché pare che le cose negative prevalgano sugli aspetti positivi della vita. Anche nel Vangelo di ieri (Mt 13,24-43), domenica, Gesù ci ha parlato del grano e della zizzania dicendo che il bene e il male fioriscono insieme nel cuore dell’uomo e, dunque, nel cuore della storia. Ma Dio è misericordioso: non sradica la zizzania, ma la vince con la forza del bene: il male non è l’ultima parola. Così, in questo brano dell’Esodo, vediamo che il Signore interviene e dice: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino”. “Non abbiate paura…, il Signore combatterà per voi e voi starete tranquilli”.

Allora bisogna avere fede, avere una fede profonda che ci permette di affrontare le situazioni, anche le più difficili e complesse della vita e ci consente di non lasciarci soffocare dalle questioni che a volte possono sembrare irreversibili, dal male che pare prevalere, non solo in noi, ma attorno a noi nella storia degli uomini. Ma Dio agisce, Dio compie cose meravigliose: nel Vangelo di questa Messa anche Gesù invita ad essere capaci di cogliere il segno che lui dà, infatti i farisei dicono: “Maestro, da te vogliamo vedere un segno”. E Gesù risponde riferendosi alla sua morte: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.

Gesù è morto, è stato ucciso, il bene è stato sconfitto: così appariva la croce del Signore; ma, da quel seme gettato nel cuore della terra, è nata la vita, dalla morte è sgorgata la salvezza per tutti gli uomini. Gesù è risorto da morte per farci comprendere e donarci la forza come credenti di vincere sempre il male con il bene, perché anche il più piccolo seme di bene che gettiamo nel cuore del mondo, nella nostra vita e nella vita dei fratelli, fruttifica in modo meraviglioso e molto più di quanto possiamo pensare. Questa è la fede che si fa amore, amore di Dio e dei fratelli. Chi possiede l’amore di Dio in sé ha lo sguardo limpido, semplice, positivo: sa vedere i segni meravigliosi che Dio compie anche oggi in questo mondo, nella storia degli uomini, nella storia della Chiesa, nella nostra vita personale e non si abbatte mai e non si scoraggia: ma sa combattere e sa portare avanti con forza, con la sua testimonianza di ogni giorno, il mistero del Regno di Dio.

Ieri, nel Vangelo, Gesù ci ha ricordato che il Regno dei cieli è simile a un piccolo seme, un granello di senape, il più piccolo, ma una volta seminato, diventa un grande albero che produce frutti meravigliosi.

La ‘piccola via’ di cui si è innamorata Suor M. Consolata è la spiritualità e la santità di Santa Teresina del Bambino Gesù e, in fondo, la via della semplicità evangelica, di S. Francesco e di S. Chiara, la via dell’umiltà, la via del farsi piccoli come ha detto Gesù: “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt 18,3). È la via che sa valutare sempre le situazioni della vita col cuore e con lo sguardo di Dio, che non ci consente timori perché ci chiede l’abbandono di un bambino nelle braccia di suo padre e di sua madre.

Ecco, il ricordo che facciamo questa sera nella memoria viva di Suor M. Consolata ci deve spingere a percorrere la strada di questa piccolezza evangelica carica d’amore che lei ci indica: l’Amore con la ‘A’ maiuscola, sta al centro dell’esperienza di questa monaca. L’amore è immedesimarsi nel Cuore stesso di Gesù che ha amato tutti e tutto, che non ha avuto atteggiamenti di rifiuto verso nessuno, ma ha visto in ogni persona qualcosa di bene a cui fare riferimento per farla risorgere a una vita nuova. Niente può resistere all’amore di Dio, e l’amore umano, se non è rivestito dell’amore di Dio, diventa a volte via difficile, faticosa e a volte impossibile.

L’amore umano è un sentimento fortissimo che si richiama all’amore di Dio in quanto siamo stati creati dal suo amore e quindi anche l’amore umano può essere bello, sincero, valido, positivo. L’amore umano però è soggetto a tante situazioni di divisione, di tentazione, di egoismo, di chiusura in se stessi; solo se viene accolto e inserito nell’amore di Dio, diventa invincibile, diventa una forza di trasformazione della propria vita, del mondo, della storia, cambia le realtà anche più complesse e difficili: vince sempre il male, ma deve essere rivestito dell’amore di Dio.

Il primato di Dio nella vita di Suor M. Consolata è evidente nella semplicità del suo rapporto con Gesù e con Maria, così come nella sua vita d’amore che si misura nella preghiera di contemplazione, di accoglienza della provvidenza e della volontà di Dio e ancora nella preghiera che si fa carico della salvezza dei peccatori. Ricordiamo la bella invocazione che lei ripeteva continuamente: Gesù, Maria vi amo, salvate anime: ecco, la salvezza delle anime, degli altri, attraverso una donazione totale di sé nell’amore a Gesù e a Maria sua Madre perché è attraverso la via dell’amore che si diventa capaci di amare veramente il mondo intero. Questo allora ci fa capire l’importanza di una vita anche di sacrificio, di rinuncia, di impegno perché amare significa anche faticare, superare i nostri difetti e i nostri peccati: vuol dire uscire da noi stessi per vivere nella dimensione di gratuità, di generosità, di perdono, di riconciliazione.

Non è facile la via dell’amore, la ‘via piccola e piccolissima’ del Vangelo: è, in fondo, la via della croce a cui ci richiama sempre il Signore. La croce significa assumerci fino in fondo con responsabilità il compito di mettere al primo posto Dio nella nostra vita accogliendo sempre la sua volontà anche quando questa sembra non corrispondere ai nostri pensieri e ai nostri progetti. Mai dobbiamo dubitare di Dio che è Padre, di Dio che è Figlio e in Gesù ci dà la salvezza e si occupa di noi nella sua misericordia e nel suo amore. Mai dobbiamo dubitare della forza dello Spirito Santo che ci è stata data e quindi accogliere fino in fondo ciò che piace a Dio significa preghiera di ascolto che ci fa chiedere: Signore, cosa vuoi che io faccia?

Egli ci vuole parlare più di quanto noi vogliamo parlare a lui. A volte pensiamo che pregare significhi dire noi qualche cosa, metterci in atteggiamento di disponibilità per poter parlare con Dio e allora facciamo e diciamo preghiere che pure sono importanti, vanno imparate, bisogna ripeterle, ma pregare non vuol dire recitare solo le preghiere; pregare vuol dire innanzitutto mettersi interiormente in ascolto di ciò che Dio vuole donare a ciascuno di noi perché è lui il primo che vuole amarci e parlare con noi. A noi è chiesto di dare una risposta e uno spazio nella nostra vita a questa dimensione di Amore tanto grande che sembra quasi non poter fare a meno di noi.

È paradossale, ma nell’esperienza profonda di Santa Teresina, di Suor M. Consolata e di tante nostre consorelle claustrali, l’esperienza più profonda è proprio questa: quella di accorgersi a un certo punto che non siamo noi a cercare Dio, ma è Dio che ci cerca, è Dio che ci desidera, è il Signore che sembra avere più bisogno lui di noi che noi di lui. Paradosso grandissimo questo, ma dice un Amore che si dona fino all’estremo di se stesso.

Questo è il nostro Dio, quello che queste nostre Sorelle e nostre testimoni di detto amore, come Suor M. Consolata, ci indicano, ci fanno capire. Non è facile, perché in genere noi siamo abituati ad avere un’esperienza ben diversa dell’amore: umanamente ricevendolo ci dà gioia, ma nello stesso tempo ci impegna a ridonarla e così sembra quasi che dobbiamo fare noi il primo passo. Quindi, anche nei confronti di Dio, l’amore e la preghiera diventano quasi un obbligo e li viviamo come un dovere: è vero, sono anche un dovere, ma sono innanzitutto un piacere. L’amore è innanzitutto un piacere e tale deve essere la preghiera per il cristiano: un trovare veramente gioia, serenità e un desiderare profondamente di metterci in rapporto con Dio o, meglio ancora, di accogliere Dio che vuole mettersi in rapporto con noi.

S. Agostino, il grande Vescovo d’Ippona, si chiedeva come mai Gesù ci invita a pregare sempre, senza stancarci mai con un’espressione del Vangelo molto forte: “Pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18, 1). Gesù stesso che aveva la vita piena di tante attività e tutti lo cercavano, trovava il tempo, strappandolo anche al sonno e ad altri momenti della giornata, per mettersi in rapporto col Padre in luoghi deserti.

S. Agostino, che per i suoi impegni di Vescovo doveva lavorare, studiare, relazionarsi con la gente e andare anche a trovare i poveri, diceva che pregare sempre non è possibile. Ma riflettendo su se stesso capì che quando due si amano, si portano sempre nel cuore, perché si desiderano: questo significa pregare sempre.

L’amore è desiderio e se si desidera realmente la persona amata, la portiamo sempre con noi, anche se non è fisicamente vicina. Desidera e amerai, alimenta il desiderio di Dio nel tuo cuore e pregherai sempre, perché questo desiderio di Dio ti aprirà all’accoglienza della sua presenza, la sentirai, la gusterai. La dolcezza di Dio ti farà diventare capace di avere un’esperienza profonda di lui, anche se in quel momento non sei in Chiesa e non stai pregando come pensi tu. Questo è veramente il senso della preghiera di contemplazione, di orazione profonda a cui ci richiama la vita di Suor M. Consolata e a cui ci richiama, direi, la vita delle nostre Sorelle claustrali.

La società ci abitua a fare e se non facciamo, se non produciamo, ci fa sentire inutili, morti, finiti come quando, a una certa età andiamo in pensione. In un mondo come questo sembra che la preghiera sia un lusso per chi ha tempo, per chi ha in qualche modo la possibilità. Viene da pensare: “Io che ho una famiglia, un lavoro, e tante cose da fare, come posso pregare? Dove trovo il tempo in famiglia e nella mia vita personale?”. Così si perde la maggior parte dell’esperienza più bella e più forte che potremmo fare nei confronti di Dio e che ci permetterebbe di vivere con più serenità e con speranza nell’affrontare le prove e le fatiche della vita.

Le nostre Sorelle ci richiamano a questo primato di Dio perché loro sono come il cuore della Chiesa e dell’umanità, il cuore che pulsa l’amore: è l’amore che fa vivere, è l’amore che dà serenità e significato alla vita e a tutto ciò che si fa. Se non c’è il cuore, ogni parte del corpo non funziona, tutto si ferma se si ferma il cuore. Così se si ferma la preghiera nella vita di ciascuno di noi, si ferma tutto: possiamo conquistare il mondo, accumulare tantissimi soldi, avere svariate attività da fare, ma alla fine ci troviamo vuoti, svuotati, inermi, senza più capacità di vivere in pienezza la vita umana e spirituale.

Allora chiediamo a Suor M. Consolata di darci un pochino di questo desiderio di amare: non dico tutto perché lei è veramente un modello che ci può sembrare irraggiungibile, anche se la via che ci indica è una via possibile a tutti noi nei nostri diversi ambienti di vita. Chiediamole di intercederci questo amore a Cristo, a Dio, a Maria Santissima, con i fatti, non soltanto a parole: infatti è facile dire: Gesù, Maria vi amo, salvate anime, la bellissima  giaculatoria che Suor M. Consolata diceva in modo così forte, così legato alla sua esperienza, che era certamente accolta da Dio in pienezza.

Noi a volte diciamo queste invocazioni un po’ ripetendo qualcosa che abbiamo imparato. Chiediamo di pregarla, se la recitiamo, con serenità e con fede, perché, come ha detto Gesù, se si ha fede come un piccolo granello di senape si può dire a questa montagna: spostati! e questa montagna si sposterebbe. Suor M. Consolata ha fatto della sua vita una testimonianza di questo amore profondo per Dio che è diventato poi un amore profondo per i peccatori, per gli ultimi, per i poveri, per tutti coloro che potevano trarre da esso forza, vigore, speranza. Fino ad oggi moltissimi ne hanno beneficiato. Noi, poveri in fondo di bene perché poveri spesso di Dio, della sua presenza nella nostra vita, siamo i primi ad aver bisogno di questo suo esempio, di questa sua luce.

L’intercessione di Suor M. Consolata ci faccia percorrere questa ‘piccolissima via’ in modo che la nostra vita di Vescovo, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, famiglie, assuma una dimensione diversa. Forse tante preoccupazioni, tanti affanni, tante paure svanirebbero dal nostro cuore e potremmo trovare una serenità e una forza interiore capace di lottare contro ogni avversità. Il male allora non ci farebbe più paura, qualsiasi male, perché il bene diventerebbe per noi la via della speranza. Oh, allora non peccheremo mai contro la speranza. È facile peccare contro la speranza quando non ci accorgiamo del bene che Dio semina in noi e attorno a noi, quando non abbiamo il cuore semplice e non sappiamo vedere i segni della Sua presenza.

Suor M. Consolata ci dia un po’ del suo cuore semplice, povero, umile, piccolo, ma per questo grande, grande di amore. Anche noi possiamo ottenerlo seguendo il suo esempio e la sua testimonianza: questa è la preghiera che vogliamo rivolgerle perché lei, vicino a Dio, vede le nostre necessità, le necessità delle sue Consorelle. Suor M. Consolata stia vicina ad esse e faccia che siano sempre per voi qui a Moncalieri un punto di riferimento come lo sono state in tutti questi anni: ormai da 65 anni è viva la presenza di Suor M. Consolata in mezzo a loro e lo è certamente anche in mezzo a noi. Per questo ringraziamo insieme il Signore.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 15 Aprile 2012
Domenica della Divina Misericordia
e 109° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON MARIO NOVARA
MEMBRO DEL TRIBUNALE ECCLESIASTICO
REGIONALE GENOVESE

A MONCALIERI CIELO E TERRA SI INCONTRANO

La celebrazione odierna, che conclude l’ottava della Pasqua, era chiamata dai primi cristiani Domenica in Albis cioè letteralmente “nelle vesti bianche” perché si trattava dell’ultimo giorno nel quale i catecumeni, che avevano ricevuto il battesimo durante la veglia pasquale, continuavano ad indossare la tunica candida, che era stata loro affidata in quella notte quale segno esterno della purezza che Dio aveva dato alla loro anima, liberandola da tutti i peccati.

Il Beato Giovanni Paolo II, raccogliendo una richiesta formulata espressamente da Gesù tramite la sua connazionale Santa Faustina Kowalska, vissuta in Polonia negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, durante il grande giubileo del 2000, ha stabilito che oggi si festeggi anche la Divina Misericordia. Tale scelta, se ci riflettiamo bene, è in piena sintonia con la tradizione liturgica più antica perché in sostanza tende ad evidenziare ulteriormente le meraviglie che l’amore divino opera in noi tramite i Sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima ed Eucarestia) e che possono essere sempre rinnovate, anche se ricadiamo ancora nel peccato, quando ci accostiamo alla Riconciliazione, confessando a Dio i nostri peccati tramite il sacerdote.

Proprio la possibilità che la Chiesa ha offerto oggi di acquistare l’indulgenza plenaria, che cancella anche la pena da espiare in giustizia per il male commesso, rappresenta per chi è sinceramente pentito veramente un nuovo inizio della vita cristiana e non è sicuramente un caso che oggi si legga il passo evangelico di Giovanni 20,19–31 che contiene l’istituzione del sacramento del Perdono.

È molto bello soprattutto l’atteggiamento di Gesù nei confronti dell’incredulità di Tommaso: invece che lasciarlo solo con la sua debolezza viene a cercarlo nuovamente, asseconda le sue richieste esigenti e lo aiuta a convertirsi. Questo ci fa comprendere una realtà fondamentale e cioè che il male che noi facciamo ci mette contro Dio ma non impedisce a Lui di continuare a volerci bene, anzi è l’ambito nel quale ci viene a cercare con forza ancora maggiore e ci offre la possibilità di cambiare radicalmente la nostra vita.

In definitiva oggi noi viviamo con particolare efficacia il grande mistero della Redenzione nel quale Cristo assumendo la nostra umanità e soffrendo la sua passione e morte per noi ci riscatta definitivamente e ci rende poi partecipi della sua Resurrezione. La mistica autentica, tutto sommato, non è altro che questo e cioè incontro tra il divino e l’umano, manifestazione tangibile dell’incarnazione attraverso la testimonianza di una persona che viene scelta dall’Onnipotente come canale di grazia per gli altri.

È stato sicuramente un disegno della Provvidenza che ha fatto sì che il monastero nel quale ci troviamo fosse dedicato al Sacro Cuore ed in esso fiorissero da subito doni particolarissimi fatti ad alcune monache per l’edificazione e l’elevazione spirituale di tutta la comunità cristiana, pur talvolta nell’indifferenza dell’ambiente circostante. Si può dire che il Signore abbia scelto questo luogo proprio nella consapevolezza che per milioni di anime avrebbe potuto rappresentare un ancora di salvezza, desiderando vincere le insidie della tiepidezza.

La figura della Serva di Dio suor M. Consolata Betrone, infatti, si caratterizza soprattutto per una grande carica di energia spirituale, che si esprime nel dono generoso e totale della propria esistenza al servizio della soprannaturale carità: in lei l’eterna misericordia divina si può toccare con mano e continua a rendersi visibile attraverso le consorelle che oggi ce ne tramandano il messaggio.

Così Pierina scriveva nel suo diario numero 7, il giorno 3 aprile 1936: “... non so più fare nulla che questo: amare. Tutto quello che incontro per via, distrazioni ecc., tutto getto nella Divina Fornace, e tutto si trasforma in amore. Oh! Gesù sono troppo felice, così non va. Soffro per avere nulla da soffrire. Gesù, appaga l’ardente desiderio di stasera, quest’ultimo anno di vita, che a Te, o Gesù Crocifisso, e alla Vergine Addolorata è consacrato: contrassegnalo con il dolore. Timbra ogni giorno del triplice martirio: anima, cuore, corpo. RicordaTi, che m’hai promesso: Soffrirai come nessuno ha sofferto o soffrirà mai e che l’intensità del tuo amore per Me, Me l’avresti manifestato con l’intensità del dolore che mi avresti concesso.
Oh! Gesù, rammenta questo e immola senza pietà e senza riserve, in vista solo dell’eterna salvezza dei Tuoi, dei nostri Fratelli, e di tante anime come nessuno Te ne ha salvato o salverà mai! Sotto il Materno Manto, confidando in Te, sento di poterTi dire: Gesù sono pronta a tutto! Perché mi fido di Te!
Oggi amore e carità mi sembra bene. Deo Gratias” (Appunti in coro Diari, Libreria Editrice Vaticana, 2006, pp. 434 - 435).

È purtroppo un dato obiettivo lo smarrimento di parecchie coscienze, anche di consacrati sopraffatti da tante passioni terrene tra le quali si evidenziano spesso anche l’orgoglio e l’ambizione, come ha ricordato tante volte il Santo Padre Benedetto XVI: ad esse umilmente si contrappone la schiera delle piccolissime, alle quali Consolata scrive: “... il lavorio della tua anima sorretta dalla Grazia, sarà lungo, richiederà non poco tempo, sforzi generosi e costanti e, soprattutto, mai scoraggiarti. Ad ogni infedeltà più o meno volontaria, rinnova il tuo proposito d’amore verginale e ricomincia. Se questa infedeltà ti fa soffrire, tu offrila a Gesù... quale atto d’amore. Vedrai e constaterai con quanta tenerezza Gesù ti rialzerà dopo una caduta, un’infedeltà: come s’affretterà a rimetterti in piedi, perché tu possa continuare il tuo canto d’amore” (ibidem, p. 979). Si può affermare con serenità che questa semplice Cappuccina di Moriondo è la capofila di un processo di riforma interiore del quale tutti i cristiani di oggi non possono fare a meno e proprio per questo forse può talvolta risultare scomoda perché la carne sempre si ribella ai desideri dello spirito ed il maligno tenta con ogni mezzo di strappare gli uomini dalle braccia del Padre celeste. A lei ed a noi la Vergine Maria dice: “Consolata, tutto quello che avverrà il Buon Dio lo permetterà per la tua santificazione. Tu pensa solo ad amare. Noi pensiamo a tutto. Oh! Se conoscessi il valore di un atto d’amore, e come esso è fecondo per la salvezza delle anime! Non temere, vivrai sempre sotto il Mio Manto. Salveremo tante, tante anime e poi godremo Dio eternamente. Coraggio e avanti!” (ibidem, p. 973).

E noi, in questa terra benedetta di Moncalieri, prediletta dalla Madonna, con un cuore solo ed un anima sola vogliamo rispondere per sempre assieme alla nostra sorella Clarissa Cappuccina: “Mamma, tu lo sai che Ti amo e che il mio amore per Te, con gli anni è cresciuto, s’è fatto gigante, intenso, ardente. Ora posso affermare di amare Gesù e Te, direi di pari affetto. Godo nel pensare che non solo Ti amo, e Ti amerò eternamente, ma Ti farò amare tanto, tanto, tanto dalle Piccolissime dell’universo, che divideranno ogni palpito del loro cuore per Gesù e per Te in un incessante Gesù, Maria vi amo, salvate anime. Così sia” (ibidem, p. 974).


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 2012
66° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. GIULIO SANGUINETI
VESCOVO EMERITO DI BRESCIA

FARSI IMMAGINE DI LUI

È veramente grande Dio Padre, perché ha scelto i piccoli per rivelare la sua grandezza, sapendo che i piccoli sono migliori dei grandi nel rivelare la grandezza di Dio. Soprattutto voi, Clarisse Cappuccine, ne fate l’esperienza con questa “piccola” Sorella, che però è diventata “grande”: infatti, rimanendo piccola ha “rivelato” la grandezza e l’amore di Dio. In un appunto del 16 settembre 1935, Suor M. Consolata Betrone scrive per ispirazione del Maestro divino: “...Per darmi quest’atto d’amore continuo che cosa ti è necessario? Il duplice silenzio di pensieri e parole con tutti e vederMi e trattarMi in tutti”. Gesù, dunque, desidera essere amato, desidera un atto d’amore continuo che Suor M. Consolata chiama “atto incessante d’amore”: amare con tutto il cuore e con tutta la mente, e vedere Gesù e trattarLo in tutti. Leggiamo ancora negli appunti del “Diario” della Serva di Dio l’invito di Gesù: “Io penserò, parlerò, scriverò attraverso di te e tu preoccupati solo d’amarMi, ma di amarMi sempre e questo sia l’unico tuo pensiero da quando ti alzi il mattino, a quando ti addormenti la sera”.

Quindi, con la vita umana di Suor M. Consolata, con il suo “io”, c’è un “Io” superiore, che è Cristo stesso: “Io penserò, Io parlerò, Io scriverò attraverso di te”. Ecco la grande rivelazione di Gesù attraverso i piccoli che San Paolo esprime così: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Papa Benedetto XVI usa un linguaggio semplice, apparentemente più generico, e chiama questo amore continuo a Dio, “il riferimento al trascendente”: così si è espresso in un suo intervento, citando il rifiuto del trascendente da parte di questa nostra umanità come causa che ha generato la crisi che stiamo vivendo oggi, che “è la crisi di significato e di valori, prima che crisi economica e sociale”. Questa considerazione di Papa Benedetto XVI rende attualissimo il messaggio di Suor M. Consolata, una suora che ha testimoniato il vangelo con un’esistenza umana e cristiana quasi insignificante: ella è vissuta nel nascondimento della clausura nei servizi più umili alla comunità ma, come lei ci ha ricordato nel suo “Diario”, “nell’incessante atto di amore, con la gioia del sacrificio quotidiano”. Il quotidiano infatti, è solo in apparenza monotono, perché chi vive cristianamente ha un tono altissimo, ha il tono di Dio: “Tu preoccupati solo di amarMi, Io scriverò, Io penserò, Io parlerò, tu preoccupati solo di amarMi”.

L’insistenza del Signore Gesù con Suor M. Consolata ad amarlo, mi fa ricordare un altro testo, quello di Papa Giovanni Paolo II, tratto dalla Lettera apostolica “Novo Millennio ineunte” scritta il 6 gennaio 2001 a conclusione del Giubileo: “Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità, (agape), tutto sarà inutile. È lo stesso apostolo Paolo a ricordarcelo nell’innoalla carità: “Se anche parlassimo le lingue degli uomini e degli angeli, e avessimo una fede da trasportare le montagne, ma poi mancassimo della carità, tutto sarebbe nulla” (cfr. 1 Cor 13,2).

Suor M. Consolata è stata la missionaria dell’amore di Dio, dell’amore che Dio ha chiesto a lei, ma innanzitutto dell’amore di Dio per lei. Con Suor M. Consolata Gesù è stato molto esigente: “Tu preoccupati solo di amarMi”, cioè Gesù le ha chiesto di amarLo, non di usare carità per tutti, ma di amare Lui, soltanto Lui. Chiediamoci se noi siamo così attenti, se l’amore lo consideriamo come “amore a Dio”, solo a Lui, perché quando amiamo Lui, amiamo anche gli altri, tutti i nostri fratelli.

Suor M. Consolata ha vissuto una vita semplice, umile e nascosta: voi me lo insegnate, carissime Sorelle; tuttavia è stata favorita da doni particolari di grazia e lo abbiamo appena sentito leggendo il suo scritto, un breve pensiero del suo “Diario”. Basterebbe questo per capire quanto sia stata privilegiata con grazie grandissime, che però non le hanno impedito di rimanere “serva delle Sorelle”, testimoniando il Vangelo nella vita concreta di tutti i giorni, vissuta in modo straordinario. La Serva di Dio non ha parlato molto, ha fatto parlare la sua vita: è un dono che desideriamo chiedere al Signore anche noi Pastori che abbiamo il compito di annunciare la Parola e dobbiamo fare sì che la nostra vita sia coerente con quanto predichiamo.

Suor M. Consolata non è stata sfiorata dalla gioia del successo, ma dalla beatitudine propria di coloro che ascoltano la Parola e la osservano: penso a quella donna anonima del Vangelo che disse a Gesù, riferendosi a sua madre Maria: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”, e a cui Gesù rispose correggendo: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28).

La testimonianza di Suor M. Consolata è dunque attualissima: ecco perché vedo con piacere tanta venerazione per lei, monaca claustrale e, dunque, nascosta al mondo, ma ben presente nel mondo dove il suo messaggio continua ad espandersi, a interrogare e a consolare tante anime.

Mi rendo conto che mi sono lasciato provocare dall’esperienza di Suor M. Con-solata, donna cristiana, consacrata, aperta ad uno speciale dono mistico; mi sono lasciato provocare dalla sua ricerca dell’Assoluto, che facilmente pensiamo troppo alto per noi; mi sono lasciato provocare da quest’anima claustrale, santa a tal punto che ha trovato nell’Amore crocifisso forza e speranza per sé, per i fratelli e per tutti noi: un Vangelo vivente. L’amore di Dio, del quale è farcita tutta la sua esperienza terrena, chiede di espandersi nell’esperienza del nostro tempo così bisognoso di Dio; dice Papa Benedetto XVI: “Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia; di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la Parola del Signore Gesù: ‘Senza di me non potete fare nulla’ e ancora: ‘Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo’”.

Chiediamo l’intercessione di Suor M. Consolata, la cui vita si fa ogni giorno - come lei stessa ha detto - “una storia d’amore”, un colloquio intenso fra Gesù e la sua anima. Questo è anche quel Vangelo che lei ha imparato da San Francesco d’Assisi, il “serafico in ardore”, e dalla sua “pianticella” Chiara, alla sequela innamorata di Cristo, fino a farsi entrambi immagine di Lui: così Suor M. Consolata, fino a farsi, direi, un “ricamo d’amore” per il suo Signore.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 7 Aprile 2013
Domenica della Divina Misericordia
e 110° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI DON MARIO NOVARA
MEMBRO DEL TRIBUNALE ECCLESIASTICO
REGIONALE GENOVESE

GUIDATI DALLA DIVINA MISERICORDIA

Innanzitutto un ringraziamento alle Sorelle Clarisse Cappuccine, al parroco Don Ugo e a tutti voi fratelli e sorelle carissimi, perché ancora una volta mi date la possibilità di celebrare qui, in questo Monastero, a cui sono particolarmente legato, la festa della Divina misericordia e l’Anniversario della nascita di Suor M. Consolata. Desideriamo ricordarla in questa solenne Celebrazione accogliendo in pienezza Gesù Risorto nella nostra vita, deciderci quindi per Lui abbandonando definitivamente il peccato. Se ci ritroviamo qui è soltanto per questo motivo, quello di impegnarci a lasciar fuori tutto ciò che ci è di peso e iniziare un cammino di vita nuova.

Quando parliamo del Cuore Misericordioso di Gesù dobbiamo proprio pensare che questo termine indica in modo specifico la sua volontà, non soltanto di capire i nostri limiti umani, ma di farsi veramente piccolo come noi fino alle estreme conseguenze.

Di fronte alla poca fede di Tommaso, che è anche la nostra, il Figlio di Dio non si è tirato indietro ma gli è andato ancora più vicino mostrandogli, risorto, le ferite delle mani, dei piedi e del costato: la debolezza del discepolo è divenuta l’occasione per rivelare in modo ancora più profondo l’amore del Maestro Divino.

Non dobbiamo esitare a riconoscere sinceramente il nostro peccato, che forse può procurare un piacere passeggero, ma poi è sempre fonte di sofferenza e disagio per tutti: è questo semplice atto di umiltà che ci salva sempre e comunque, perché il pentimento umano mette in moto una forza soprannaturale amorosa ed infinita, cioè la Divina misericordia. L’unica persona di tutto il Vangelo alla quale Gesù garantisce immediatamente il Paradiso è il malfattore crocifisso insieme con Lui, un uomo che paga le conseguenze dei suoi delitti, ma sa accettarle chiedendo perdono!

Papa Francesco, proprio all’inizio del suo pontificato, ha insistito in modo particolare su questa infinita misericordia che avvolge in modo speciale quanti hanno commesso le colpe più gravi: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11).

La “piccolissima via d’amore”, in definitiva è tutta qui: capire che il Signore non ci chiede una perfezione astratta, ma di amare senza riserve come scrive Suor M. Consolata nell’autunno 1938: “Amare e dare. Che cosa? Tutto ciò che l’Amore domanda e darlo prontamente con gioia. Amare è desiderare che Egli domandi di più...è non essere mai contenti di ciò che si dà. Amare è soffrire come piace all’Amore; anche ciò che ripugna alla natura...Riprendere immediatamente ad amare, quando mi accorgo di essere stata infedele, come se nulla fosse stato”.

Gesù, nella sua esistenza terrena, non si è presentato semplicemente come un grande moralista, pur insegnandoci a fare il bene, ma ha compiuto continui gesti di attenzione verso i malati, i sofferenti, i poveri e soprattutto i peccatori. Il primo e più grande miracolo da Lui compiuto è sempre quello del perdono e purtroppo non è sempre ben compreso dagli uomini perché contrasta col nostro orgoglio, col nostro pensare, anche attraverso la fede, di metterci al di sopra degli altri.

Il cammino di Pierina Betrone è accessibile a tutti perché parte da un grande ed istintivo desiderio del bene, che ognuno di noi avverte nel cuore, frutto della natura creata da Dio e della grazia battesimale che tuttavia lei aveva difficoltà ad indirizzare in una scelta concreta di vita. Gesù Misericordioso si è allora chinato su di lei e, pur rispettando il suo carattere impetuoso, volitivo, ma generoso sino all’estremo, ha saputo indirizzarla fino alle vette eroiche della santità. L’ha condotta alla vita monastica dove nulla appare grande umanamente, ma anche le più piccole cose della quotidianità vanno indirizzate direttamente al Cielo. Annota Suor M. Consolata nel suo diario il 16 aprile 1939: “...Gesù mi ha amata immensamente, sempre e nonostante tutto. A Sua imitazione, io devo amare tutte le mie Sorelle! Amarle fattivamente, senza nessuna riserva, all’infinito e, malgrado tutto, ricordando ancora che tutto ciò che di bene (o di male) io farò ad una Sorella, Gesù lo riterrà come fatto a Sé. Grazie alla sua Comunità Suor M. Consolata ha potuto santificarsi e questo non vale solo per le monache, ma per tutti noi perché, come spesso ricordavano gli apostoli ai primi cristiani, è necessario amare nei fatti e nella verità.

Ci sono alcuni luoghi in tutto il mondo nei quali il Signore Gesù ha voluto mostrarci in modo straordinario il suo amore: il Monastero della Visitazione di Paray Le Monial, in Francia, dove il Sacro Cuore si è manifestato a Santa Margherita Maria Alacocque nel 1673, il Convento delle Suore della Beata Vergine della misericordia di Cracovia, in Polonia, dove Gesù Misericordioso è apparso a Santa Faustina Kowalska nel 1925 e questo Monastero del Sacro Cuore di Moncalieri, dove noi abbiamo la grazia di custodire i resti mortali della Serva di Dio Suor M. Consolata alla quale, nel 1939, proprio quando si scatenò il tremendo secondo conflitto mondiale, il Sacro Cuore di Gesù ha affidato il suo messaggio di amore misericordioso per il mondo intero.

Gli ultimi tre papi hanno insistito con forza sul valore della Divina misericordia: il Beato Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Dives in misericordia”, Benedetto XVI in quella “Deus Caritas est” e Francesco, proprio nel suo primo atto magisteriale e pastorale da Vescovo di Roma, il giorno dopo la sua elezione, visitando la Basilica di Santa Maria Maggiore, ha esortato i confessori ad essere misericordiosi; non dimentichiamo inoltre che egli proviene dalla Compagnia di Gesù, alla quale tramite Santa Margherita Maria e San Claudio de la Colombière, Cristo ha affidato il compito di diffondere la devozione al suo Sacro Cuore.

Dio ci parla attraverso la sua Chiesa in una meravigliosa sinfonia di doni carismatici e gerarchici: qui e adesso, tramite sua Madre, prima testimone della Risurrezione, ci prende per mano come veri figli perché ci convertiamo all’Amore a cui desideriamo dirgli, in quest’Anno della Fede, il nostro piccolo , nella consapevolezza che può sostenere questo mondo più che mai bisognoso: Gesù, Maria vi amo, salvate anime!


 

 

Monastero Sacro Cuore – 18 luglio 2013
67° Anniversario della nascita al Cielo
della Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone

 
 

OMELIA DI SUA ECC. MONS. EDOARDO ALDO CERRATO VESCOVO DI IVREA

FIDARSI DI DIO: DALL’ANNO DELLA FEDE
ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Carissimi fratelli e sorelle, sia lodato Gesù Cristo.

Mi pare che ci sono delle parole che risuonano con un accento particolare oggi e in questo “ideale” Monastero: d’altra parte, a poche centinaia di metri da qui, siamo dentro al Monastero “Sacro Cuore”, anche se fisicamente siamo fuori dalle sue mura. Ci sono, dunque, parole che risuonano con un accento particolare oggi, in questo luogo e sono quelle che mi hanno sempre colpito: “Passerai dalla cella al Cielo”. Così il Signore aveva promesso a Suor M. Consolata dicendole: “Consolata non deve passare per il Purgatorio, ma è il Mio volere che passi dalla Cella al Cielo” e, ancora:“Stamani a Meditazione Gesù, stringendomi al Suo Cuore con materna tenerezza (sono sempre una bimba sui sei anni, internamente mi vedo così), mi disse: Amami solo, amami sempre, nient’altro... Gesù, che cosa sarà mai il Paradiso, se un’ora sola mi ha inebriata?”.

Ma noi pensiamo a questo Paradiso? Perché il Paradiso è l’unico scopo per cui viviamo: tutti gli altri sono penultimi, questo è lo scopo ultimo; ma ultimo non in senso cronologicamente soltanto, ultimo nel senso che è il più alto, è là dove la nostra vita è chiamata a spingersi.

Passerai dalla cella al Cielo”: il giorno della partenza per la Terra Promessa, il 18 luglio di 67 anni fa, era stato preparato da Suor M. Consolata dalla totale offerta di sé come aveva vissuto nella sua consacrazione al Signore, lasciandosi condurre fin nel più profondo degli abissi di quel Cuore di Cristo che, come dice la Liturgia, è il cuore del mondo: “Hai fatto Padre, del Cuore di Cristo, il cuore del mondo”.

Era stata preparata questa partenza per il Paradiso, nella sua fase culminante, dal novembre 1945, quando a Suor M. Consolata fu chiesto l’immenso sacrificio di lasciare il Monastero per il sanatorio, la sua cella per un letto di ospedale, la preghiera estatica davanti a Gesù Eucaristico per ripetere, con le mani intrecciate al Rosario: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”.

Ma la promessa del Signore era chiara: sarebbe partita per il Paradiso dalla cella e nella sua cella Suor M. Consolata ebbe la gioia di rientrare pochi giorni prima della sua partenza per il Cielo. A Padre Lorenzo Sales, tanto tempo prima, aveva scritto, con la consapevolezza e l’umiltà che solo le anime grandi possono coniugare insieme: “Il Cuore divino, un giorno mostrandomi al mondo avrà una frase sola: Si è fidata di Me. Mi ha creduto!”.

Si è fidata di Me, mi ha creduto”: è ciò che il Signore sempre e innanzitutto chiede a coloro che chiama ad una missione di cui il protagonista non è il chiamato, ma è Colui che chiama. È ciò che Dio chiese anche a Mosè, come abbiamo ascoltato poco fa nella Prima Lettura (Es 3,13-20). Mosè si è fidato di Lui e gli ha creduto sull’Oreb e nel prendere la strada di ritorno in Egitto: ancora, nel momento di uscire dall’Egitto, portando con sé il popolo di Dio, quel popolo che Dio aveva deciso di liberare; si è fidato di Lui e gli ha creduto ancora, quando l’esercito egiziano incombeva alle sue spalle ed egli passò con il popolo nella strada aperta tre le acque del mare.

“Io sono Colui che sono”, aveva detto Dio a Mosè, “Sono il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, questo è il mio nome, per sempre”. Il solo Essere, grazie al quale tutti gli altri esseri esistono, è l’Essere infinito e perfetto in se stesso, ma il suo Essere è “essere per”, “essere a favore”, “essere con”. L’Essere è carità, Dio è Amore: è questo il Dio che nell’Antica Alleanza si fece incontro a Mosè nel roveto ardente, è il Dio che nell’Alleanza nuova si manifesta a Suor M. Consolata nel Cuore di Gesù, palpitante e vivo nella Presenza Eucaristica. È lo stesso Dio che chiama alla confidenza, alla fede, che propone all’uomo e alla donna di lasciargli fare della sua vita un capolavoro di bellezza, lasciandosi condurre fuori dalla lontananza con Dio, fuori dalla schiavitù e chiusura in se stessi.

Tu sarai la confidenza”, disse il Signore a Suor M. Consolata. “Consolata tu non metti limiti alla tua confidenza in Me e io non metto limiti alle mie grazie verso di te...In grembo alla Chiesa, tu sarai la confidenza”. Poco prima le aveva detto: “Consolata, guarda il cielo...” e lei scrisse: “Lo guardai e nell’azzurro meraviglioso scoprii una stella, Gesù gridò forte al mio cuore: Confidenza!”.

Tutta la vita di Suor M. Consolata, istante per istante, fu percorrere la strada dell’esodo aperta dal Signore per lei e per tanti attraverso di lei. Cioè, la “piccolissima via” dell’amore e della confidenza che ben esplicita il passo evangelico che abbiamo ascoltato (Mt 11,28-30), in cui Gesù aveva esultato dicendo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza” (Mt 11,25-26).

Fratelli e Sorelle, questa “piccolissima via” è quella di cui il Santo Padre Benedetto XVI ci ha proposto tutta la grandezza nella Lettera apostolica Porta Fidei con cui ha indetto l’Anno della Fede che noi stiamo vivendo. La porta della fede, che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella Chiesa, è sempre aperta per noi ed è possibile oltrepassare quella soglia, quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla Grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita: così Papa Benedetto nella Porta Fidei, ma è ancora la “piccolissima via” quella che pochi giorni orsono è stata riproposta nella Lumen Fidei consegnata da Papa Benedetto a Papa Francesco e da lui fatta sua e donata alla Chiesa. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci prende e su cui possiamo poggiare per essere salvi e costruire la vita; trasformati da questo amore, noi scegliamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro.

Sacerdoti, religiosi, laici di oggi, quale sia la vocazione che abbiamo ricevuto nella Chiesa, nella “piccolissima via” abbiamo la strada più vera della nuova evangelizzazione di cui la società ha un immenso bisogno: la nuova evangelizzazione è fondamentalmente la presenza di uomini e donne nuovi, di uomini e donne che diventano nuovi nell’incontro con Cristo, con l’amore misericordioso di Cristo.

L’uomo del nostro tempo, come quello di ogni epoca, ma oggi in modo particolare, incontra il Signore non attraverso chissà quali invenzioni della fantasia pastorale, non attraverso chissà quali sofisticate tecniche di annuncio, le incontra attraverso la vita di discepoli cambiati nel loro incontro con Cristo, nella confidenza in Lui, nella novità che nasce dalla comunione con il Signore, nel desiderio forte, nell’impegno serio e amoroso di essere discepoli: è questa la nuova evangelizzazione!

E allora, in questo clima, a Suor Miriam Giusy che oggi professa solennemente la sua donazione totale all’amore del Signore, che cosa augurare? Suor Miriam Giusy percorri la “piccolissima via”, che vuoi fare? Percorri la “piccolissima via” se vuoi essere ciò che il Signore ti chiama ad essere, se vuoi essere nella Chiesa, con la tua speciale consacrazione, missionaria della nuova evangelizzazione. Perché la tua Professione ti apre ad una missione e la missione è quella della Chiesa, è quella che la Chiesa chiama nuova evangelizzazione e tu sei missionaria come me, come tutti: è la nuova evangelizzazione!

Suor Miriam Giusy non mi importa che cosa farai, quali compiti ti saranno assegnati, importa che tu viva in ogni situazione e circostanza, la Parola del Signore risuonata poco fa nel Vangelo: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Prendete il mio giogo, siate i miei sposi, jugum coniugium: i coniugi sono quelli che portano lo stesso giogo; coniuges, siate miei sposi. Suor Miriam Giusy sii Sposa di Cristo, piena di entusiasmo e di amore nella tua fragilità, ma nella tua dedizione e siilo anche per noi, perché la tua consacrazione è pubblica ed è per tutta la Chiesa. Attraverso la tua consacrazione anche noi siamo richiamati, in modo impressionante, alla consacrazione battesimale, alla consacrazione sacerdotale, a questo essere sposi del Signore: vale per tutti, nelle diverse vocazioni, vale per tutti, coniuges suoi. Sotto lo stesso giogo Suo che non è una immagine del mondo animale, ma è una immagine da innamorati: coniuges, sposi. “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.

Suor Miriam Giusy, la Chiesa ha bisogno che tu viva questo, noi abbiamo bisogno che tu viva questo, e la tua “piccolissima via” sarà, come per Suor M. Consolata, la via attraverso cui tanti arriveranno a bere alle sorgenti del Cuore di Cristo.

Nei Santi Esercizi Spirituali della prima Professione, Gesù disse a Suor M. Consolata: “Tu ti affanni per troppe cose; una cosa sola ti è necessaria: amarMi!”. E le chiese un continuo atto d’amore con l’invocazione: “Gesù ti amo” che Consolata completerà così, come sappiamo: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime”. Tutte le anime della terra, soprattutto quelle più lontane, più traviate, i perduti.

Gesù nel Giovedì Santo del 1943 le disse: “A te dono il mondo delle anime, tutte le anime, perciò il tuo amore e il tuo sacrificio per tutte, e per ogni singola. Così il fervore che mettevi a pregare per una categoria di anime, lo metti a pregare per tutte le anime del mondo, ed Io lo moltiplico a favore di ciascuna...Consolata la voglio urbi et orbi. Ed Io moltiplicherò la tua preghiera ed immolazione a favore di ciascuna anima dell’universo, così come Mi moltiplico nelle Ostie Consacrate”.

Carissima Suor Miriam Giusy, noi abbiamo bisogno di questo! Noi, cioè la Chiesa, ha bisogno di questo, tutte le altre fantasie, tutte le altre imprese, lasciano il tempo che trovano, ammesso che non facciano danni, se manca questo. Carissima Madre a nome di tutti, ci saluti tutte le Suore del Monastero. Sia lodato Gesù Cristo.


 

 

Monastero Sacro Cuore – 27 Aprile 2014
Domenica della Divina Misericordia
e 111° "compleanno" di Suor M. Consolata

 
 

OMELIA DI MONS. MICHELE DE SANTI
CANCELLIERE ARCIVESCOVILE DI GENOVA

CON I NOSTRI GRANDI SANTI, NELLA DIVINA MISERICORDIA

Sia Lodato Gesù Cristo! Sono grato alla Comunità delle Sorelle Clarisse Cappuccine per questa occasione di preghiera insieme in questo luogo particolare di preghiera. È il luogo santificato dalla preghiera di Suor M. Consolata e di tante sue Consorelle che nel tempo fino ad oggi si sono susseguite qui. La preghiera si percepisce, si vive ed ora chiediamo la grazia di farla nostra, affinché penetri nel nostro cuore in questa giornata così grande per la santa Chiesa, festa della Divina misericordia, giorno in cui il firmamento dei Santi di Dio si è arricchito di due nuove fulgide stelle: Giovanni XXIII° e Giovanni Paolo II°.

Proprio San Giovanni Paolo II° è entrato nella vita eterna dopo i primi Vespri della festa della Divina misericordia del 2 Aprile 2005 e ci ha lasciato questa eredità preziosa: se ne è fatto interprete lui, che veniva dalla stessa terra di provenienza di Santa Faustina Kowalska, la Polonia, donando finalmente alla Santa Chiesa la possibilità di celebrare universalmente questa festa con la grazia della indulgenza plenaria, la remissione anche della pena dovuta dal peccato, oltre che del peccato stesso. Scriveva Giovanni Paolo II° nella “Dives in Misericordia”, la   bellissima Lettera Enciclica dedicata alla misericordia di Dio: “Quanto più la coscienza umana, allontanandosi da Dio si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della misericordia con forti grida” ed è quanto facciamo anche noi oggi, qui, gridando a Dio il nostro desiderio di ottenere misericordia per noi, per il mondo intero che tanto ne ha bisogno. Questa domenica chiamata da tradizione anche “Domenica in Albis”, perché i nuovi battezzati deponevano le vesti bianche con le quali erano stati rivestiti dopo il Battesimo, conclude l’Ottava di Pasqua, cioè gli otto giorni considerati come un unico grande giorno: “Il giorno che ha fatto il Signore” risorgendo da morte, in virtù dello Spirito creatore che ha infuso la vita nuova ed eterna nel corpo sepolto di Gesù.

Gesù allora diventa una primizia che interessa ciascuno di noi e tutta la famiglia umana: la primizia di una umanità nuova, di un mondo nuovo, quel mondo rinnovato dove non ci sarà più né lutto, né morte, né dolore; quel mondo che il cuore di ogni uomo attende e che avrà il suo compimento alla fine dei tempi, certamente, ma che fin d’ora inizia in ciascuno di noi grazie a quel germe di vita nuova che ci è stato donato da Dio con il Battesimo. Con questo Sacramento abbiamo già ricevuto il germe della vita finale, alimentato poi dalla Cresima che, con il dono dello Spirito Santo e nutrito dalla Eucaristia Santissima cresce ogni giorno. Anche oggi, il Corpo ed il Sangue di Cristo ci vengono donati: Gesù è in noi principio di vita nuova ed eterna, viatico per la nostra salvezza e tutto questo lo troviamo sintetizzato in quelle poche parole “Pace a voi!”, che Gesù disse ai suoi discepoli apparendo loro nel Cenacolo, come abbiamo da poco letto nel Santo Vangelo (Gv 20,19-31). 

Sono parole che racchiudono tutto, racchiudono la forza dell’amore e la speranza della vita nuova: a queste parole l’incredulo Tommaso risponde con un atto di fede essenziale, quell’atto di fede che anche noi siamo chiamati a pronunciare in particolare ogni volta che il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo vengono innalzati al momento della consacrazione: “Mio Signore e mio Dio”.

“Mio Signore e mio Dio”: ecco l’invocazione che dona pace, la pace vera, la pace di Cristo, la pace di Dio e non quella degli uomini che è una pace falsa, mondana, ricercata come equilibrio di forze che però vogliono dominarsi l’un l’altra. Questa è storia recente, è storia di questi giorni: sembra che per costruire la pace, come dicevano gli antichi, si debba preparare la guerra. Ci si arma sempre di più per mantenere un equilibrio assolutamente instabile: non è questa la pace di Dio. La pace che il Signore ci dona è quella pace che scaturisce dal suo Cuore trafitto e che è frutto del Suo amore, della Sua misericordia; è quella pace che è dono del Suo spirito e ci fa esclamare l’invocazione che Gesù suggerì a Santa Faustina: “Gesù confido in Te!”.

Questa invocazione noi la facciamo nostra in particolare oggi, perché in essa si riassume la fede, la speranza affidabile di poter affrontare il presente anche con le sue fatiche e le sue difficoltà, ma certi dell’Amore misericordioso di Dio.

È la misericordia, dunque, la realtà, il nucleo centrale del messaggio evangelico di oggi: la Misericordia è il nome stesso di Dio, Padre di Misericordia, già rivelata nel corso dell’Antico Testamento, ma pienamente manifestata nel volto di Cristo che è la rivelazione piena del Padre di ogni Misericordia. Al di fuori della misericordia di Dio, possiamo dirlo, non c’è nessun’altra fonte di speranza per gli uomini.

Di fronte a Lui, di fronte a Dio, a noi non resta che confessare il nostro peccato perché è questo il primo passo per accogliere il dono della Sua misericordia: confessare il peccato, riconoscerlo come fece il figliol prodigo della parabola evangelica, e allora Dio guarda al cuore contrito e vi versa, abbondante, la Sua misericordia.

Sempre San Giovanni Paolo II° diceva che è la misericordia a porre un limite al male in quanto in essa si esprime la natura peculiare di Dio, la Sua santità, la Sua verità, il Suo amore.

La misericordia è la veste di luce che ci è stata donata con il Battesimo e non dobbiamo lasciare che questa luce si spenga, anzi essa deve crescere ogni giorno di più nella nostra vita, per portare al mondo il lieto annuncio di Dio che salva, che ci redime.

Così hanno vissuto i due Santi Pontefici, oggi canonizzati, così ha vissuto Suor M. Consolata, che ricordiamo particolarmente in questo suo monastero e così il mistero di questa luce di Dio ci interpella ogni giorno. Suor M. Consolata ci invita a seguire la sua “piccolissima via”, quella via di amore che ci unisce sempre più a Dio e sempre più ci porta a farlo amare dai nostri fratelli.

Sappiamo che Suor M. Consolata si era ispirata a Santa Teresa di Gesù Bambino che aveva trovato la sua piena vocazione nell’essere, nel cuore della Chiesa, l’amore. Suor M. Consolata ebbe l’audacia di essere quell’anima ancora più debole, più piccola, quella che al dire di Santa Teresina avrebbe ricevuto da Dio ancora più grazie di lei, qualora si fosse abbandonata con piena fiducia alla misericordia infinita di Dio. Suor M. Consolata fu quest’anima, quest’anima debole, piccola, tanto da meritarsi le parole che Gesù le disse: “Nel grembo della Chiesa tu sarai la confidenza”.

E la Domenica in Albis di ottanta anni fa, era l’8 Aprile 1934, Suor M. Consolata emise i suoi Voti perpetui suggellando così quella missione che plasmò tutta la sua esistenza e che è ben indicata nel nome ricevuto alla Vestizione religiosa: Consolata. Sarebbe stata consolatrice del Cuore di Gesù per tutti coloro che non sono in grado di accogliere e di sentire l’amore del Signore. Suor M. Consolata desiderava essere missionaria all’infinito e proprio nel giorno della sua Vestizione, aveva percepito nel cuore il suggerimento Divino che le indicava come essere missionaria del Suo amore: “Non ti chiedo che questo - le diceva Gesù - un atto di amore continuo”. Per altri 16 anni di vita claustrale questo sarà il fondamento sul quale si concentrerà e si unificherà tutta la sua persona, plasmando ogni istante della sua esistenza, fino al “tutto è compiuto” come Gesù sulla Croce.

In un mondo come il nostro, sempre più incline al peccato, ad allontanarsi da Dio, all’indifferentismo religioso, il messaggio della vita e della preghiera di Suor M. Consolata spicca di evidente attualità, come un antidoto, come una riparazione alla cultura di morte che si insinua nel cuore degli uomini. La piccolissima via di amore data dalla preghiera: “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” non è una semplice giaculatoria, ma è una via, una via interiore che Suor M. Consolata indica a tutti noi per educarci a promuovere una maggior confidenza nei confronti di Dio, una maggiore fiducia in Lui, una maggiore fiducia in quello che è il Suo attributo divino per eccellenza: la Misericordia.

Affidiamo allora a Suor M. Consolata il desiderio di percorrerla, questa via. “Gesù, Maria vi amo, salvate anime” è la perseveranza - come ci ha ricordato oggi la lettura degli Atti degli Apostoli - che ci fa crescere nella santità: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione” all’interno di una comunità che è la Chiesa.

San Tommaso poté ritornare sui suoi passi di incredulità e pronunciare quell’atto di fede così chiaro, così esplicito, perché fu reinserito nella sua comunità degli apostoli, non fu lasciato da solo. Così anche noi, facciamoci uno con Gesù intorno all’altare: è l’Eucaristia che forma, che plasma la Chiesa, è l’Eucaristia che ci sostiene, che plasma anche questa comunità. L’adorazione Eucaristica che in questo monastero viene portata avanti con perseveranza e con fedeltà, è davvero una grazia inestimabile: preghiamo che possa continuare ed essere sempre più alimentata dalle Sorelle Cappuccine e da tutti coloro che vi partecipano con buona volontà e con amore.

Affidiamoci a Maria Santissima, Madre di misericordia, affidiamo a Lei noi stessi, il nostro cammino di santità, la Chiesa tutta, Papa Francesco, il mondo intero: ci aiuti l’intercessione dei due nuovi Santi e di Suor M. Consolata, a vivere lo spirito del Totus Tuus che ci ha insegnato Giovanni Paolo II°, “Tutto tuo Signore” attraverso le mani di Maria Santissima, Tua e nostra Madre.

Queste tre grandi Sante accomunate da una spiritualità così forte, così radicata: Santa Teresa di Gesù Bambino, Santa Faustina, la Serva di Dio Suor M. Consolata Betrone, ci aiutino ad avere quell’abbandono fiducioso alla Divina misericordia che ci fa esclamare in ogni istante della nostra vita: Gesù confido in te! Gesù, Maria vi amo, salvate anime!


 

In ossequio alle prescrizioni della Chiesa dichiariamo che a quanto abbiamo riferito
non intendiamo dare autorità diversa da quella che meritano testimonianze umane,
né intendiamo prevenire in alcun modo il giudizio della Chiesa.

 
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